Industria 4.0, gli aiuti non bastano: l’Italia deve cambiare cultura

I soldi ci sono. Tra piano Calenda, nuova Sabatini, Patent box. E ora gli ultimi arrivati, i piani individuali di risparmio, che nell’ottica del governo dovranno drenare soldi dalla finanza speculativa e astratta all’industria reale. Quello che manca per completare il puzzle della rivoluzione 4.0 in Italia, secondo i big del mondo dell’automazione e delle tecnologie informatiche, è la cultura delle aziende.

Dalla giornata di apertura di Sps Italia il messaggio dei grandi produttori di macchine e di software è che, dopo aver messo a disposizione i fondi, tocca creare un terreno fertile perché attecchisca una cultura imprenditoriale che comprenda il senso dell’industria 4.0.

“Ridurre i costi va bene – osserva Fabrizio Scovenna, presidente di Anie Automazione – e il nostro auspicio è che il piano Calenda possa essere esteso. Ma a fare la differenza è la cultura delle imprese”.

Competizione agguerrita

“L’industry 4.0 deve abilitare il ridisegno del processo produttivo – osserva Paolo Del Grosso, direttore vendite Smb di Hewlett Packard Enterprise -. Ma perché bisogna ridisegnare il processo? Perché c’è un problema di competitività”. All’estero il movimento in corso è una scossa tellurica. “Sono preoccupato se tutto in Italia è guidato da un piano di incentivazione e non dalla cultura – puntualizza Massimo Merli, vicepresidente di Schneider Electric -. Ci sono Paesi che vanno a velocità più rapide delle nostre, come la Cina. Il loro piano industria 4.0, Made in China 2025 è aggressivo, entro il 2020 vogliono che il 10% del parco macchine sia connesso. Vuol dire creare infrastrutture di connettività per il Paese”.

La questione dei costi

Una recente ricerca di Price Waterhouse Cooper tra 400 imprese italiane ha evidenziato che il 45% degli intervistati è interessato al piano 4.0 solo per ridurre i costi e un altro 20% ai soli incentivi. “Vuol dire che non hai la dimensione culturale, se non vedi che c’è un 25% che introduce novità per fare un salto di categoria e 10% per sviluppare nuovi prodotti”, aggiunge Scovenna, che è contry director di Rockwell Automation.

“Oggi i riflettori sono puntati sul piano Calenda ma non vorrei che in questo Paese ci voglia un incentivo per far fare lo strappo. Da qua a cinque anni il rischio è che molte aziende spariscano perché non in grado di competere nel mondo globale”, avverte Antonio De Bellis, country business development manager di Abb.

La questione della formazione

“I dati sono soldi, è vero, e possono essere monetizzabili, ma devono essere usati bene – incalza Andrea Boccotti, partner industrial Ibm global business services -. Bisogna spiegar alle aziende come efficientare i processi”. “Le imprese hanno tanti dati ma non sanno neanche di averli – aggiunge Roberto Andreoli, direttore cloud ed enterprise di Microsoft Italia -. Bisogna tradurre il dato in una informazione azionabile. E per questo devo fare formazione”.

Se non è visto solo come uno strumento di risparmio, il piano Calenda può essere uno stimolo anche per fare cultura di impresa. “Ha mosso tanto – riconosce Andrea Maffioli, a capo del settore Factory automation di Siemens -. Abbiamo lavorato molto con scuole e università, che parlano di formazione e futuro. Stiamo facendo di piani con tutti loro”.

Cambio di visione

“Il piano industria 4.0 non può prescindere dallo sviluppo della rete – aggiunge Michele Dalmazzoni, Collaboration & industry 4.0 leader di Cisco Italia -. Ma il digitale in fabbrica è arrivato per addizione, con reti frammentate e poco sicure. È il momento di rivedere le reti per fare sì che il dato sia accessibile sempre e sicuro”. Per questo, per Carla Masperi, Chief Operating Officer di Sap Italia, è il momento di passare dal tema industria 4.0 a “value chain 4.0”. Ossia integrare i processi, dialogare, per sfruttare appieno i benefici degli impianti collegati.

 

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Luca Zorloni

Cronaca ed economia mi sono sembrate per anni mondi distanti dal mio futuro. E poi mi sono ritrovato cronista economico. Prima i fatti, poi le opinioni. Collaboro con Il Giorno e Wired e, da qualche mese, con Innovation Post.

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