Il professor Michele Tiraboschi dell’Università di Modena e Reggio Emilia e Francesco Seghezzi, Senior Fellow di Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi nel 2000 per promuovere studi e ricerche nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro, hanno pubblicato un lavoro nel quale si analizza in chiave giuslavoristica e di impatto sul sistema italiano di relazioni industriali le complesse sfide aperte da Industria 4.0 e, più in generale, dalla digitalizzazione del lavoro. L’obiettivo dichiarato del lavoro è indicare quali possono essere le leve di azione e gli ambiti di riflessione per governare il cambiamento in atto mettendo al centro la persona che lavora e non la tecnologia con cui si lavorerà in futuro, cioè

contribuire alla costruzione di una visione dello scenario più autentico, al di là delle mode del momento, di Industria 4.0 e delle dinamiche ad esso connesse, quelle già oggi visibili e quelle ipotizzabili in una prospettiva di medio periodo. Una visione che, pur non sottovalutando il ruolo indiscutibile della tecnica e della tecnologia, rimetta al centro della riflessione il ruolo della persona – e della persona che lavora – nei nuovi processi di produzione e con esso affermi una rinnovata consapevolezza della funzione storica e politica di quel ramo dell’ordinamento giuridico ricondotto sotto l’espressione “diritto del lavoro” non solo come diritto distributivo di tutele e risorse ma anche, e prima ancora, come diritto della produzione.

Lo studio è stato condotto nell’ambito del progetto di ricerca “Industry 4EU – Industry 4.0 for the future of manufacturing in the European Union”, finanziato dalla Commissione europea e promosso da Federmeccanica in collaborazione con Adapt e altre tre realtà internazionali: il Council of European Employers of the Metal, Engineering and Technology (BE), la Nordbildung (DE)e la Chamber of Commerce and Industry of Slovenia (SI).

Il documento è disponibile in versione integrale consultabile e scaricabile a questo indirizzo e consta di circa quaranta pagine.

 

Gli autori muovono dalla convinzione che

Lungi dall’essere un fenomeno meramente tecnico e ingegneristico, il sistema di produzione e consumo riconducibile alla espressione “Industria 4.0” impone oggi molto di più di un definitivo e radicale superamento, invero già intuito sul volgere del secolo scorso, delle c.d. “regole aristoteliche” del diritto del lavoro e cioè «l’unità di luogo-lavoro (il lavoro nei locali dell’impresa), di tempo-lavoro (il lavoro nell’arco di una sequenza temporale unica), di azione-lavoro (un’attività mono professionale)».

Non manca una critica all’impostazione generale del piano, troppo incentrato su una visione della produzione non più attuale.

Sorprende invero la concentrazione pressoché totale del “Piano nazionale Industria 4.0” del Governo italiano sulla produzione manifatturiera e sulla fabbrica in un momento storico nel quale, proprio grazie all’internet delle cose, industria e servizi sono sempre più interconnessi tra loro dando origine a modelli di business, mercati, processi, prodotti e dinamiche del consumo non solo nuovi ma anche integrati. Manca insomma metà del ragionamento rispetto a quello che sarà la Quarta rivoluzione industriale, che non è certo l’automazione dei processi produttivi (che esiste da anni nelle moderne fabbriche) ma l’interazione costante e circolare, grazie a sensori e piattaforme interconnesse sulla rete internet, tra ricerca, progettazione, produzione, servizi e consumi, che incide sui fattori della produzione e sulle logiche della domanda in termini di condivisione e di reciprocità (sharing economy) rispetto ai vecchi processi (automatizzati o meno) di produzione industriale e di utilizzo dei beni. La nostra impressione, in altri termini, è che il piano sia condizionato da una idea vecchia di supply chain (ma a ben vedere anche di value chain), che, seppure posizionata su una dimensione non più nazionale ma globale, viene ridotta a una questione di fabbriche, macchine, tecnologie abilitanti.

E poi

Nel “Piano nazionale” del Governo italiano sembra in effetti mancare un approccio olistico al tema di Industria 4.0 che aiuti a comprendere il superamento della autosufficienza della fabbrica (ma anche degli spazi allargati del vecchio modo di fare impresa come i distretti industriali, i poli tecnologici, i cluster, i parchi scientifici e le reti di impresa per come sono attualmente configurate) nei processi produttivi e di creazione di valore.

Ma come cambia il lavoro? Una considerazione interessante è questa

La complessità delle tecnologie e degli ambienti di lavoro genera, da un lato, una inversione del rapporto di dipendenza data dal fatto che la conoscenza posseduta dal lavoratore è spesso più profonda e dettagliata di quella dell’imprenditore. Il valore, dall’altro lato, non è più prodotto unicamente dalla macchina e quindi del dipendente che la conduce e la controlla, ma è piuttosto da ritrovarsi nell’apporto della persona stessa, non nella sua dimensione strumentale. Ne consegue che cambia la natura della prestazione regolata e definita dal contratto, incidendo profondamente sulla idea per la quale lo scambio negoziale avviene tra salario e tempo di lavoro del prestatore, aprendo lo spazio per un rapporto di collaborazione che può fondarsi sulla corresponsabilità o anche sulla compartecipazione dei risultati o degli utili secondo forme più o meno spinte di partecipazione economica e di partecipazione ai processi decisionali.

Nello studio c’è poi spazio anche per parlare di Centri di competenza, Jobs Act, dell’ipotesi del reddito di cittadinanza, degli orari di lavoro e di molti altri temi. Una lettura insomma davvero consigliata e interessante per tutti, non solo per i giuslavoristi.

 

Innovation Post

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