La crisi sanitaria avrà un forte impatto sul Pil, ma la ripresa arriverà nel 2021

Parlano già di “recessione” – anche peggiore di quella del 2001 – S&P e Morgan Stanley. E per Goldman Sachs praticamente non ci sono dubbi: c’è il 90% di possibilità che la pandemia da Covid-19 porti a una recessione globale. Decisivo l’effetto dell’emergenza epidemiologica causata dal Coronavirus, che ha provocato un brusco rallentamento dell’economia e del commercio globale.

L’agenzia di rating ha pubblicato un report con le previsioni sugli andamenti del Pil dei Paesi dell’Eurozona, che nel suo complesso subirà una contrazione dell’1,7%, mentre nel 2021 ci sarà una crescita del 3,5%.

In Italia il Pil subirà una contrazione del 3,4% nel 2020, mentre nel 2021 la stima di crescita è di +3,5%. Germania, Francia e Spagna subiranno cali del proprio Pil rispettivamente dell’1,9%, dello 0,9% e dell’1,3%. Valori che mettono il nostro Paese nettamente al primo posto in quanto a perdite causate dall’emergenza.


Non tutti i settori saranno colpiti allo stesso modo. “Abbiamo calcolato le prime cifre sull’impatto dell’emergenza Coronavirus sulle nostre filiere produttive”, ha detto a SkyTg24 Francesco Guidara, Direttore Marketing di Boston Consulting Group, una delle principali società di consulenza strategica. “Ad esempio, per il mercato della moda e del lusso, uno dei settori trainanti del Made in Italy che a livello globale vale 330 miliardi di euro, l’impatto stimato è intorno ai 40 miliardi di euro come mancate vendite e di 10 miliardi sul margine operativo”.

(De)Crescita globale: è recessione?

Secondo S&P, per l’Eurozona sarà soprattutto il secondo trimestre a registrare la contrazione maggiore del Pil, previsto in calo dello 0,5%/1% nel 2020, sebbene sia da tenere a mente che “le crescenti restrizioni sui contatti da persona a persona influenzeranno l’attività economica, ma non ci sono regole empiriche per stimare come questo allontanamento sociale possa influenzare le variabili economiche chiave”.

Nel report di Standard&Poor’s, si rileva come l’effetto economico della diffusione del Coronavirus a livello globale sia “peggiorato notevolmente”. Pesano soprattutto le restrizioni sugli spostamenti adottate in Europa e Stati Uniti, che hanno alimentato i timori sui mercati: una situazione che fa prevedere all’agenzia di rating una “recessione globale”, con una crescita annuale del Pil compresa tra l’1% e l’1,5%.

Per Goldman Sachs, che parla anch’essa di “recessione” nel suo report, si stima invece una crescita globale dell’1,25% per il 2020 (rispetto all’1,9% precedente), con uno scenario al rialzo del 3% (questo valore era quello previsto dell’Ocse prima dell’emergenza Coronavirus) e uno scenario al ribasso di crescita zero, con un rischio maggiore verso quest’ultima ipotesi.

Le stime sulla crescita nell’ultimo report di Goldman Sachs

Ma non è detto che le cose vadano per forza in questa direzione. “I mercati finanziari in calo a volte anticipano la recessione, ma questo non deve avvenire necessariamente”, ha detto Guidara. “Negli ultimi 100 anni, in 7 situazioni un calo brusco dei mercati finanziari, come quello che stiamo vivendo, non ha necessariamente determinato una recessione tecnica a livello economico: la ripresa dei mercati finanziari potrebbe avere un’intensità che non ci aspettiamo, anche se gli elementi imprevedibili sono talmente tanti che ogni stima sembra essere azzardata”.

L’impatto (secondo Goldman Sachs) del Covid-19 sulla crescita globale (Cina esclusa)

L’esempio della Cina

Secondo Goldman Sachs, ci sono il 90% di possibilità che la pandemia del Covid-19 porti a una recessione globale. In una lunga analisi sugli effetti del virus a livello mondiale, l’agenzia di rating parte dagli aspetti sanitari, ricordando come non sia possibile fare pronostici certi su valori come tasso di mortalità o periodo di contagio. La famosa previsione secondo la quale tra il 40% e il 70% della popolazione mondiale avrebbe contratto il virus in caso di pandemia, è stata rimodulata fino al 20%/60%, vuoi perché i bambini sono meno colpiti, vuoi perché le misure di contrasto (come l’auto-quarantena) avranno un effetto rilevante sulla diffusione del contagio. Per esempio in Cina le politiche efficaci di contrasto all’espandersi del contagio hanno permesso di stimare che entro i primi di maggio il numero di nuovi casi a Wuhan scenderà a zero, nonostante l’attuale tasso di crescita delle infezioni lasci prevedere un picco di 100.000 unità per lo stesso periodo.

Dal punto di vista della reazione economica alle paure connesse all’espandersi dell’epidemia, Goldman Sachs evidenzia come i mercati finanziari stiano reagendo molto più negativamente al Covid-19 che a shock molto forti del passato, come ad esempio l’attentato terroristico alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, che ha comportato la chiusura per due giorni dello spazio aereo americano e quella di quattro giorni della Borsa di New York.

Perdite dei compagnie aree e hotel dopo l’11 settembre e durante l’emergenza Covid-19

A pesare ci sono certamente la maggiore interconessione a livello globale e la maggior complessità delle catene di fornitura, di cui la Cina è spesso un elemento chiave. Proprio questo Paese infatti ha quadruplicato il proprio impatto sulla crescita globale, il cui rallentamento si sviluppa su più fronti, come la ridotta importazione di merci verso altri Paesi, l’interruzione di catene di approvvigionamento che si affidano a parti cinesi o la riduzione di spesa dei turisti cinesi nel mondo.

L’attività economica cinese ha subito una forte diminuzione a causa delle misure aggressive adottate per rallentare il tasso di infezioni da Covid-19: secondo Andrew Tilton, Chief Asia Pacific Economist della sezione Global Investment Research di Goldman Sachs, gli indicatori giornalieri dell’attività economica cinese, come il consumo di carbone, il volume di passeggeri e le transazioni immobiliari, sono stati circa il 70/80% al di sotto dei livelli del 2019. All’attuale tasso di miglioramento del 5/10% a settimana, si stima che la Cina dovrebbe raggiungere i normali livelli di utilizzo della capacità entro il mese di aprile.

“Le lezioni che arrivano dalle aziende cinesi, che per prime si sono confrontate con la crisi connessa all’emergenza Covid-19, sono interessanti”, ha spiegato Francesco Guidara di Boston Consulting. “La lezione più interessante è quella di costruirsi già la piattaforma per la prossima ripresa, perché potrebbe non essere così distante, tutto sommato. Pensiamo all’epidemia della Sars nel 2002/2003: in quel caso i numeri in Asia tornarono ad essere particolarmente positivi un anno dopo il momento peggiore di quella situazione. Anche gli ultimi dati dei mercati finanziari in Asia sono stati interessanti e sono numeri di recupero, anche se poi l’industria reale sta fornendo un quadro ancora pieno di ombre. Bisogna essere pronti, costruire la ripresa sapendo che probabilmente l’economia che vedremo sarà diversa: avrà comportamenti diversi, nuovi servizi, nuove sensibilità. Si tratta di uno scenario per cui le aziende potrebbero già cominciare a lavorare adesso per adattarsi”.

Logan Wright, dell’istituto di ricerca Rhodium Group, stima che circa due terzi dei lavoratori migranti cinesi siano tornati al lavoro, quindi i livelli di produzione nazionale sono vicini al 75/80% di quelli normali. Il numero effettivo dei trasporti non è cresciuto e si attesta ancora intorno ai 16/17 milioni di viaggi al giorno, rispetto ai 40/50 della normalità. Wright si aspetta un ritorno ai livelli di piena produzione intorno alla seconda settimana di aprile. Un elemento significativo da tenere d’occhio per la crescita annuale è l’insieme delle transazioni immobiliari che in Cina, a marzo, rimangono oltre un terzo al di sotto dei livelli normali. Il calo delle vendite immobiliari provocherà quello delle attività di costruzioni, e di conseguenza quello della produzione industriale aggregata.

Come fa notare Standard & Poor’s nel suo report, la produzione industriale cinese a gennaio e febbraio è calata del 12,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un dato quattro volte maggiore a quanto ci si aspettava. La situazione cinese è utile anche per capire cosa succederà nella famosa “seconda fase” in cui il picco sarà superato e le attività potranno riprendere lentamente. Appunto, “lentamente”: il rischio di infezioni secondarie comporterà infatti l’esigenza di mantenere molte restrizioni che rallenteranno la ripresa, proprio come sta succedendo nel primo Paese colpito dal Covid-19. In Cina S&P prevede una crescita del Pil per il 2020 del 2,7%/3,2%.

Francesco Bruno

Giornalista professionista, laureato in Lettere all'Università Cattolica di Milano, dove ha completato gli studi con un master in giornalismo. Appassionato di sport e tecnologia, compie i primi passi presso AdnKronos e Mediaset. Oggi collabora con Dazn e Innovation Post.

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