L’impatto della quarta rivoluzione industriale sul mercato del lavoro

Tra i 5 maggiori paesi europei, l’Italia mostra il più basso livello di diffusione delle competenze digitali. Ciononostante nel 2016 l’incidenza delle professioni ICT sull’occupazione totale è stimata al 3,3%, una quota solo lievemente inferiore a quella di Francia e Germania. A crescere maggiormente, nel periodo 2011-2016 è il peso delle professionalità dirigenziali o altamente qualificate sul totale dell’occupazione in professioni ICT, salito dal 23% al 30,9%.

Sono alcuni dei numeri sull’impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale evidenziati ieri dal Presidente dell’ISTAT Giorgio Alleva nel corso dell’audizione tenutasi presso la Commissione “Lavoro, previdenza sociale” del Senato della Repubblica.

Qui di seguito pubblichiamo in versione integrale il testo dell’audizione. I grassetti sono a cura della nostra redazione. Qui potete scaricare i grafici dell’allegato alla relazione di Alleva.

Indice

  1. Introduzione
  2. L’informazione statistica sulle imprese e la strategia Industria 4.0
  3. La dinamica recente delle professioni
  4. Le competenze digitali e la formazione in Italia
  5. Il miglioramento dell’offerta statistica sul lavoro e sulle professioni

1. Introduzione

In questa audizione mi soffermerò su diversi temi di interesse della Commissione, sottolineando alcune delle sfide che la digitalizzazione dell’economia pone al futuro del lavoro.

Sulla natura dei cambiamenti tecnologici in atto l’Istat ha avviato alcuni progetti di ricerca dal lato delle imprese, basati sull’utilizzo integrato di numerose fonti, statistiche e amministrative, i cui risultati sono previsti in autunno; sono state anche programmate, nell’ambito delle consuete rilevazioni e dei futuri censimenti permanenti, alcune linee di approfondimento che nei prossimi anni potranno fornire utili indicazioni sull’integrazione delle nuove modalità di produzione nel sistema delle imprese.

I cambiamenti associati agli sviluppi delle tecnologie dell’informazione – tra cui l’automazione di mansioni non ripetitive, finora di esclusiva competenza umana – rappresentano la principale trasformazione in atto nei sistemi produttivi dei paesi avanzati. Il loro impatto sull’economia si sovrappone e interagisce con i cambiamenti demografici (l’invecchiamento della popolazione e le migrazioni) e l’azione della globalizzazione (frammentazione e ricomposizione dei processi produttivi, lo sviluppo di filiere globali del valore, la maggiore integrazione tra manifattura e servizi) nel modificare la domanda di lavoro e i profili di competenze richiesti.1

In questa audizione, dopo aver richiamato brevemente il piano Industria 4.0, esaminerò l’evoluzione recente delle professioni, così come emerge dalla Rilevazione sulle forze di lavoro, e la diffusione delle competenze digitali fra i lavoratori e la popolazione, a partire dai dati della Rilevazione sull’uso delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione da parte di famiglie e individui.

Nell’ultimo paragrafo, infine, spenderò alcune parole sui miglioramenti dell’informazione statistica sul tema delle professioni, necessari a poter disporre in futuro di un quadro più dettagliato sui mutamenti, anche di natura qualitativa, del mercato del lavoro.

2. L’informazione statistica sulle imprese e la strategia Industria 4.0

A novembre 2015 il Ministero dello Sviluppo Economico ha presentato un documento dal titolo “Industria 4.0, la via italiana per la competitività del manifatturiero”, con l’obiettivo di fare della trasformazione digitale dell’industria un’opportunità per la crescita della competitività e dell’occupazione.

Nel dicembre scorso, secondo le linee del documento, il governo ha previsto, nella legge di bilancio per il 2017-2019, specifiche misure di incentivo all’acquisto di macchinari e robot finalizzati all’innovazione digitale nei processi dell’industria, lungo alcune principali direttrici di sviluppo: l’utilizzo dei dati, la potenza di calcolo e la connettività, lo sviluppo dell’interazione tra uomo e macchina, il passaggio dal digitale al “reale”; tutti cambiamenti destinati ad avere nel tempo un impatto significativo sui modi e le possibilità di produzione.

Si tratta di ambiti di intervento significativi da un punto di vista strategico, tanto più se si considera il persistente ritardo del nostro sistema produttivo rispetto alle altre maggiori economie europee nei livelli di investimento, nella dinamica della produttività del lavoro, nell’intensità ancora modesta dell’attività di ricerca e sviluppo nelle imprese.

A ciò si unisce la stretta relazione fra la specificità del sistema produttivo italiano, con un peso economico relativamente elevato di imprese di piccole e piccolissime dimensioni, e la capacità di introdurre innovazioni digitali. Al di là del rapporto più o meno diretto tra competitività, potenziale di crescita economica e struttura dimensionale dell’apparato produttivo, ciò che sembra rilevante è il fatto che le innovazioni digitali, per essere pervasive, debbano essere accessibili a unità economiche poco complesse dal punto di vista organizzativo, di piccole dimensioni e con disponibilità limitate di risorse economiche e manageriali.

“Industria 4.0” interessa, in modo trasversale, tutti i settori e le diverse tipologie dimensionali di impresa, e coinvolge aspetti di carattere tecnologico e organizzativo mutevoli, che i tradizionali schemi di rilevazione e misurazione statistica riescono a cogliere con fatica e, spesso, con ritardo. Per questa ragione, negli ultimi anni, gli organi di statistica ufficiale hanno rafforzato l’impegno per aggiornare e potenziare la propria capacità di misurazione della diffusione delle nuove tecnologie. A livello internazionale (presso Eurostat e OECD) sono in corso alcune iniziative, cui l’Istat sta attivamente partecipando, finalizzate, in particolare, a rilevare l’utilizzo delle tecnologie digitali nelle diverse fasi dei processi produttivi: la progettazione, lo sviluppo dei prototipi, la produzione in serie e i servizi alla produzione. Un modulo ad hoc è programmato nell’ambito della rilevazione sull’utilizzo delle tecnologie ICT nelle imprese (con particolare riferimento a Stampanti 3D e robotica; il rilascio dei dati è previsto per dicembre 2018). Risultati di più ampia portata informativa potranno essere ottenuti, invece, nell’ambito dei prossimi censimenti economici permanenti.

Alcune indicazioni relative alla diffusione delle nuove tecnologie a livello microeconomico possono essere tratte dall’indagine sulla fiducia delle imprese manifatturiere e dei servizi di mercato. Nel modulo somministrato a dicembre 2016, è stato chiesto alle imprese quali strategie hanno adottato nel corso del 2016 al fine di migliorare la propria competitività, e quali prevedono di adottare nel corso del 2017.

In un contesto nel quale le risposte hanno sottolineato l’importanza della qualità dei prodotti e dell’innovazione nella manifattura, e della qualità e del contenimento dei prezzi di vendita nei servizi, le imprese dei comparti manifatturieri che prevedono di adottare (o incrementare), durante il 2017, le tecnologie ICT promosse dal piano Industria 4.0 (CRM, SCM, ERP2, additive manufacturing, cloud internet, machine-to-machine ecc.) sono ancora relativamente poche: in particolare, le risposte positive superano quelle negative in 6 settori su 22 (autoveicoli, elettronica, apparecchiature elettriche, farmaceutica, metallurgia e macchinari). Negli autoveicoli, in particolare, prevedono di utilizzare questo tipo di tecnologie due terzi delle imprese. Occorre segnalare che, nel 2016, la diffusione dell’adozione delle tecnologie di Industria 4.0 è risultata però meno frequente: il saldo positivo riguarda soltanto due settori, apparecchiature elettriche e autoveicoli.

Nei servizi di mercato le imprese che prevedono di adottare o incrementare le tecnologie ICT nel corso del 2017 sono più numerose: il saldo tra risposte positive e negative è positivo in 10 settori su 26, in particolare nei servizi postali e di corriere, nella consulenza informatica e nelle telecomunicazioni, e nel comparto della ricerca e della selezione di personale. Anche in questo caso, si registra un (lieve) progresso rispetto al 2016.

Si tratta di segnali che testimoniano l’impegno del nostro sistema produttivo verso l’aggiornamento tecnologico, tuttavia ancora non pienamente diffuso e pervasivo.

Particolarmente importanti per promuovere l’adozione delle nuove tecnologie sono gli investimenti in infrastrutture digitali. Se negli ultimi venti anni la quota di imprese che hanno accesso a tali infrastrutture è aumentata, da un lato persistono ancora ampi divari tra le imprese, dall’altro sembrano esserci ampi guadagni potenziali di produttività associati, soprattutto per le piccole imprese, ad un maggiore uso di tecnologie della comunicazione consentito da un miglioramento delle infrastrutture.3

3. La dinamica recente delle professioni

L’andamento occupazionale delle professioni tra il 2011 e il 2016 riflette, almeno in parte, l’impatto della crisi sul sistema produttivo, ma offre comunque alcune indicazioni sull’evoluzione della domanda di lavoro e i cambiamenti nel tipo di competenze richieste dal mercato.

Si ricorda anzitutto che, nell’intero periodo considerato, l’occupazione è cresciuta di 160 mila unità, sintesi di una diminuzione dell’occupazione fra il 2011 e il 2013 (-408 mila) e un aumento di 567 mila unità nel triennio successivo.

Gli andamenti dei gruppi professionali, definiti sulla base della classificazione nazionale delle professioni (CP2011), mostrano dinamiche eterogenee. L’occupazione è cresciuta nelle professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (+403mila), nelle professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (+330mila), ma è al tempo stesso aumentata anche nelle professioni non qualificate (+268mila); variazioni negative si sono invece osservate nel gruppo degli artigiani, operai specializzati e agricoltori (-579mila) e in quello delle professioni esecutive nel lavoro d’ufficio (-106mila). Gli altri gruppi hanno osservato variazioni negative, seppure di minore intensità.

Considerando le 221 categorie professionali al di sopra dei 20 mila occupati4, si identificano 27 professioni “vincenti” (con variazioni positive dell’occupazione superiore alle 20mila unità, per un aumento complessivo di 1,6 milioni di occupati) e 24 professioni “perdenti” (con variazione negativa del numero di occupati superiore alle 20mila unità; per una diminuzione complessiva di poco più di 1 milione di occupati).

Tra le “vincenti” compaiono professioni come gli addetti all’assistenza delle persone, il personale addetto all’imballaggio e al magazzino, i commessi alle vendite al minuto e diverse professioni legate alla ristorazione; e professioni più specializzate, come gli addetti agli affari generali (a supporto di singoli aspetti delle procedure di pianificazione, progettazione, amministrazione e gestione di un’impresa o di un ente), i tecnici della produzione manifatturiera, gli analisti e i progettisti di software, gli specialisti nei rapporti con il mercato e nel marketing, alcune professioni sanitarie riabilitative (podologi, fisioterapisti, etc.) e quelle qualificate nei servizi sanitari e sociali.

Tra le professioni “perdenti” si trovano figure legate alla crisi delle costruzioni (muratori in pietra, manovali, personale non qualificato dell’edilizia civile e professioni assimilate) e professioni associate prevalentemente a mansioni di ufficio (ad esempio, i contabili, gli addetti alla funzione di segreteria, il personale addetto a compiti di controllo e verifica, gli addetti all’immissione di dati).

Utilizzando le informazioni sui livelli di competenza disponibili nell’indagine Istat-Isfol sulle professioni del 2012, è possibile riaggregare le categorie professionali in quattro classi, in grado di rendere conto dei cambiamenti nella domanda di competenze5: (1) le specializzate tecniche, ovvero professioni qualificate in ambito tecnologico e scientifico, caratterizzate da competenze intellettuali-gestionali (risoluzione di problemi e analisi di sistemi) e tecnico-meccaniche; (2) le specializzate non tecniche, intellettuali ma con scarse competenze tecnologiche; (3) le tecniche operative, di carattere manuale con competenze nell’utilizzo di macchinari e attrezzature; (4) le elementari, caratterizzate da un livello di qualificazione complessivamente basso. Integrando tali informazioni con i livelli occupazionali della Rilevazione sulle forze di lavoro, è possibile identificare la consistenza di questi gruppi in termini di occupati. Nel 2016, le professioni specializzate tecniche assorbivano il 12,6% dell’occupazione, le specializzate non tecniche il 32,3%, le tecniche operative il 19,3% e le elementari il 35,8%. Il dato, particolarmente significativo, è che, nel periodo fra il 2011 e il 2016, si è avuta una riduzione delle professioni tecniche operative (-222mila occupati) e una crescita di simile intensità nelle professioni elementari (+215mila) e in quelle specializzate (+171mila).

Un altro dato che descrive i cambiamenti in atto nel mercato del lavoro è la variazione nel tempo della consistenza dell’occupazione in professioni ICT (aggregando le figure professionali che si occupano dello sviluppo, la manutenzione o il funzionamento di sistemi ICT e per le quali le ICT sono la parte principale del proprio lavoro).6

Come nel resto d’Europa, l’andamento dell’occupazione nelle professioni ICT è stato in Italia più favorevole di quello dell’occupazione nel suo complesso, anche durante la crisi. In Italia, gli occupati in questo aggregato di professioni sono stimati nel 2016 in 750mila persone, in aumento del 4,9% nell’ultimo anno (rispetto al +1,3% nel complesso dell’occupazione) e di oltre il 12% rispetto al 2011 (rispetto al +0,7% dell’occupazione totale). Si tratta di dinamiche che segnalano la presenza di un trend strutturale che va oltre le dinamiche cicliche.

L’incidenza sull’occupazione totale è stimata al 3,3%, una quota solo lievemente inferiore a quella di Francia e Germania che, nel 2015, registravano incidenze rispettivamente del 3,6% e del 3,7%.

Inoltre, tra il 2011 e il 2016, è cresciuta all’interno delle professioni ICT la rilevanza di quelle dirigenziali e tecniche ad elevata qualificazione (ingegneri elettronici e delle telecomunicazioni, analisti e amministratori di sistema, specialisti di Rete e della sicurezza informatica): il loro peso sul totale dell’occupazione in professioni ICT è salito dal 23% al 30,9%.

La quota di professionisti ICT è molto diversa tra i diversi settori: raggiunge il 60% dell’occupazione nell’ambito dei servizi di informazione e comunicazione e quasi il 20% nella fabbricazione di prodotti elettronici e strumenti di misura (attività economiche che comprendono la maggior parte del settore ICT). Nel complesso, più della metà degli occupati in professioni ICT risulta impiegata in settori non-ICT, a dimostrazione della pervasività delle nuove tecnologie.

4. Le competenze digitali e la formazione in Italia

Un requisito fondamentale per cogliere i benefici dei cambiamenti tecnologici è l’adeguatezza delle competenze digitali.7

In Italia, rispetto all’insieme dell’Unione europea (Ue28), la percentuale delle forze di lavoro (occupati o disoccupati) con competenze digitali elevate è considerevolmente inferiore (il 23% contro il 32%), e il divario è ancora maggiore quando si considera l’insieme della popolazione in età di lavoro. Tra i 5 maggiori paesi europei, l’Italia mostra il più basso livello di diffusione delle competenze digitali.

L’età resta un fattore importante ma non decisivo nello spiegare i divari: i giovani 16-24enni hanno livelli avanzati quasi nel 40% dei casi. Un altro fattore discriminante è il grado di istruzione, anche se sono poco meno della metà (47,6%) i laureati con competenze digitali elevate che usano la Rete. Gli internauti hanno competenze digitali più avanzate nell’ambito della comunicazione (64,9%) e dell’informazione (64,6%) rispetto alla capacità di risolvere problemi (50,6%) e di manipolare o veicolare contenuti digitali (49,2%) (in quest’ultimo ambito, però, l’Italia mostra un divario con il resto d’Europa meno accentuato). Solo una minoranza ha un livello di competenza elevato per tutti i domini.

La formazione e l’apprendimento rappresentano una scelta obbligata per lavoratori e imprese.

Secondo i dati della Rilevazione sulle Forze di Lavoro, nel 2016, in Europa, oltre un adulto su dieci (il 10,8%) fra i 25 e i 64 anni ha partecipato a iniziative formative nelle ultime 4 settimane.8 I tassi di partecipazione fra i paesi mostrano una notevole variabilità, con i valori più elevati osservati nei paesi scandinavi (Finlandia, Svezia, Danimarca). L’Italia, con l’8,3%, si attesta al di sotto della media europea. Fra gli individui in possesso al più del titolo secondario inferiore, la quota di quanti hanno partecipato ad attività formative scende addirittura al 2,3% (rispetto al 4,2% dell’Ue28). Oltre al livello di istruzione, influiscono sulla partecipazione alla formazione lo status occupazionale (9,1% fra gli occupati, 6,8% fra i non occupati) e l’età (la partecipazione diminuisce al crescere dell’età passando dal 15,1% nella fascia 25-34 anni al 4,3% in quella 60-64). Si osserva, inoltre, una partecipazione più frequente alla formazione per i lavoratori che operano nei settori le cui produzioni sono a maggiore contenuto tecnologico. Nei settori high-tech del manifatturiero, la quota risulta pari all’11%, mentre nei settori più avanzati dei servizi la percentuale sale al 15%. Si tratta comunque di valori superiori di diversi punti percentuali a quelli osservati nel 2008.9

Come hanno già messo in evidenza diverse organizzazioni intervenute in Commissione, le opportunità offerte dai cambiamenti tecnologici sono legate allo sviluppo di competenze specifiche complementari allo sviluppo dell’economia digitale e, più in generale, all’aggiornamento delle competenze dei lavoratori, in particolar modo dei meno istruiti, spesso meno coinvolti nei processi formativi.

Per quanto riguarda l’utilizzo delle tecnologie digitali da parte delle imprese, l’Italia si sta avvicinando alla media europea. Permane tuttavia un divario nello sfruttamento delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie nell’organizzazione d’impresa e, in particolare, nel commercio elettronico. L’Italia è il Paese europeo con la percentuale più elevata d’imprese – quasi un terzo, contro il 22% per l’insieme dell’Unione – che ritiene non valga la pena sostenere i costi di vendere online, perché non ripagati dai benefici. La debolezza dell’offerta e della domanda tendono quindi a influenzarsi reciprocamente.

5. Il miglioramento dell’offerta statistica sul lavoro e sulle professioni

Il supporto dell’informazione statistica ufficiale all’analisi dell’evoluzione a breve e a lungo termine delle forme e delle declinazioni del lavoro rappresenta una sfida importante per l’Istat e le linee innovative che abbiamo adottato negli ultimi anni potranno garantire nel tempo una piena valorizzazione del potenziale informativo disponibile sul lavoro, soprattutto sfruttando le fonti amministrative disponibili.

In questa direzione, vorrei ricordare l’accordo firmato il 22 dicembre 2015 con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Inps e l’Inail, a cui in questi giorni si aggiunge significativamente l’Anpal, finalizzato a rispondere alla domanda di informazione statistica sul mercato del lavoro e sull’attuazione delle politiche, valorizzando l’intero patrimonio informativo disponibile.10

Sul piano dei possibili miglioramenti, in particolar modo rispetto al tema dei cambiamenti del lavoro e nelle professioni, un vantaggio significativo potrebbe provenire dall’inserimento della professione nella modulistica previdenziale Uniemens INPS, compilata ogni mese da tutti i datori di lavoro, e già utilizzata ampiamente dal sistema statistico nazionale.

Vanno inoltre valutate con attenzione le potenzialità informative del nuovo Libretto Unico del Lavoro Telematico (LUL-T), che ha sostituito i libri paga e matricola e gli altri libri obbligatori dell’impresa. A partire dal 1° gennaio 2018 tutti i datori di lavoro privati (con la sola eccezione delle famiglie per il lavoro domestico) saranno obbligati alla tenuta e alla trasmissione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali del LUL-T, che conterrà molti dati sul lavoratore dipendente, collaboratore o associato e sulla posizione lavorativa ricoperta, comprese diverse informazioni retributive e sugli orari provenienti dalle buste paga. Prima dell’emanazione del decreto attuativo con cui realizzare “l’interoperabilità, la tenuta, l’aggiornamento e la conservazione dei dati contenuti nel libro unico del lavoro” da parte del Ministero del lavoro è oltremodo opportuna la definizione congiunta dei contenuti informativi del LUL-T con l’Istat, già prevista dalla normativa, per disporre di nuove informazioni a costo zero, riducendo l’onere statistico sui datori di lavoro e consentendo, in prospettiva, di azzerare alcune rilevazioni statistiche obbligatorie.

Segnalo infine che in Istat sono stati recentemente attivati un progetto di ricerca e una Commissione inter-istituzionale, con l’impegno di esperti interni ed esterni all’Istituto (provenienti da Banca d’Italia, Banca Mondiale e diverse università italiane), con l’obiettivo di ampliare l’informazione statistica e le analisi sulla disuguaglianza e la polarizzazione della struttura occupazionale e delle retribuzioni. Si tratta di progetti che potranno trovare nuovi elementi informativi e opportunità di analisi dall’integrazione delle fonti amministrative disponibili tra datore di lavoro e dipendenti.

 


NOTE

1Come recentemente ricordato nel corso dell’Audizione del 6 luglio 2017 alla I Commissione “Affari Costituzionali della Presidenza del Consiglio e interni” della Camera dei Deputati nel corso dell’esame delle due proposte di legge costituzionale (C.3478 e C.3858), le previsioni demografiche più recenti per l’Italia confermano il proseguimento e l’accentuazione dell’invecchiamento della popolazione e la progressiva riduzione della popolazione attiva, che incideranno inevitabilmente sugli equilibri di lungo periodo del mercato del lavoro e del sistema di welfare.

2 CRM – Customer Relationship Management, SCM – Supply Chain Management, ERP – Enterprise Resource Planning.

3 I guadagni di produttività che le imprese – in particolare la numerosissima platea di aziende con 3-9 addetti – avrebbero dall’introduzione di una banda larga a velocità superiore rispetto a quella già presente nel territorio, risulterebbero essere particolarmente significativi. In un esercizio econometrico realizzato per il Rapporto Annuale 2015 sono stati valutati gli aumenti di produttività del lavoro (in termini di valore aggiunto per addetto) che si osserverebbero nelle circa 250 mila imprese (che occupano nel complesso oltre 1,2 milioni di addetti) operanti nelle aree “bianche” e “bianche dirette” (15) qualora in tali aree si effettuasse un intervento di copertura con banda ultralarga per l’intera popolazione. Un intervento di copertura totale nelle aree “bianche” o “bianche dirette” porterebbe a un aumento della produttività compreso tra i circa 3.700 euro per addetto nei settori industriali e gli oltre 8 mila euro per addetto nei servizi diversi dal commercio. Questi ultimi (che comprendono la maggior parte delle imprese e degli addetti) sono anche i comparti che beneficerebbero maggiormente, in termini di valore aggiunto, dell’intervento infrastrutturale (+23 per cento), seguiti dal settore delle costruzioni (+11 per cento) e, infine, da quelli del commercio e dell’industria in senso stretto (entrambi con un aumento di valore aggiunto pari al 9 per cento). Dal punto di vista territoriale, a beneficiare maggiormente di una copertura totale della banda ultralarga sarebbero le “aree bianche” delle regioni del Centro-nord, con aumenti di valore aggiunto compresi tra il 16 per cento in Valle d’Aosta e l’11 per cento nelle Marche, mentre nel Mezzogiorno si avrebbero aumenti più contenuti compresi tra il 7 per cento in Sicilia e il 10 per cento in Campania e Calabria.

4 Sono state escluse le professioni svolte nell’ambito delle forze armate.

5 Per approfondimenti si veda Istat, Rapporto Annuale 2015. Sono state escluse le professioni svolte nell’ambito delle forze armate.

6 Si veda Istat, Cittadini, imprese e ICT (2016).

7 Dal 2015 la Commissione Europea, in accordo con gli Istituti nazionali di statistica, ha adottato una nuova metodologia per misurare le competenze digitali degli individui. L’obiettivo è misurare la percezione degli individui che si sono connessi ad Internet negli ultimi 3 mesi rispetto alla loro capacità di svolgere alcune attività che definiscono quattro domini di competenze considerati dal “Digital Competence Framework” (information skill, communication skill, problem solving skill e software skills for content manipulation).

Information skill: la capacità di identificare, localizzare, recuperare, archiviare, organizzare e analizzare le informazioni digitali, e giudicare se sono rilevanti rispetto al proprio scopo. Comunication skill: la capacità di comunicare in ambienti digitali, condividere le risorse attraverso strumenti online, collaborare attraverso strumenti digitali, interagire e partecipare alla comunità in Rete. Problem solving skill: risolvere problemi tecnici, aggiornare le proprie e le altrui competenze. Software skills for content manipulation: creare contenuti attraverso l’elaborazione di testi, immagini e video; integrare e rielaborare i contenuti già pubblicati; produrre forme espressive creative, essere a conoscenza e applicare i diritti di proprietà intellettuale (link: ftp://ftp.jrc.es/pub/EURdoc/JRC83167.pdf).

8 L’indicatore è calcolato come percentuale della popolazione in età 25-64 anni che ha ricevuto istruzione o formazione nelle quattro settimane precedenti l’intervista. Le informazioni raccolte si riferiscono all’istruzione regolare (detta anche “formale”) e a tutte le attività formative “non formali”, indipendentemente dalla rilevanza di queste sul lavoro attuale o futuro del rispondente. Sono escluse le attività rivolte all’autoapprendimento. Nel 2016 il calcolo dell’indicatore ha subito una trascurabile modifica che ha tuttavia portato alla revisione delle serie storiche.

9 E’ in corso di svolgimento (siamo nella fase di raccolta dati) la seconda edizione dell’Indagine europea Adult Education Survey (in Italia “Formazione degli adulti”) che raccoglie informazioni sulla partecipazione degli adulti (18-74 anni) ad attività e corsi di istruzione e formazione, sia di tipo formale sia non-formale e informale (così definite dalla classificazione internazionale CLA – Classification of Learning Activities, prodotta da Eurostat per rispondere alla necessità di sviluppare strumenti per la misurazione del life long learning). Il campione è di circa 18.000 individui e le stime saranno a livello regionale. Sono inoltre rilevate, in apposite sezioni, informazioni sull’uso di PC e di Internet, sui dialetti e sulla partecipazione sociale e culturale.

10 L’Accordo, collocando nel contesto della statistica ufficiale la costruzione del “Sistema Informativo Statistico del Lavoro”, apre nuove opportunità per il processo di integrazione tra fonti statistiche censuarie, campionarie ed archivi amministrativi; per la condivisione di concetti e classificazioni; per lo sviluppo di metodologie adeguate alla produzione del dato statistico; per la costruzione di indicatori di carattere strutturale e congiunturale in grado di fornire segnali informativi coerenti sul mercato del lavoro; per la costruzione di basi dati micro standardizzate da mettere a disposizione del mondo della ricerca; per la diffusione periodica, coordinata e integrata di dati e indicatori statistici strutturali e congiunturali di elevata qualità. I primi risultati indicano che il percorso intrapreso è fruttuoso: la “Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione”, un prodotto integrato diffuso ormai regolarmente sui siti web delle istituzioni coinvolte ha arricchito lo spettro delle informazioni congiunturale offerte, valorizzando i punti di forza dei diversi indicatori all’interno di un quadro settoriale, definitorio e classificatorio armonizzato e coerente. Per soddisfare l’esigenza di una lettura strutturale integrata e coerente del mercato del lavoro, entro l’anno sarà diffuso anche un altro prodotto condiviso di approfondimento ed analisi, il Rapporto Annuale sul Lavoro che includerà anche l’analisi delle professioni sui dati delle Comunicazioni Obbligatorie e delle forze di lavoro. Inoltre, è in corso, coerentemente con lo sviluppo dei registri tematici del lavoro interni all’Istat, la progettazione del SISL, la nuova base informativa integrata sul lavoro, lo strumento principale per rispondere in modo condiviso alle sfide conoscitive su questi temi.

 


Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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