Centro Studi Confindustria: l’Italia arranca, occorre investire nelle competenze

Si è tenuta oggi a Roma la presentazione dell’edizione 2016 del rapporto dedicato agli “Scenari Industriali” del Centro Studi Confindustria.

Luca Paolazzi, Direttore del Centro, ha sottolineato come l’Italia sia ancora oggi un Paese ad alta vocazione manifatturiera, il secondo in Europa e il settimo nel mondo per valore aggiunto, ma come la crisi abbia scavato “enormi vuoti di produzione, differenziati tra territori e settori”. Tutti i settori industriali ancora oggi sono lontani dal recupero dei valori pre-crisi, con l’unica mirabile eccezione del farmaceutico. Vuoti molto differenziati tra settori (rispetto al picco pre-crisi si va dal -50% del legno al +11% del farmaceutico) e territori, con il Sud che ha subito i danni maggiori anche in termini di perdita di potenziale manifatturiero, già molto inferiore a quello del Nord. Tuttavia le imprese che vanno meglio sono presenti, senza grandi differenze, in tutti i settori, territori e classi dimensionali: “Non ci sono settori vincenti e settori perdenti ma imprese che vanno bene e imprese che vanno male”, ha sottolineato Paolazzi.

Solo il settore farmaceutico ha recuperato i valori pre-crisi
Solo il settore farmaceutico ha recuperato i valori pre-crisi

Qual è quindi l’origine della diversità di performance? È nel fatto che le competenze di gestione (nell’ordinario ma soprattutto nello straordinario, ossia nelle strategie e nei loro cambi) non sono distribuite uniformemente tra quanti sono a capo delle imprese. Cioè, gli imprenditori non sono tutti uguali.

Le imprese devono “giocare con decisione la partita di Industria 4.0”, che è fondamentale per i destini del manifatturiero italiano, perché è la direzione verso cui sta evolvendo tutto il mondo industrializzato. Evitando che aumentino ulteriormente i gap tra chi è in testa e chi è nelle retrovie della performance d’impresa.

Uno degli aspetti su cui lo studio si è concentrato è quello del capitale umano. “Stupisce come in Italia si faccia ancora poco ricorso ai laureati in azienda. L’80% delle imprese che fanno dell’innovazione il loro punto di forza usano meno del 10% dei laureati nella loro manodopera contro il 40% della Spagna e il 50% della Germania”, ha sottolineato Paolazzi. Occorre quindi migliorare la qualità del capitale umano. In particolare sono pochi gli esperti di ICT tra gli occupati under 35: in questo ambito l’Italia è “fanalino di coda”.

Nel corso della presentazione sono intervenuti anche i ministri Carlo Calenda e Pier Carlo Padoan. “La scommessa oggi è costruire percorso di fiducia. E per ricostruire fiducia servono investimenti” ha detto Calenda. “Governance, investimenti e trasparenza sono le risposte che dobbiamo fornire per ricostruire un clima di fiducia”, ha poi aggiunto.

“È compito dell’imprenditore decidere come investire, il compito del governo è mettere a disposizione gli strumenti”, gli ha fatto eco Padoan, riferendosi agli strumenti previsti dalla Legge di Bilancio. “Il comportamento macroeconomico di un Paese, se questo Paese funziona bene, è più della somma dei singoli comportamenti individuali, c’è un effetto sistema importantissimo”, ha poi aggiunto.

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media.
Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende.
E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

franco has 649 posts and counting.See all posts by franco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Pin It on Pinterest