Industria 4.0, non solo tecnologie e incentivi

Il tema di Industria 4.0 è ampiamente discusso a trattato dal punto di vista tecnico e tecnologico e, in Italia, è al centro dell’attenzione di media e imprese per le agevolazioni economiche previste nella Legge di Stabilità. Ma se di quarta rivoluzione industriale si tratta è evidente che non può essere ridotta a un fenomeno meramente tecnologico e fiscale e ne vadano approfonditi altri aspetti, su tutti l’impatto sul modo di fare impresa e di lavorare nell’impresa. Ne è convinta anche Pilz Italia, che per analizzare i risvolti infrastrutturali e sociologici di questo fenomeno ha recentemente avviato una collaborazione con Arianna Radin, sociologa dell’Università degli Studi di Torino.

“La necessità di analizzare il fenomeno anche dal punto di vista sociologico scaturisce dalla convinzione che esso non possa essere unicamente economico e tecnico ma anche culturale e organizzativo”, spiega Giovanni Sangiorgio di Pilz Italia. “In Italia abbiamo una prevalenza di PMI spesso gelose del proprio operato che si aprono poco alla rete invece di fare squadra col concorrente per trarne un vantaggio competitivo comune”.

Un’evoluzione gestita

Giovanni Sangiorgio, Pilz Italia

Quali sono gli obiettivi concreti che Pilz Italia si aspetta di ottenere da questa collaborazione? “Principalmente riteniamo che il fenomeno Industria 4.0 debba essere trattato in modo che sia un’evoluzione consapevolmente gestita piuttosto che una rivoluzione subita”, spiega Sangiorgio. “L’evoluzione tecnologica unitamente a quella culturale porterà un vantaggio competitivo alle nostre aziende clienti che come conseguenza porteranno un vantaggio per i loro fornitori, Pilz compresa: in Germania il governo ha investito in questo progetto per mantenere la competitività delle proprie aziende nei loro mercati di riferimento per proteggere il benessere e l’evoluzione della nazione. In questo modo agevolare l’evoluzione delle aziende nostre clienti nei loro mercati di riferimento potrà riflettersi su tutta la catena di fornitura, non solo dal punto di vista tecnico. Pensiamo che in questo scenario l’Italia ne sia avvantaggiata grazie alla presenza di distretti industriali dove la catena di fornitura è piuttosto corta e predisposta alla vicinanza al cliente e alla soddisfazione dei requisiti di elevata personalizzazione tipici di un mercato sempre più esigente”.

No all’iperspecializzazione

“Un altro aspetto da non sottovalutare – prosegue Sangiorgio – è il pericolo dell’iperspecializzazione: la gestione culturale del fenomeno Industria 4.0 pensiamo possa scongiurare questo fenomeno che potrebbe spostare il concetto della catena di montaggio verso figure più specializzate ma organizzate in architetture rigide e chiuse. In realtà la vera sfida è disporre di figure con livello culturale elevato ma dotate di notevoli caratteristiche di interdisciplinarità, altro aspetto di un’evoluzione gestita e consapevole”.

Italia vs Germania

In Germania i temi di Industria 4.0 sono sul tavolo da ormai 5 anni. La stessa Pilz (casa madre) è attivamente impegnata nel consorzio SmartFactory KL e in altre iniziative collegate ai temi di Industria 4.0. “L’approccio al progetto Industria 4.0 è diverso nelle due nazioni citate sia dal punto di vista del governo sia dal punto di vista delle imprese. Il governo tedesco si è posto l’obiettivo di essere proattivo a protezione del proprio tessuto produttivo e culturale per garantire il benessere della nazione all’interno di mercati in continua evoluzione, mentre in Italia si è declinato il tema prima da un punto di vista economico e fiscale. Dal punto di vista delle imprese registriamo una maggiore attitudine all’apertura alla rete in Germania, dove l’individualismo viene meno per far posto a strategie comuni di business che trovano un successo comune”.

Uomo vs robot?

In tanti parlano sempre più spesso di una prossima “guerra” o, se vogliamo usare una metafora sportiva, “partita per il lavoro” tra uomo e robot nella smart factory del futuro. Ad Arianna Radin abbiamo chiesto un pronostico sul risultato. “Sono tentata di rispondere – risponde scherzosamente compilando un’ipotetica schedina del Totocalcio – 1X perchè l’uomo – e la donna! – è e rimarrà al centro del processo innovativo e la sua sicurezza è al centro del processo produttivo. Insomma, mi piace pensare che nell’epoca delle tecnologie abilitanti, contrariamente a quanto si credesse nella Terza Rivoluzione Industriale, le professioni e di conseguenza i professionisti, non siano disabilitati e quindi destinati a scomparire dalle fabbriche”.

Arianna Radin, sociologa

Al di là dei desideri, la realtà è però che il risultato della “partita del lavoro tra uomo e robot” dipenderà soprattutto dalle decisioni arbitrali, ovvero politiche. “Il piano Calenda presentato a settembre sembrava andare nella giusta direzione”, commenta Radin. “Prospettava l’adozione di un approccio olistico, guardando dentro e fuori la fabbrica, e dimostrava che l’Italia, come altre nazioni europee ad esempio, aveva finalmente compreso come l’industria 4.0 non riguardi solo la tecnologia, ma anche le persone che devono essere formate con efficacia ed efficienza per essere davvero drivers di innovazione. Sono passati appena tre mesi dalla presentazione del Piano, ma la terna arbitrale è stata cambiata, in senso parziale ma significativo e non resta quindi che aspettare. E magari – perché no? – pensare che attorno al tavolo questa volta sieda anche il Ministro della Salute. Si dimostrebbe così di aver imparato dagli errori delle precedenti rivoluzioni industriali che poco avevano tenuto conto del benessere psicofisico degli individui coinvolti”.

Colletti bianco-blu

Ho avuto modo di conoscere Arianna Radin nella recente tavola rotonda sul futuro delle professionalità nella quarta rivoluzione industriale, dove ha detto che vedremo sempre più “colletti blu striati di bianco”. Ora le chiedo di spiegarmi meglio perché.

“La smart factory è uno spazio di innovazione sociale nel quale, come ci ricorda un recente indagine di Torino NordOvest, perdiamo la figura del lavoratore tradizionale, ma acquisiamo quella di un lavoratore con un bagaglio di conoscenze nuovo, per molti versi tutto da inventare. Da anni la sociologia del lavoro guarda a questa tematica, scattando fotografie efficaci sul fenomeno. È stato proprio il Prof. Luciano Gallino, recentemente scomparso, a sottolineare come sia impossibile utilizzare oggi la vecchia dicotomia tra colletti bianchi, ovvero gli impiegati, e i colletti blu, ovvero gli operai, perché i primi oggi sono sempre più giovani in maglietta che lavorano davanti ad un pc e i secondi, citando Ulrich Beck, alla domanda “che lavoro fai?” hanno e avranno sempre più difficoltà a rispondere utilizzando le classiche etichette. La striatura di bianco sui loro colletti deriva dal fatto che devono avere capacità e competenze specifiche per rimanere nella ‘partita’ dell’Industria 4.0. Il che, in un Paese come l’Italia che, solo un paio di anni fa, secondo l’OCSE, si contendeva con la Spagna il primato di lavoratori con set di competenze disallineate rispetto alla produttività delle aziende in cui lavorano, non è da poco!”

L’ipotesi del reddito di cittadinanza

In America sono sempre meno isolate le voci che premono per l’istituzione di un reddito di cittadinanza (UBI). Eppure in Europa un referendum in tal senso è stato nettamente bocciato dai cittadini Svizzeri. Ho chiesto ad Arianna Radin che cosa pensi di questo istituto, dal punto di vista sociologico, e se creda che sarà necessario e opportuno ricorrervi.

“Il reddito di cittadinanza è un tema complesso, che molto spesso è affrontato in maniera demagogica e, nel migliore dei casi, superficiale. Sperando di non cadere nello stesso errore, mi affido alle parole di Max Weber che nell’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo afferma: ‘Il guadagno è considerato come scopo della vita dell’uomo, e non più come mezzo per soddisfare i suoi bisogni materiali’. A partire da quest’affermazione, i più ottimisti sostengono che il reddito di cittadinanza sia un mezzo per poter soddisfare i bisogni e sviluppare le proprie capacità ed essere quindi in qualche modo produttivi; i pessimisti invece guardano alla mancanza di un scopo della vita, all’umiliazione e al progressivo scoramento del bambino-cittadino costretto a chiedere sempre al papà-Stato. Penso a Daniel Blake, personaggio idealtipico dell’ultimo film di Ken Loach, un cittadino di grande cuore e capacità che rimane imbrigliato nella rete di una burocrazia troppo rigida e digitalizzata per lui. Nel suo caso, come ha scritto Anthony Painter, direttore del Action and Research Centre, il reddito di cittadinanza avrebbe fatto la differenza. In positivo”.


Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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