Vincenzo Colla, segretario Cgil delegato all'innovazione (Simona Caleo/Cgil)

Gli incentivi della formazione 4.0 viaggiano ormai verso un contributo delle spese al 40%, per un contributo massimo di 300mila euro e relativo ai costi sostenuti nel solo 2018. Questo ormai è il quadro che si delinea dalla bozza della legge di bilancio del 2018. La formazione è uno dei nodi del confronto sui fondi da destinare alla fase due del piano Industria 4.0. D’altronde, è ritenuta fondamentale per aggiornare le competenze dei lavoratori, garantire competitività alle imprese e completare gli investimenti in macchine delle fase. Altrimenti il rischio è di avere un’automobile dai motori ruggenti senza patente per guidarla.

“Ma c’è un fatto importante”, aggiunge Vincenzo Colla, segretario confederale della Cgil con delega all’innovazione: “Quegli sgravi li vai a prendere con un’intesa di tipo sindacale. Serve un accordo sindacale. Al tavolo dell’industria 4.0 come sindacati abbiamo preteso un modello di partecipazione dei lavoratori, dato che sono soldi pubblici e sono destinati alle competenze dei lavoratori stessi”.

Un aiuto ai più deboli

“Dobbiamo riconvertire le persone più deboli, che rischiano di andare fuori dal mercato del lavoro, o per analfabetismo digitale o per le competenze che possiedono”, precisa Colla. “Per questo serve capire cosa si vuol fare attraverso il vincolo contrattuale. Abbiamo chiesto di contrattarla perché non possiamo continuare a farla solo per le élite delle competenze digitali. Nel caso delle piccole imprese dobbiamo capire come si può contrattare”.

L’obiettivo è, spiega il sindacalista, “dove c’è una rsu, condividere con l’impresa il fabbisogno e fare uno screening delle figure a cui dare una priorità alta. Occorre avere una scala della priorità dei dipendenti nella formazione”. Per Colla, inoltre, bisogna mutuare modelli di riconversione che hanno già funzionato, come quelli degli edili o dei chimici.

Il ruolo del contratto aziendale

“Con la contrattazione di secondo livello vogliamo far entrare l’innovazione nei processi produttivi, ma vogliamo investimenti che abbiano significato e senso”, precisa il segretario della Cgil. “Se fai questi investimenti si alza a tal punto la produttività che precipita sui lavoratori, quindi prima contrattiamo investimenti che non abbiano un impatto negativo sui lavoratori. Il valore aggiunto che ne deriva deve migliorare le condizioni di lavoro e aiutare a consolidare i lavoratori precari”, aggiunge Colla.


“È giunto il momento di calibrare i tempi di lavoro e i tempi di vita. Vogliamo che la formazione sia fatta in orario lavoro. Se ci sono risorse pubbliche, la formazione deve essere fatta in orario di lavoro, quindi concordiamo un’operazione sugli orari intelligenti”, incalza il sindacalista.

Il ruolo del competence center

Colla guarda al ruolo che i futuri competence center giocheranno nella formazione 4.0: “I competence center devono avere una connotazione di istruzione”. E aggiunge: “Abbiamo chiesto di definire cabine di regia regionali per capire cosa avviene a livello di formazione e di spesa a livello locale. Non è sufficiente fare industria 4.0 a livello nazionale, occorre monitorare gli sgravi e la formazione anche a livello locale, individuare le buone pratiche e farle diventare patrimonio comune. Il ministro Calenda si è detto disponibile ma occorre coinvolgere la conferenza Stato-Regioni, visto che quest’ultime hanno loro stesse competenze sulla formazione, per avere ridondanza sulle risorse”.


Luca Zorloni

Cronaca ed economia mi sono sembrate per anni mondi distanti dal mio futuro. E poi mi sono ritrovato cronista economico. Prima i fatti, poi le opinioni. Collaboro con Il Giorno e Wired e, da qualche mese, con Innovation Post.

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