Quali sono le strategie che il mondo manifatturiero e le istituzioni devono mettere in campo per affrontare al meglio le sfide della quarta rivoluzione industriale? Come gestire il problema – perché tale è – dell’aggiornamento delle competenze dei lavoratori che rischiano di restare tagliati fuori dal nuovo ciclo tecnologico? Di tutto questo (e di molto altro) si discuterà dal 25 al 27 settembre 2019 a Villa Erba di Cernobbio, in provincia di Como, in occasione dell’edizione 2019 del World Manufacturing Forum, il più grande evento mondiale dedicato all’evoluzione della manifattura.

L’evento, che è ospitato stabilmente in Lombardia dallo scorso anno, sarà un’occasione per una profonda riflessione, da parte di esperti internazionali, rappresentanti di grandi e piccole-medie imprese, esponenti del mondo accademico e policy makers, sulle sfide economiche, sociali e tecnologiche legate alle competenze necessarie al settore manifatturiero per affrontare la quarta rivoluzione industriale.

Al centro del meeting 2019 le “New skills for future manufacturing“, che verranno analizzate partendo dal report 2019, che verrà presentato nel corso della prima giornata dal Presidente del Comitato Scientifico del WMF, il professor Marco Taisch, e che dirà quali sono i 6 lavori emergenti nel manifatturiero, le 10 top skills richieste e le 10 raccomandazioni del World Manufacturing Forum per colmare il mismatch domanda-offerta.

Temi di grande interesse di cui si è parlato anche nella puntata di mercoledì 18 settembre di Italia 4.0, la trasmissione di Class Cnbc (potete rivederla quirivederla qui). A discuterne in studio, con Andrea Cabrini, il Presidente della World Manufacturing Foundation, Alberto Ribolla, Joseph Nierling di Porsche Consulting e Donatella Pinto di Comau, mentre ad allargare la visione allo scenario internazionale è Fabrizia Benini, Head of Unit, DG Communication Networks, Content and Technology, della commissione europea in collegamento da Bruxelles.

Garantire l’occupazione attraverso la formazione mirata

“Far cambiare l’industria rapidamente, per farla stare al passo con uno scenario in rapida trasformazione – sottolinea Alberto Ribolla, Presidente della World Manufacturing Foundation – non è solo un problema di capitali ma anche, e sopratutto, di risorse umane. Bisogna cominciare dall’imprenditore, che deve avere una visione di lungo corso per capire dove andare a riposizionare la propria azienda e che, quando ha trovato la direzione, i capitali e le tecnologie deve trovare le persone. Come spesso succede nelle grandi rivoluzioni abbiamo un miglioramento generale delle condizioni dell’uomo che vede però persone che stanno meglio e altre che stanno peggio. Il nostro compito è quello di capire come creare la nuova classe dirigente e trovare occasioni di re-training per chi rischia di restare fuori dal ciclo produttivo”.


Alberto Ribolla

La fabbrica del futuro? Non a “luci spente”

Anche perché la fabbrica del futuro non sarà “a luci spente“, come Joseph Nierling, di Porsche Consulting, definisce l’azienda che ha al suo interno solo automazione. “Credo che dobbiamo aspirare a un mix ideale tra persone e tecnologie – spiega – cercando di massimizzarne al meglio la collaborazione. Automatizzare tutto porterebbe a una struttura poco affidabile, non economica, e poco flessibile e reattiva ai cambiamenti”.

“Le nuove ere produttive, le nuove tecnologie – prosegue Nierling – hanno il potenziale di portare continui cambiamenti molto più rapidamente di quanto abbiamo visto in questi anni. Il ruolo delle persone resta centrale, ma dobbiamo lavorare alla capacità di apprendimento“.

Secondo Nierling, però, non ci si deve preoccupare troppo del re-skiling perché: “Le tecnologie, già di per sé, aiuteranno le persone che lavorano, perché sono user friendly. Quello che è importante per noi è trovare le risorse giuste, che abbiano la capacità di apprendimento costante, e questo serve per il futuro”.

Joseph Nierling

Europa attenta alle sfide dell’industria

Temi che trovano eco nelle politiche europee, come spiega Fabrizia Benini, Head of Unit, DG Communication Networks, Content and Technology, della Commissione Europea. “Esiste una grandissima attenzione dell’Europa all’industria, così come esiste anche nei confronti della sfida che ci proviene dalla Cina e da altri paesi per intelligenza artificiale e altre tecnologie. Questo è all’ordine del giorno, anche se una strategia ben precisa verrà svelata della nuova Commissione che lavorerà sopratutto su queste tematiche”.

Resta invece chiaro il tema della formazione, che prosegue sulla linea già tracciata. “Portiamo avanti l’attenzione verso il digital – prosegue Benini – dal 2016, con grande forza. Ricordo che, nell’ultimo programma finanziario, ci sono 44 miliardi per l’Italia di cui 7 dedicati alla formazione e all’istruzione. Ma al di là delle cifre quello che è importante è creare partenariati tra amministrazione pubblica, imprese, università e centri di ricerca, che siano in grado di incidere concretamente sui giovani, sulla forza lavoro, e sul potenziale dei lavoratori italiani. Ci sono esempi di coalizioni, in altri paesi, per le competenze digitali, lanciate già nel 2016. L’Italia non ne ha ancora, ma speriamo che siano lanciate presto, con il prossimo governo”.

Fabrizia Benini

L’Academy di Comau, consegnate 8 mila patenti di robotica

La strada, quindi, resta quella di creare progetti virtuosi, come quelli messi in atto da Comau, che da 8 anni si è dotata di una propria Academy attraverso la quale fare formazione sia interna che esterna. “Abbiamo fatto diverse attività rivolte ai giovani universitari e agli studenti dei licei – ricorda Donatella Pinto – ma abbiamo percorsi dedicati anche ai manager e, da due anni, abbiamo un master a livello europeo per le persone che operano in azienda e che devono saper usare il 4.0″.

Forte, ovviamente, anche il lavoro svolto sui giovanissimi. “Operiamo con un robot, che abbiamo chiamato e.DO, che è proprio pensato per l’education, al quale abbiamo aggiunto una area divulgativa. Questo lo usiamo anche per insegnare ai bambini delle elementari, ad esempio, che con la robotica si può imparare la matematica. E poi, negli ultimi tre anni abbiamo formato più di 8 mila ragazzi, più grandi, con il progetto del patentino della robotica e adesso questi giovani sanno che cosa è un robot e come usarlo. Crediamo che questa sia un aspetto fondamentale, e pensiamo che aiutare le persone a usare la tecnologia sarà, sicuramente, il salto verso la semplificazione del lavoro”.

Donatella Pinto

Serve una cultura delle professioni tecniche

Il tema centrale, quindi, è rappresentato proprio dalle skills, da quel saper fare che ha fatto la fortuna del “Made in Italy” ma che è sempre meno ambito, sopratutto dalle famiglie. In Italia, infatti, le figure più difficili da trovare oggi sono gli ingegneri e, in generale, persone che si sappiano confrontare, ad esempio, con il mondo dei big data. Questo perché da noi ci sono pochi ITS, che sono una cerniera importante tra giovani e lavoro. In Germania i diplomati ITS sono 800 mila, in italia appena 8-10 mila.

Oggi c’è una grande distanza tra quello che cercano le aziende e ciò che il mercato del lavoro offre, si parla di circa 200 mila posti di lavoro che, in questo momento, non sono occupati in un paese che ha una disoccupazione giovanile che supera il 30%.

“C’è un problema di fondo, culturale”, spiega Donatella Pinto di Comau. “In Germania i tecnici sono quelli che dominano le competenze, mentre in Italia è considerato un sotto mestiere. In generale la competenza di questo tipo non è vista come un vero sbocco professionale ma il problema è anche delle aziende, che dovrebbero essere capaci ad attrarre di più i giovani verso questo tipo di mestiere”.

“In cima all’agenda di lavoro – sottolinea Benini – abbiamo la constatazione che ci sono un milione di posti di lavoro per tecnici informatici che non vengono riempiti semplicemente perché questi lavoratori non ci sono. E quindi l’agenda è chiara e dobbiamo fare in modo che le istituzioni, l’università, i paesi membri, lavorino insieme per poter dare ai giovani la possibilità di accedere a questi posti di lavoro in futuro. Non è un problema solo di risorse, ma di mettere assieme attori molto diversi, che non hanno l’abitudine a collaborare in modo sistematico. E bisogna farlo non solo a livello nazionale ma anche europeo, perché le competenze viaggiano”.

Fabrizio Cerignale

Giornalista professionista, con in tasca un vecchio diploma da perito elettronico. Free lance e mobile journalist per vocazione, collabora da oltre trent’anni con agenzie di stampa e quotidiani, televisioni e siti web, realizzando, articoli, video, reportage fotografici. Giornalista generalista ma con una grande passione per la tecnologia a 360 gradi, da quella quotidiana, che aiuta a vivere meglio, alla robotica all’automazione.

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