Catastrofisti vs Innovatori: il futuro del lavoro nella smart factory

Riallacciandomi ai temi già trattati da me e da Armando Martin in due diversi post (qui e qui), volevo portare un ulteriore contributo al tema della trasformazione del lavoro nella smart factory del futuro. Si tratta di un testo che ho avuto il piacere di leggere all’interno della Nota sulla Ricerca “Factory of the future. Tecnologia, competenze e fattore umano nella fabbrica digitale” condotta da Torino Nord Ovest.

Da questa ricerca è stato tratto anche un saggio a cura di Annalisa Magone e Tatiana Mazali intitolato “Industria 4.0. Uomini e macchine nella fabbrica digitale”, edito da Guerini e Associati, di cui suggerisco la lettura.

Vi riporto qui di seguito la parte dell’abstract (che potete leggere qui in versione integrale) nella quale gli autori puntano i fari sulle possibili evoluzioni dell’occupazione nella fabbrica del futuro. Il testo è un po’ lungo, ma merita una lettura attenta. I grassetti sono miei e denotano i punti a mio avviso più interessanti.

 


[…] In verità, al ritorno della fabbrica nella sua versione smart, non sembra corrispondere nella letteratura sul tema un altrettanto vigoroso interesse verso il soggetto che riempie la fabbrica: i lavoratori. Ciò non toglie che si tratta di capire cosa possono significare per il lavoro le trasformazioni in corso, in un dibattito che si polarizza tra catastrofisti e innovatori. Negli anni scorsi, molti analisti hanno sostenuto che la digitalizzazione avrebbe inciso prevalentemente sulle occupazioni di medio e medio-basso livello, con una certa quota di routine e serialità, mentre le occupazioni di alto livello e quelle basate su componenti umane non replicabili sarebbero ancora poco sostituibili: le prime perché richiedono capacità di elaborazione fuori dalla portata delle macchine; le seconde perché esigono un tasso di flessibilità e manualità che necessita dell’agente umano o lo rende preferibile perché meno costoso.

Lo scenario però è in evoluzione; l’abbassamento dei costi e l’innalzamento delle performance della tecnologia permette una progressiva sostituzione di una parte non marginale delle occupazioni anche di livello superiore. Dopo aver favorito la razionalizzazione nel lavoro impiegatizio, il digitale starebbe “risalendo le gerarchie” aggredendo professionalità finora ritenute non automatizzabili, mentre resterebbero al di fuori del “potere delle macchine” (per ora) le professioni che richiedono skill emozionali, affettivi, relazionali, creativi e le funzioni intellettuali relative a processi diagnostici e schemi di problem solving difficilmente replicabili.

Catastrofisti e innovatori condividono uno stesso presupposto: l’assunzione di una svolta decisiva del digitale per il futuro dell’occupazione. All’interno di questo stesso campo, si dividono sulle conclusioni: per gli innovatori, disruption e knowledge jobs saranno la locomotiva che guiderà la complessiva espansione del lavoro; per i catastrofisti, quella locomotiva rischia di far deragliare ampi strati del mercato del lavoro che non riusciranno a collocarsi sulle punte alte.

Due figure paradigmatiche

Il blue collar aumentato. Tema centrale delle fabbriche che introducono dispositivi intelligenti è la gestione della variabilità del ciclo e delle sequenze, dal momento che la personalizzazione implica variabilità, ma anche incertezza. La discontinuità del flusso, secondo il punto di vista dei manager, presuppone tre requisiti: livello di conoscenze di base degli operatori più alto; partecipazione attiva e vigile; versatilità.

Sono concetti che mettono in gioco le trasformazioni qualitative dei blue collar (più che quelle quantitative) e spingono a domandarsi se l’operaio nella fabbrica digitale sia ridotto a una “funzione contemplativa e di sorveglianza” che tiene d’occhio il funzionamento degli impianti senza avere conoscenza di ciò che accade. O se invece ci troviamo di fronte a un ribaltamento di prospettiva, se cioè agli operai si chieda una partecipazione consapevole al processo produttivo del quale devono almeno conoscere la logica di fondo. Da una parte, la predisposizione degli impianti, il design delle postazioni, degli spazi, dei movimenti nelle nuove fabbriche prevedono il coinvolgimento degli operai, perché la loro esperienza diretta, la conoscenza dei problemi operativi e dei colli di bottiglia costituisce un sapere da codificare e incorporare nella progettazione e riproduzione dei processi. Dall’altra, l’interazione tra informazioni operative e produzione costituisce una delle condizioni necessarie per mettere a sistema processi, macchine e persone come richiesto dalla produzione smart.

Il nuovo blue collar deve insomma essere polivalente, cooperante e comunicativo, perciò il racconto della nuova operaietà mette al centro della fabbrica intelligente un blue collar “aumentato”, digitalizzato, che sempre più (specialmente nei siti produttivi dei player globali) dovrà possedere una conoscenza dell’inglese di base, con un livello d’istruzione “normale” secondaria superiore – soglia ritenuta indispensabile in molti settori e impianti, intelligenti o meno. Nel contempo, sarebbe anche un blue collar “diminuito” di conoscenze specifiche e abilità tecniche.

L’ingegnere di nuova concezione. Seconda questione importante è l’integrazione tra produzione e funzioni che “danno intelligenza” alle macchine, l’ingegneria dei processi e il settaggio, l’applicazione delle informazioni che istruiscono il ciclo. La complessità dei cicli produttivi e le capacità comunicative delle macchine rafforzano il ruolo delle funzioni che danno intelligenza al capitale tecnologico; le macchine intelligenti rimangono fredde, devono essere istruite e dotate di capacità calde.

Danno intelligenza alla macchina i software, gli algoritmi e i device, ma anche le attività di sviluppo ingegneristico e di progettazione alta che conferiscono memoria, interfacce e interazione con l’umano e le altre macchine. Tutti gli studi enfatizzano l’importanza delle attività ingegneristiche e progettuali di livello superiore e i cambiamenti più accelerati investono soprattutto costoro: ingegneri che, rispetto al passato, operano in forte integrazione con i responsabili di funzioni a valle (tecnologi, manutenzione) lavorando direttamente in reparto come nei laboratori di realtà virtuale. Le attività di ingegnerizzazione in genere si strutturano in base a processi di collaborative engineering con l’obiettivo di ottimizzare i tempi della progettazione grazie agli scambi informativi tra esperti di diverse discipline.

L’ingegnere di nuova concezione non è meno interessato dei blue collar dai processi di innovazione tecnologica. L’automazione del lavoro intellettuale è da tempo il campo d’azione di un ampio repertorio di tecnologie digitali e tecniche organizzative che stanno producendo un mutamento profondo degli skill, delle modalità di coordinamento e del modo stesso di concepire le attività di progettazione e sviluppo. In primo luogo per il massiccio ingresso del computer-aided engineering che consente output più rapidi attraverso la rottura delle fasi sequenziali che li strutturavano in passato, e fa evolvere i profili ingegneristici in figure multitasking dove si accorpano professionalità prima separate – tipicamente il progettista e il disegnatore. Per queste ragioni si registra presso diversi management un orientamento a ringiovanire la compagine dei progettisti, cercando figure meno “conservative” e più aperte al cambiamento.

Ovviamente nelle fabbriche del futuro, come in quelle del presente, i profili indicati, scelti paradigmaticamente, idealtipi e non professioni, non esauriscono gli organigrammi. Vi sono per esempio coloro che saranno impiegati nell’espansione delle attività di monitoraggio, gestione, analisi, trattamento dati generati dalla produzione e dagli oggetti smart. Di essi è difficile ad oggi prefigurare caratteristiche tecniche e professionali, ma l’esperienza delle imprese il cui business si fonda sulla gestione di big data le lascia intuire. Altro grande assente nella letteratura sulla fabbrica intelligente è la riflessione su tempi di lavoro e salari. Qui si tratta di approfondire la realtà della nuova fase industriale assumendone la complessità. Quanto l’alienazione sia un ricordo del passato o torni invece con nuove vesti, quanto l’occupazione sia gratificante (per senso e salario), quale sia l’effettiva corrispondenza con le aspettative e le competenze dei lavoratori.

Il controllo e la regolazione della forza-lavoro non dipendono mai solo da variabili tecnologiche. Le ristrutturazioni tecnologiche, nel ‘900, sono sempre state seguite da una nuova dislocazione della forzalavoro nella divisione tecnica e sociale emergente: l’occupazione veniva distrutta in una fase del ciclo, altra ne veniva creata a monte o a valle. È improbabile che tale movimento circolare possa riprodursi, il grado di sviluppo tecnologico raggiunto contiene effettivamente la possibilità di contrarre il tempo di lavoro necessario e gonfiare l’area degli eccedenti.

In sé, il numero degli occupati industriali rischia tuttavia di costituire un indicatore di scarso significato. Un ragione fra tutte: i reparti di trasformazione tendono alla rarefazione della presenza umana, ma il numero degli occupati industriali è anzitutto un concetto statistico. Quanto terziario è fatto di prestazioni a monte o a valle del manufacturing? Cosa porta un’industria che combina beni e servizi al punto da rendere definitivamente irrintracciabile il confine tra i due campi? […]


Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media.
Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende.
E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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