Le aziende italiane individuano nella “capacità di innovare e di innovarsi” ciò che contraddistingue i settori veramente strategici per il paese. Ciononostante il 22% delle aziende italiane del settore manifatturiero non ha ancora attivato né pianificato attività in ambito Industria 4.0 e il restante 78% che lo ha fatto si è concentrata prevalentemente su attività a bassa complessità. Le competenze? Servono, ma sono in pochi ad aver attivato dei team dedicati alla digital transformation. Sono queste alcune delle risultanze che emergono dallo studio “Il futuro della produttività. Diffusione e impatto di Industria 4.0” realizzato congiuntamente da Ipsos e Boston Consulting Group sulla base di una serie di domande rivolte a un campione di 170 aziende appartenenti a oltre 20 diversi settori industriali, con presenze significative da Tecnologia (23%), Macchinari e Componentistica (21%) e Fashion (19%).

Alla luce di questi dati, emerge “una perplessità da parte della piccola-media impresa italiana che ancora non vuole fare i conti con una rivoluzione già in atto ovunque e che sta cambiando gli equilibri della geografia economica globale”, commentano Andrea Alemanno e Giammarco Cezza, i ricercatori che hanno curato lo studio.


La complessità spaventa (ma premia)

Soltanto il 24% delle aziende ha progetti “ad alta maturità“, che coinvolgono cioè l’intera catena del valore, connessa allo sviluppo di nuovi prodotti con processi che coinvolgano anche fornitori o clienti, denotando – commentano i ricercatori – “contraddizioni e visioni parziali delle opportunità in gioco”.

Un altro dato aiuta a capire l’approccio delle imprese italiane, poco attente alle relazioni con la clientela: solo il 45% delle aziende ha investito in presenza su Internet, sui social e nell’e-commerce e meno di 4 aziende su 10 hanno connesso le informazioni del proprio CRM.

Il concentrarsi su progetti a bassa complessità è però, in un certo senso, controproducente: “Solo il 14% delle aziende con progetti a bassa complessità dichiara un aumento di ricavi, mentre la percentuale sale al 60% tra le imprese che hanno progetti di elevata maturità”, spiegano Alemanno e Cezza.

Interessante anche l’analisi dei motivi addotti dalle aziende che non stanno adottando soluzioni 4.0. Le più restie sono le aziende più piccole, ovvero con meno di 10 milioni di euro di fatturato annuo, che costituiscono il 36% di questo campione.  Le due principali ragioni di perplessità sono gli investimenti eccessivi richiesti e i benefici non significativi se rapportati allo sforzo che si dovrebbe sostenere per le implementazioni. Oltre, naturalmente, al tema delle competenze, che vedremo tra poco.


Per superare queste resistenze i ricercatori suggeriscono agli imprenditori e ai manager di cominciare l’implementazione da progetti pilota circoscritti a specifici ambiti o unità aziendali, che diano ritorni nel breve periodo, evitando dunque approcci troppo ampi e piuttosto ottimizzando gli sforzi, anche economici, per dedicare alla sperimentazione un team di risorse qualificate e nel quale siano presenti tutti i profili strategici, sia tecnici dunque che manageriali.

“Bisogna pensare alle possibilità che offre Industria 4.0”, sottolinea Alemanno di Ipsos: “è una rivoluzione copernicana che va ben oltre l’ottimizzazione dell’attuale, e consente di affrontare nuove sfide, e di guardare alla supply chain, alla gestione dei clienti e della produzione in modo diverso e costantemente evolutivo”.

Perché investire in Industria 4.0

Viceversa tra le ragioni principali che spingono o che potrebbero spingere un’impresa ad adottare la rivoluzione promessa da Industria 4.0 le più indicate sono state: abilitare la trasformazione digitale della società; aumentare la flessibilità produttiva, ovvero la capacità di modificare e adattare velocemente il mix produttivo a nuove richieste; e migliorare i ricavi riducendo principalmente i costi.

In particolare le tecnologie 4.0 sono percepite sia come un driver di competitività nei confronti dei competitor esterni, sia come leva di miglioramento interno. Nel primo caso Industria 4.0 è vista dagli intervistati soprattutto come uno strumento per aumentare i margini (48%), rivedere il proprio business (33%) e migliorare il mix produttivo (20%), mentre per quanto riguarda le dinamiche interne all’azienda il valore di I4.0 consiste nell’aggiornamento tecnologico (58%) e in un miglior controllo sui processi (33%).

Gli intervistati concordano sul fatto che innovazione ed efficientamento dei processi siano oggi le principali sfide in atto, seguite da internazionalizzazione ed espansione della capacità produttiva e commerciale.

Le figure chiave del mondo aziendale interpellate individuano inoltre nella capacità di innovare un driver per il successo aziendale anche su dimensioni meno dirette, come la reputazione: l’innovazione, infatti, dimostra che le aziende hanno una visione, il che ha una relazione intrinseca con la reputazione.

Le competenze: servono, ma…

Tra gli ostacoli all’implementazione di tecnologie come Industria 4.0, capaci di rivoluzionare il modo di produrre e di essere dell’azienda, la necessità di competenze specifiche per gestire la complessità tecnologica e la resistenza al cambiamento: il fattore “rimanere nella confort-zone” diviene il primo scoglio da superare.

In particolare le competenze che le aziende reputano più difficili da trovare sono quelle di problem-solving e creative thinking, ben prima di quelle strettamente tecniche. Solo queste permettono di fare un salto di qualità nell’utilizzo di tecnologie che portano innovazioni quotidiane.

Il 98% delle imprese coinvolte nell’indagine concorda sul fatto che occorra migliorare le competenze per tutti i lavoratori, manager e dirigenti in primis. Anche in questo caso, però, nonostante il 67% si aspetti un’elevata complessità da questo genere di applicazioni, solo il 26% vi ha destinato risorse dedicate attingendo dunque non solo dal comparto IT ma anche dal management più qualificato per dare all’implementazione una visione più ampia.

I livelli manageriali saranno i più sollecitati ad adeguare le proprie skill alle nuove necessità (73%), a scendere l’aggiornamento coinvolgerà impiegati (60% per i livelli più bassi e 64% per il livelli più alti) e operai (64%).

Le competenze più ricorrenti sono IT (62%), Tech & Automation (49%), R&D, Product Development (38%), Mechatronics (29%): in altre parole molte aziende considerano Industria 4.0 un passaggio da gestire, almeno in un primo momento, soprattutto con risorse informatiche.

Le nuove professionalità richieste non avranno però un riflesso significativo sull’occupazione: ci si aspetta infatti un saldo negativo del -2% per impiegati dei livelli più bassi e operai, -1% tra gli impiegati di maggior livello e un +1% tra i manager.

“Nella fabbrica intelligente saranno più fluide le competenze ricercate e verrà richiesta la capacità di andare oltre le tradizionali abilità tecniche del proprio ruolo”, ha commentato Jacopo Brunelli, Partner e Managing Director di BCG e Responsabile Operations per Italia, Grecia, Turchia e Israele. “Inoltre, se lo scenario di una sostituzione completa della forza lavoro da parte dei robot sembra scongiurato perché gli automi saranno impiegati sempre più spesso per interagire con gli umani, prevediamo una ricerca nuove figure professionali con specifiche competenze che coprano aree differenti”.

Le tecnologie

Quali sono le tecnologie abilitanti preferite dagli Italiani? I ricercatori le hanno raggruppate in tre macro cluster.

Il primo di questi comprende le tecnologie apparentemente “promosse” poiché considerate molto rilevanti e di complessità media, ovvero Big data and analitycs, Cybersecurity, IoT industriale.

Il secondo raggruppamento comprende quelle di media rilevanza seppure di bassa complessità (End to end supply chain Integration, Internal Supply Chain tracking, Optical Technologies).

Il terzo cluster racchiuderebbe quelle “bocciate” perché percepite come limitatamente rilevanti e ad alta complessità, ovvero Advanced Robots, Augmented Reality, Additive Manufacturing.

Il ruolo degli incentivi

La maggior parte delle imprese chiede alle istituzioni di continuare con l’attuale piano di incentivi (36%).

Scendendo nel dettaglio delle risposte le imprese richiedono di favorire il supporto alle attività di Ricerca e Sviluppo / innovazione tecnologica (26%), definire i nuovi criteri e le competenze chiave per le università in modo da avere profili più rispondenti alle richieste delle imprese (19%), delineare un programma di formazione specifica per i diversi livelli aziendali (13%) e favorire in modo più significativo la crescita delle start-up (7%).

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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