Confindustria: l’Europa rischia di perdere la sfida globale per la leadership tecnologica

Oltre a numeri, percentuali, tendenze, il rapporto di Confindustria su ‘Dove va l’Industria italiana’, presentato in questi giorni, contiene anche 10 messaggi importanti rivolti alle aziende, imprenditori e manager, e a chi fa girare ogni giorno la macchina dell’economia e della manifattura italiana. Eccoli:

1. Nel mondo qualcosa è cambiato. Nel corso del 2018 l’attività produttiva è apparsa in rallentamento in tutte le principali aree del mondo. Il rallentamento riflette fattori congiunturali, ma anche la scomparsa delle condizioni strutturali che avevano favorito l’esplosione della domanda mondiale negli anni della forte globalizzazione.

2. Dal multilateralismo al regionalismo dell’economia. Multilateralismo e regionalismo hanno attraversato gli anni che vanno dal Dopoguerra a oggi, intersecandosi continuamente, spesso sovrapponendosi. La fase attuale vede una nuova accentuazione delle tendenze regionaliste dell’economia. Rispetto al passato oggi esiste una differenza importante: una quota rilevante degli scambi è infatti dovuta a ragioni di tipo produttivo, e non solo commerciale, ovvero all’esistenza di catene del valore frammentate in senso verticale, e ormai distribuite su scala internazionale.

Questo fa sì che la forma attuale della rete degli scambi sia caratterizzata da un grado di inerzia molto alto, e che l’ambizione di “riportare in patria” produzioni precedentemente dislocate altrove (nel mondo emergente) sia destinata a ridimensionarsi.

3. Rilanciare la domanda interna. Il rallentamento del commercio mondiale impone a tutti i sistemi economici di tornare a fare affidamento, più che nel recente passato, sul mercato domestico. È necessario costruire le condizioni per un aumento della domanda interna, e per ottenerlo occorrono più investimenti pubblici e privati.


4. L’Italia continua a rinnovare i settori e i Paesi di destinazione dei suoi prodotti. La capacità di aggiustamento tra Paesi e tra settori è vitale per lo sviluppo di una manifattura moderna, e sempre più integrata nel contesto internazionale. In questa prospettiva continua il ri-orientamento, lento ma costante, dell’Export italiano verso mercati di destinazione più dinamici.

5. La qualità aumenta. Una parte rilevante del sistema produttivo italiano ha imboccato, da molto tempo, la via dello sviluppo qualitativo, per rispondere alla crescente concorrenza di prezzo proveniente dal mondo emergente, spostandosi su fasce di mercato a maggiore contenuto di valore aggiunto.

Questo orientamento strategico si è dislocato contemporaneamente su due piani diversi, assumendo la forma di una diversificazione sia verticale (miglioramento della qualità dei beni già prodotti) che orizzontale (differenziazione produttiva verso tipologie di beni più sofisticate).

6. Si continua a camminare sul fondo. Dopo 10 anni dall’inizio della grande crisi finanziaria internazionale, sono ancora evidenti ampie ferite: nell’ampio divario dei livelli produttivi rispetto agli anni pre-crisi, e nell’erosione del perimetro stesso della manifattura, dove il numero di imprese continua a ridursi.

La forza dimostrata dai produttori nazionali sui mercati internazionali non può bastare a sostenere l’intera manifattura, perché anche per i settori e le imprese più orientati verso l’estero il peso del mercato interno è, mediamente, preponderante. Vengono al pettine su questo piano i limiti di una visione dello sviluppo tutta e solo rivolta alla ricerca continua di una maggiore competitività, che da sola non può bastare a sostenere i livelli produttivi in assenza di domanda.

7. Far ripartire il processo di accumulazione. Tra le componenti della domanda interna, gli investimenti in beni capitali sono stati negli ultimi anni quella più dinamica, soprattutto per le politiche di incentivazione, come quelle legate al Piano Industria 4.0. Sono invece depressi gli investimenti in costruzioni, frenati dal crollo della componente pubblica (in particolare per quanto riguarda la componente infrastrutturale).

Continuano a pesare negativamente l’elevata incertezza del contesto politico ed economico; le aspettative di modesta o modestissima crescita della domanda; un finanziamento bancario mai espansivo, se non restrittivo; forti vincoli di bilancio pubblico.

8. Si riduce e si polarizza il lavoro nella manifattura. La manifattura italiana impiega oggi quasi 4 milioni di persone (650 mila in meno di quelle che impiegava nel 2007). Tra il 2007 e il 2013 le ore lavorate nella manifattura erano diminuite del 21%; tra il 2013 e il 2018 il recupero è stato del 3%.

La composizione dell’occupazione si è evoluta: negli ultimi dieci anni è evidente un fenomeno di polarizzazione, con un aumento del peso sia delle professioni caratterizzate da un alto livello di competenze, sia di quelle elementari, e una riduzione della quota delle professioni intermedie. In prospettiva, i cambiamenti tecnologici amplificheranno la questione della ‘qualità’ del lavoro.

9. La manifattura si sta digitalizzando. La digitalizzazione della manifattura offre importanti benefici potenziali alle imprese: arricchisce l’offerta industriale di nuovi servizi ‘intelligenti’, migliora l’efficienza tecnica ed energetica dei processi industriali, aumenta la flessibilità produttiva. Le tecnologie 4.0 servono a prendere decisioni più rapide e precise, a permettere nuove forme di interazione uomo-macchina, a interconnettere l’intera catena del valore interna all’impresa e, potenzialmente, l’intera catena di fornitura.

10. Serve una politica europea per la manifattura. L’Europa dovrebbe tendere prima di tutto alla costruzione di un effettivo mercato unico per favorire lo sviluppo di un sistema industriale su scala continentale, per contrastare la concorrenza proveniente dai grandi complessi industriali americani e cinesi.

Orizzonti nuovi e percorsi inediti

La manifattura mondiale “sta uscendo da una lunga fase di sviluppo, avvenuta nel segno della globalizzazione. Il tramonto di questa fase, che aveva visto affermarsi a livello mondiale una visione multilaterale degli scambi internazionali, e una progressiva liberalizzazione dei mercati, apre un orizzonte nuovo, e pone le economie industriali di fronte a percorsi inediti”, rimarca l’analisi del Centro Studi Confindustria.

Confrontando i contributi dei vari settori produttivi alla variazione del valore aggiunto manifatturiero nei diversi Paesi, si osserva una netta prevalenza di due comparti che hanno esercitato un ruolo trainante nello sviluppo industriale globale nell’ultimo biennio. Entrambi costituiscono una componente importante dell’attuale passaggio verso il nuovo paradigma dell’economia digitale: da un lato, la produzione di macchinari e apparecchiature a uso industriale, che incorporano al loro interno le tecnologie abilitanti per l’industria 4.0; dall’altro, la produzione di componenti elettroniche e beni Hi-tech, che sono abilitanti per la diffusione dell’Internet of Things (IoT).

In Cina, negli Stati Uniti, in Giappone, in Germania e in Corea del Sud, ovvero nelle prime cinque potenze manifatturiere del mondo, entrambi i comparti compaiono tra i primi quattro nella classifica dei più performanti tra il 2016 e il 2018.

In Italia, la forte spinta alla digitalizzazione dei processi industriali ha avuto riflessi molto rilevanti sulle produzioni nazionali della meccanica strumentale (primo settore per contributo alla crescita nell’ultimo biennio) e sulle attività a esso collegate di installazione e riparazione di macchinari industriali (al terzo posto).

Il ritardo europeo nell’innovazione Hi-tech

L’Europa “rischia di perdere la sfida globale contro Asia e Nord-America per la leadership nell’offerta di tecnologie abilitanti per la trasformazione digitale dell’industria, soprattutto per quanto riguarda le capacità brevettuali legate all’Hi-tech”, sottolinea Andrea Montanino, capo economista di Confindustria. Che mette in guardia: “senza una netta correzione dell’attuale rotta di sviluppo, l’Europa rischia di perdere la sfida globale che si sta giocando per la leadership tecnologica del prossimo futuro. Questo rischio può esercitare un impatto negativo sul vantaggio competitivo acquisito in molti settori manifatturieri negli scorsi decenni”.

Gli ultimi dati brevettuali resi disponibili dall’Ocse mostrano come le circa 44 mila invenzioni europee depositate nel periodo 2012-2015 presso almeno uno dei cinque uffici brevetti più importanti al mondo e riconducibili a tecnologie Hi-tech (hardware e software), corrispondano al 66% di quelle statunitensi, al 71% di quelle coreane, e al 46% di quelle giapponesi.

Brevetti Hi-tech (2012-2015): Europa indietro nell’innovazione Digitale

Il numero di invenzioni cinesi in questo ambito tecnologico risulta nello stesso periodo ancora inferiore a quello dell’Unione europea di circa il 20%, ma è verosimile che dal 2015 a oggi questo ritardo sia stato colmato, perché mentre la progressione nell’attività brevettuale della Cina nel decennio precedente (2005-2015) è stata superiore al 700%, nell’Ue è risultata perfino negativa (-6,5%), a causa soprattutto del contributo negativo di Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Italia.

“La trasformazione digitale delle imprese richiede un supporto multi-livello della politica industriale, che favorisca gli investimenti in tecnologie, un più stretto legame tra il mondo della ricerca e l’industria, la formazione e l’aggiornamento continuo delle competenze”, sottolinea il capo economista di Confindustria.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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