Vuoi trovare lavoro? Sviluppa le tue competenze digitali

Se si parla di innovazione in Italia non si può prescindere da Alessandro Rimassa, direttore e cofondatore di TAG Innovation School. Pioniere di un nuovo modo di intendere il lavoro, le startup e la comunicazione, Rimassa è anche consulente di grandi aziende e autore di libri di successo come “Generazione Mille Euro” e la “Repubblica degli innovatori”. Con lui abbiamo parlato di formazione, occupazione e innovazione industriale a 360 gradi.

 

Lo scorso novembre avete raccolto oltre 12 milioni di nuovi finanziamenti. Talent Garden si conferma la più grande startup europea per il coworking, la formazione digitale e il networking di nuove imprese tecnologiche. Puoi raccontarci brevemente come è nata l’idea, con quale mission e in che direzione vi state muovendo?

A fine 2016 abbiamo festeggiato i cinque anni dall’apertura del primo coworking a Brescia, a marzo festeggiamo 2 anni di TAG Innovation School, nei prossimi mesi inaugura il nuovo Talent Garden di Torino in collaborazione con Fondazione Agnelli, abbiamo da poco annunciato l’apertura di un grande hub dell’innovazione a Vienna per quest’anno, il quinto Paese in cui sbarcherà Talent Garden. L’idea l’ha avuta Davide Dattoli, personaggio straordinario per visione e capacità di esecuzione, un esempio della nuova imprenditoria italiana, capace di comprendere prima di tutti che era necessario uno spazio di lavoro che mettesse insieme startup, freelance e grandi aziende, tutti focalizzati sul digitale. Poi, pezzo dopo pezzo, abbiamo costruito insieme a tanti un’azienda che oggi sta ottenendo i suoi primi successi, detto che per noi la prospettiva è a lungo periodo e in dimensione internazionale. Sul lato education, con Davide ho fondato e guido la nostra scuola dell’innovazione digitale, oggi siamo a Milano e a Roma, entro fine anno arriveremo in Austria: il nostro obiettivo è portare Talent Garden, che è un insieme di coworking, scuola ed eventi, in tutta Europa. Lato education, crediamo che sia fondamentale formare i giovani per le professioni richieste dal mercato, per questo abbiamo sviluppato in Italia la formula dei bootcamp da 12 settimane, percorsi nati negli Stati Uniti per formare da zero figure come web developer, ux designer e specialisti dell’e-commerce. A questi affianchiamo percorsi part time per offrire aggiornamento professionale e tutta la parte di corporate education, per aiutare le aziende nel percorso di digital transformation. Siamo un’azienda nativa digitale che vuole aiutare il Paese e il continente nel necessario percorso di innovazione.

 

In Italia viviamo un paradosso: abbiamo il 43% di disoccupazione giovanile e migliaia laureati che ogni anno vanno all’estero alla ricerca di condizioni migliori. Il minimo che si possa dire è che ci sia un profondo problema strutturale, offerta e domanda di lavoro non solo non si trovano ma nemmeno si capiscono. Cos’altro si piò dire a riguardo e come se ne può uscire?

Si può dire che quando cerchi un web developer, in un caso su due non lo trovi. Si può dire che in migliaia si iscrivono a giurisprudenza e scienze della comunicazione ogni anno. Si può dire che puoi laurearti in informatica senza aver mai scritto una riga di codice.

Manca cultura del digitale, manca la comprensione di quelle che sono le nuove professioni, manca capire che oggi ogni ragazzo che entra nel mondo del lavoro farà almeno due o tre professioni diverse nel corso della vita, che dovrà quindi formarsi più volte, che non può stare parcheggiato fino ai 26-27-28 anni per iniziare poi con calma a lavorare. Il mondo è cambiato, in Italia in troppi non se ne sono ancora accorti.

Alcuni mesi fa mi chiama un’amica, mi dice che un caro amico è disperato per il figlio: ha fatto un anno in una Università, un anno in un’altra, non è soddisfatto, vuole andare all’estero a far non si sa che cosa e rischia alla fine di non alzarsi più dal divano di casa. Un neet, quei ragazzi che né studiano né lavorano, migliaia in Italia.
Ho chiacchierato col padre al telefono, gli abbiamo fatto un colloquio per Codemaster, dopo tre mesi in aula è entrato prima in stage e poi è stato assunto da un’azienda che sviluppa software: è il ragazzo più felice del mondo, oggi. È possibile che non sappiamo dire ai nostri ragazzi che ci sono nuove strade da percorrere? Ed è possibile che debbano cercargliele i genitori, che non siano stati cioè educati a ricercare e scegliere da soli? Questo è il vero problema del nostro Paese, abbiamo bisogno di uno spirito diverso, di ricostruire determinazione nei nostri giovani e nel ridare vigore alle aziende del Made in Italy per far sì che, grazie al digitale, possano tornare a crescere. E quindi ad assumere.

 

Sia in termini di singoli individui sia di sistema istituzionale e produttivo, quali sono gli ostacoli principali che si trovano nel nostro Paese per portare avanti piani di innovazione, formazione continua e nuove imprenditoria? E quali ingredienti sono necessari per far ripartire l’economia e per valorizzare il talento?

La mancanza è culturale. Basta lanciare l’alternanza scuola-lavoro, per fare un esempio? No, perché si deve spiegare ai professori quali sono i nuovi lavori. Basta dire che esiste un piano Industria 4.0? No, perché bisogna insegnare alle piccole imprese cos’è, come funziona, che vantaggi può dare. Davvero, serve cultura del digitale, serve orientamento, serve capacità di decodifica dei fenomeni che stiamo vivendo. Servirebbe l’Innovation Post in prima pagina su Corriere.it, Corriere della Sera, Tg1, Tg2 e via dicendo tutti i giorni, per dirne una.

Dobbiamo puntare sul merito, sulla trasparenza delle informazioni, sulla sburocratizzazione totale, sulla certezza del rapporto tra privato e pubblico, sulla partnership tra Pubblica Amministrazione e cittadino/impresa. Insomma, dobbiamo avere uno Stato che aiuta persone e aziende, non dando soldi ma diventando un compagno di viaggio.

Faccio una metafora calcistica: oggi lo Stato davanti all’impresa è l’altra squadra. Ti blocca, ti frega la palla, ti toglie risorse. Invece deve diventare il compagno di squadra: vorrei – come imprenditore – uno Stato che mi passa la palla, poi sta a me tirare in porta e segnare!

 

Il manifatturiero italiano con un fatturato superiore ai 900 miliardi di euro, oltre 425 mila imprese e 4 milioni di addetti, in Europa è secondo solo a quello tedesco. Tra i tanti problemi, ne abbiamo alcuni di bassa produttività e scarsa managerialità spesso dovuti alle piccole dimensioni aziendali. Tuttavia crediamo che quello industriale sia un enorme patrimonio per il Paese e che in termini di innovazione si debba ripartire da questo settore, soprattutto per un fatto strategico. Sei d’accordo?

Con Cisco e Banca Intesa abbiamo appena lanciato un master, con 20 borse di studio, sulla Digital Transformation per il made in Italy: formiamo i digital officer, i consulenti per la trasformazione digitale delle imprese, e lo facciamo girando l’Italia. Dopo 12 settimane di formazione in aula, gli studenti gireranno sei distretti industriali per fare progetti di digital transformation e open innovation su industry 4.0, smart mobility, design&fashion, agri-food tech, smart citizenship, travel e logistic tech. Questo è ciò che dobbiamo fare, aiutare le PMI ad accelerare il processo di innovazione. Gartner afferma che 125.000 grandi organizzazioni stanno lanciando iniziative di Digital Transformation e gli amministratori delegati si aspettano che le entrate dal digitale aumentino di oltre l’80% entro il 2020, è qui l’opportunità da cogliere, perché l’unicità del Made in Italy è il nostro tesoro, dobbiamo tirarlo fuori dai cassetti… che significa usare il digitale per semplificare i processi, rendere più efficiente la produzione, modificare l’organizzazione, vendere in maniera più rapida e diffusa.

 

L’innovazione è uno dei cavalli di battaglia di Talent Garden e della tua produzione editoriale. Noi a Innovation Post ce ne occupiamo in chiave industriale, coinvolgendo i soggetti coinvolti nella cosiddetta Industria 4.0 e nelle tecnologie del manifatturiero avanzato (Robotica, Additive Manufacturing, Internet Of Things, Big Data, Nanotecnologie, Meccatronica ecc.). La sensazione è che, seppure tra tante difficoltà e incongruenze, imprese, istituzioni pubbliche, università, associazioni di settore stiano prendendo sul serio questo cambiamento. Qual è il vostro punto di osservazione su Industria 4.0, sulle nuove tecnologie per il manufacturing e sulle nuove professioni che dovrebbero promuoverne lo sviluppo?

Mi occupo quotidianamente di innovazione digitale, con i percorsi formativi di TAG Innovation School, verticali sulle diverse competenze, con i programmi di Digital Transformation e Open Innovation con cui aiutiamo le imprese, con la collana TAG Books, pubblicata da Egea, in cui affrontiamo i temi dell’innovazione digitale: dopo App Economy e Fintech Revolution, a marzo arriveranno tre nuovi titoli e toccheremo anche il tema industria.

Il punto è che dobbiamo capire che la trasformazione, prima che digitale, è del business stesso, e così l’Industria 4.0 è un nuovo modo di concepire il business stesso, prima che una mera applicazione di tecnologie al settore. Se comprendiamo che il digitale è acceleratore del cambiamento che il nostro manifatturiero ha bisogno, facciamo il passo giusto, se ci innamoriamo solo di un termine e due numeri e facciamo propaganda politica e non cultura e formazione.

Noi lavoriamo quotidianamente con The Fablab (http://www.thefablab.it/) per aiutare le aziende a comprendere le opportunità, concrete, oggi a disposizione delle PMI, ma le PMI devono da parte loro capire che per andare verso l’industria 4.0 serve preparazione, un percorso strutturato, investimenti. E, lo dico ancora una volta, cultura del digitale e dell’innovazione: o rendi l’intera azienda capace di innovare, oppure non funzionerà.

 

Ci colpisce il fatto che Talent Garden riesce a mettere intorno allo stesso tavolo big player internazionali, come Cisco e IBM ad esempio, e piccole startup. Come si concilia la collaborazione tra soggetti portatori di interessi apparentemente così diversi?

È la strada dell’innovazione, un cambio di paradigma attraverso la condivisione di valori nuovi e comuni: il digitale non posta solo cambiamenti tecnologici, ma sostiene un nuovo modo di relazionarsi, co-progettare, immaginare soluzioni. Noi mettiamo insieme aziende, per una volta le dimensioni non contano: le startup aiutano le aziende tradizionali a innovare, attraverso percorsi guidati di open innovation a livello corporate, le imprese tech puntano sulle startup per sperimentare nuove tecnologie, è un circolo continuo di persone – prima di tutto persone – che hanno capito che insieme si vincono le sfide della crescita, da soli ci si schianta. E così capita tutti i giorni in Talent Garden che un amministratore delegato di una multinazionale si confronti con un giovane che ha fondato da poco la sua startup, che membri di Consigli di Amministrazione di grosse imprese chiedano pareri a studenti, sviluppatori, growth hacker… nessuno ha più una rendita di posizione da difendere, tutti hanno voglia di avere business funzionanti, per questo contaminazione e innovazione diventano parole d’ordine di uso quotidiano.


Armando Martin

Ingegnere elettronico e giornalista pubblicista, si occupa da anni di tecnologie industriali e sistemi di gestione come consulente industriale e direzionale. La sua attività professionale si è distinta per un approccio globale e flessibile ai temi dell’automazione, coniugando aspetti tecnici, scientifici, commerciali e di prodotto.
E’ autore dei libri “Dizionario di Automazione e Informatica Industriale” (2006), “Comunicazione Industriale” (2010), “Misure per l’Automazione” (2012), “Strumentazione e Tecnologie di Misura” (2015), “Il Dizionario dell’Automazione – Le parole dell’innovazione (2016)”.

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