Anche la Cina scommette sull’industria 4.0. Vantaggi e rischi per l’Europa

Il made in China che ha reso la Cina la fabbrica del mondo c’entra poco e niente. Quando il governo di Pechino intitola Made in China 2025 il suo piano per l’industria 4.0, ha in mente altro che prodotti a basso costo con cui saturare i mercati globali. Quel made in China deve assomigliare più al concetto che noi italiani abbiamo del made in Italy, ma con una vocazione tecnologica. “Si andava in Cina perché costava poco”, ricorda Carlo D’Andrea, vice presidente per l’Italia della Camera di commercio sino-europea (EUCCC). “La Cina produce più del 90% dei telefonini, il 60% dei televisori, l’80% dei computer. Ma questo il governo non lo vuole più”. Perciò, nel Paese dell’economia per piani e per numeri simbolici, il Politburo ha varato un programma per l’industria avanzata.

Gli obiettivi

Pechino ha posto traguardi ambiziosi. Il piano Made in China 2025 prevede che tra sette anni il Paese produca il 70% dei robot industriali di cui ha bisogno, l’80% delle macchine ibride o elettriche, il 70% dei dispositivi medici avanzati e l’80% dei componenti per macchinari tecnologicamente avanzati. L’acquisto della tedesca Kuka da parte dei cinesi di Midea per 4,5 miliardi di euro è un esempio delle mosse con cui Pechino sta giocando sulla scacchiera internazionale. L’industria 4.0 è uno degli obiettivi, tanto che tra i dieci punti del piano nazionale ha rilievo l’automazione industriale.

“Oggi la Cina ogni 10 mila lavoratori ha solo 49 robot, mentre il Sud Corea ne ha 500 e la Germania ne ha 300 – prosegue D’Andrea -. Questo fa capire quanto la Cina sia indietro. Il governo vuole arrivare a una media di 350 robot, il che significa che da oggi al 2025 dovranno comprare 600 mila robot all’anno, quando media annuale è di 300 mila”.

L’Italia e l’Europa

“Made in China 2025 ci fa capire che la globalizzazione delle aziende cinesi sarà diretta anche a mercati più sofisticati, come quelli europei”, osserva Sara Marchetta, della Camera di commercio sino-europea. Il programma, aggiunge il vicepresidente dell’ente camerale Massimo Bagnasco, “è un’opportunità ma anche un rischio per nostri mercati interni a livello di concorrenza. I dubbi principali riguardano i fattori di prezzo di alcuni beni, un certo protezionismo e l’applicazione disomogenea di alcune regole sulla proprietà intellettuale”.

In Europa, dove molti governi hanno varato misure per l’industria 4.0, la questione è: quello con la Cina sarà un gioco ad armi pari? Bagnasco non si illude: “Da giugno 2016 la Commissione europea ha sollevato il problema dei rapporti di reciprocità e delle condizioni operative e il tema di settori in cui si può investire, ma da allora osserviamo che il trend non è migliorativo e il nuovo catalogo degli investimenti stranieri pubblicato dal governo cinese non offre nuovi spazi”. La Cina, insomma, continuerà a foraggiare di sussidi statali i settori industriali considerati strategici, pur di superare la concorrenza straniera.

Secondo Diego Andreis, direttore generale di Fluid-o-Tech e presidente del gruppo metalmeccanici di Assolombarda, la risposta deve arrivare da Bruxelles. “Per un singolo Paese è difficilissimo avere un bilanciamento con la Cina – osserva -. Questo deve avvenire a livello europeo, è fondamentale che sul tema degli investimenti si crei un tavolo negoziale con la Cina. E l’Europa deve avere un orizzonte coma la Cina, a medio e lungo termine”.

La nuova Silicon Valley

L’avanzamento tecnologico della Cina è già ben più avanti di quanto l’immaginario collettivo occidentale possa pensare. Filippo Fasulo, coordinatore del centro studi della Fondazione Italia-Cina, spiega che “Shenzhen ha numeri di crescita di innovazione impressionanti”. Tanto che nell’ultimo numero del focus che la Fondazione pubblica con l’Istituto di studi di politica internazionale il Guangdong viene descritto come la nuova Silicon Valley.

Un esempio lampante è la penetrazione del fintech. “Le tecnologie di pagamento via smartphone in Cina sono molto diffuse e Shenzhen è la capitale dell’uso di questi elementi”, precisa Fasulo. Il centro studi della Fondazione calcola che nel gigante asiatico la penetrazione dei pagamenti digitali è del 69%, contro il 42% degli Stati Uniti e una media globale del 33%.


Luca Zorloni

Cronaca ed economia mi sono sembrate per anni mondi distanti dal mio futuro. E poi mi sono ritrovato cronista economico. Prima i fatti, poi le opinioni. Collaboro con Il Giorno e Wired e, da qualche mese, con Innovation Post.

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