Il mercato digitale è cresciuto del 2,1% nel 2019, ma quest’anno si prevede un calo del 3,1%

Il mercato digitale ha chiuso il 2019 proseguendo la fase di crescita avviata nel 2015: lo scorso anno è infatti cresciuto del 2,1%, per un valore complessivo di 71,9 miliardi di euro. L’emergenza Covid-19 ha però invertito il trend anche in questo settore, nonostante si riconosca una certa resilienza del comparto dovuta soprattutto al ruolo fondamentale svolto dalle tecnologie durante il lockdown: smart working, connessione e digitalizzazione sono stati elementi necessari per permettere di proseguire le proprie attività anche quando non è più stato possibile recarsi nei luoghi di lavoro.

Per questo motivo nel 2020 si stima un calo del mercato del 3,1%, per un valore complessivo che scenderebbe a 69,7 miliardi di euro (simile a quello del 2017).

I dati sono contenuti nella 51esima edizione del Rapporto Annuale “Il Digitale in Italia”, presentato da Anitec-Assinform, l’associazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende dell’ICT.

“Il 2019 non va dimenticato”, ha detto Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform. “Ci ha consegnato un Paese ancora in ritardo nell’innovazione digitale, ma pur sempre in progresso e con una dotazione di sistemi, reti e servizi che ha permesso di attenuare gli effetti del lockdown”.

I dati del mercato digitale nel 2019

Come si è detto, nel 2019 il fatturato del mercato digitale in Italia è cresciuto del 2,1%, proseguendo sulla falsa riga di un incremento medio del 2% iniziato ormai cinque anni fa. Come sottolinea Giancarlo Capitani, Presidente di NetConsulting Cub (azienda che ha realizzato il rapporto in collaborazione con Anitec-Assinform), lo scorso anno è cresciuta ulteriormente la forbice tra l’andamento di questo mercato e quello dell’economia, con una differenza di crescita dell’1,8% (il Pil italiano nel 2019 è aumentato dello 0,3%).

A trainare la crescita nel 2019 sono stati la modernizzazione digitale e i servizi innovativi. Crescono soprattutto contenuti e pubblicità digitali (+8,4%), software e soluzioni ICT (+7,8%, trainati dalla progressiva adozione del Cloud Computing) e servizi ICT (+5,8%). Più contenuto l’aumento del mercato dei dispositivi e sistemi (+1,7%, con l’andamento positivo dei tablet), mentre cala quello dei servizi di rete delle telecomunicazioni (-4,8%). Su quest’ultimo dato vi è “il paradosso di una decrescita in valore accanto a una crescita esponenziale dei volumi di traffico”, spiega Capitani, indicando nella grande “competizione tariffaria” la causa principale dello squilibrio.

Sono proprio i cosiddetti “Digital Enablers” a trainare la crescita del mercato digitale nel 2019: dal Cloud (+23%) all’IoT (+18,3%), seguiti da Big Data (+16,1%) e Cybersecurity (+13%). Nonostante il relativo valore di mercato rimanga ancora piuttosto basso, vi è una crescita rilevante di quest’ultimo per quanto riguarda Intelligenza Artificiale (+59,3% per 215 milioni di euro) e Blockchain (+10% per 22 milioni di euro). Inoltre, dal 2016 al 2019 l’incidenza dei “Digital Enablers” sul mercato totale è passata dal 13,4% al 19,5%.

Nel mare di “buone notizie” che hanno caratterizzato l’andamento dello scorso anno, quella relativamente negativa è data dal fatto che la spesa in digitalizzazione è stata trainata principalmente dalle aziende di grandi e medie dimensioni, con le piccole ancora in ritardo. Quest’ultime infatti occupano una fetta ancora modesta (il 12,9%) del mercato digitale, contro il 34,3% delle grandi ed il 10,9% delle medie imprese. La spesa in digitalizzazione delle piccole imprese resta molto bassa nel 2019 (+1,8%), se paragonata appunto a quella di medie (+3,5%) e grandi (+4%).

Il (resiliente) calo del mercato digitale nel 2020

Come si diceva, nel 2020 è atteso un calo del mercato digitale del 3,1%. Un dato meno incisivo rispetto a quello di molti altri settori, dato che la caduta del Pil italiano stimata per l’anno in corso è dell’8%. Il volume d’affari del mercato digitale si attesterebbe a fine anno sui 69,7 miliardi di euro. La spiegazione si può individuare nella nuova “consapevolezza dell’utilità cruciale dell’ICT presso il top management e i piccoli/medi imprenditori, con la conseguente attivazione di progetti ICT”. Inoltre, le spese rinviate per far fronte all’emergenza “incidono mediamente per circa il 35% sui budget IT delle imprese” (quota quindi non maggioritaria).

Da un’indagine volta a identificare le priorità IT delle aziende, emergono però alcuni risultati interessanti. Sono tre infatti i pilastri che hanno garantito la continuità operativa alle imprese: il rafforzamento della sicurezza e la protezione dalle minacce (per il 76%), lo smartworking ed il digital workspace (71%), e la migrazione al cloud (63%).

Le conseguenze per il mercato ICT provocate dalla crisi economica connessa all’emergenza Covid-19 sono principalmente quattro, così come illustrate da Capitani:

  • il rallentamento dei progetti in corso con il mantenimento delle operation
  • lo spostamento di progetti innovativi al secondo semestre del 2020 o al 2021
  • la mancanza di liquidità e la rinegoziazione dei contratti in essere con i fornitori
  • l’accelerazione di progetti innovativi, resi urgenti dall’emergenza, nelle aziende “più illuminate” ed in grado (per disponibilità di risorse) di investire

Nel 2020 si registrerà quindi un andamento negativo per tutte le principali componenti del mercato. Quello dei servizi di rete TLC calerà del 3,9%, seguito da servizi ICT (-3,7%), dispositivi e sistemi (-3,5%) e contenuti e pubblicità digitali (-1,5%). Più resiliente quello dei software (-1,1%), trainato dalla Cybersecurity.

Vi sono però dei settori in cui il mercato digitale potrà avere un andamento positivo durante l’anno in corso: è il caso della PAC (+3%), delle utilities (+0,9%), PAL (+0,8%), banche (+0,7%) e sanità (+0,4%). Tra i cali maggiori vi è quello dell’industria (-8,1%), migliore solo di quello di distribuzione e servizi (-8,4%).

L’emergenza Coronavirus ha però “indotto anche alcuni fenomeni positivi”, spiega Capitani. Tra questi, si segnalano:

  • accelerazione diffusa della transizione digitale (prevalentemente per medie e grandi imprese)
  • cambiamento nei comportamenti d’uso della digitalizzazione (aumento dell’upload di informazioni per una popolazione abituata al download “passivo”)
  • Consapevolezza diffusa nelle aziende della funzione cruciale del digitale per garantire continuità

Questi “insegnamenti” potranno incentivare una “ripresa a V” del mercato digitale nel 2021. Nonostante il quadro macroeconomico profondamente incerto, al momento si stima una ripresa del 3,7% per il prossimo anno, per un valore che potrebbe anche essere superiore a quello del 2019 (pari cioè a 72,3 miliardi di euro). Le cause di questa ripresa potranno essere il “massiccio finanziamento per la digitalizzazione delle imprese” (al centro del Recovery Plan italiano e del Green New Deal) con il rifinanziamento del Piano Transizione 4.0 e l’avvento del piano “Impresa 4.0 Plus”; una “forte accelerazione della virtualizzazione dei processi aziendali”, stimolata dallo smart working ed estesa all’e-commerce e alla logistica; l’entrate in campo del 5G (con l’aumento dei servizi digitali disponibili e la diffusione su tutto il territorio della banda ultralarga); la digitalizzazione crescente della Pubblica Amministrazione.

mercato digitale

Gubitosi: “La transizione digitale è un’urgenza del Paese”

Durante la presentazione del Rapporto annuale è intervenuto anche Luigi Gubitosi, Vicepresidente di Confindustria, ricordando i problemi che ancora caratterizzano il nostro Paese in ambito digitale (accentuati dall’emergenza sanitaria): il digital divide “soprattutto nelle aree bianche”, la “lunghezza di alcune procedure burocratiche che si ripercuotono sul sistema produttivo”, il “bisogno di strumenti tecnologici adeguati” per la sanità, l’impreparazione delle imprese ad “affrontare il digitale” (inclusa la Pubblica Amministrazione).

Allo stesso tempo però è emerso “il grande potenziale nascosto” degli italiani, la cui capacità di adattamento ha permesso che il digitale “non abbia mai smesso di funzionare”, aiutando i settori a “rispondere in modo efficace all’emergenza”.

Alla luce di queste considerazioni, per Gubitosi “la nuova normalità sarà sicuramente molto più digitale: quella della transizione digitale è un’agenda che non dovrà più essere stralciata, è un’urgenza del Paese”. Confindustria è infatti “consapevole della necessità di questa trasformazione in tempi brevi”, motivo per cui è stata anche istituita la delega al digitale.

“I contributi a fondo perduto e i prestiti non possono essere solo un’ancora di salvezza ma il catalizzatore di cambiamento e innovazione”, continua Gubitosi. “Le imprese dovranno reinventarsi: sarà fondamentale la progettualità, per trasformare la situazione attuale in un piano di ricostruzione e rilancio. Ma dobbiamo fare presto. Quello che preoccupa è la durata della crisi, non solo l’intensità”.

“Il digitale ha permesso di affrontare la pandemia ed è la leva per la transizione verso un Paese diverso, che affronti la nuova normalità in modo più inclusivo, green e sostenibile”, ha concluso Gay. “Bisogna concentrarsi molto su queste priorità e agire in maniera precisa e certa. I dati ci stanno dicendo che per lo scenario futuro le decisioni da prendere in questi giorni determineranno con chiarezza cosa saremo domani”. Per questo motivo diventa fondamentale “assicurare liquidità al sistema delle imprese” ma soprattutto dotarsi di una strategia, “perché se si ferma la digitalizzazione si ferma l’economia”.

Quella auspicata da Gay è una “politica di ricostruzione fondata sull’investimento in eccellenze produttive e di servizio, capaci di creare valore”. Solo così si potrà accedere ai fondi straordinari che l’Unione Europea metterà a disposizione degli Stati membri, tra Recovery Fund e piano di bilancio. “Il digitale è essenziale per questo cambio di passo, passo che è comunque alla base del recupero della fiducia a investire nelle imprese di tutti i settori e nello stesso comparto ICT; e che è essenziale per dare impulso alla digitalizzazione della PA e della Sanità, accelerare lo sviluppo delle infrastrutture a banda ultralarga fisse e mobili, sostenere le startup innovative e ammodernare l’istruzione, anche per colmare il gap di competenze digitali”.

Le proposte di Anitec-Assinform

Anitec-Assinform ha individuato più assi di intervento per una rinnovata politica digitale, sia sul fronte della domanda digitale che dello stesso settore ICT.

Sul fronte della domanda si tratta di dare:

  • alle imprese di tutti i settori la possibilità di non rallentare i processi di trasformazione digitale o di avviarli, rafforzando stabilmente i fondi d’incentivazione e allungando i tempi di crediti di imposta, ammortamenti e scadenze di rimborso dei finanziamenti
  • alle infrastrutture a banda ultra-larga nuova spinta realizzativa, semplificando gli iter autorizzativi, quindi lanciando i nuovi bandi per le aree grigie e attivando le incentivazioni d’utenza a famiglie, PMI e centri per l’impiego, tutte cose già cofinanziate da fondi UE
  • alla PA la possibilità di contare su gare di minor complessità e durata, e su risorse e progettualità utili a recuperare i ritardi di interoperabilità tra Amministrazioni
  • alla scuola strategie, infrastrutture e competenze specifiche alla didattica a distanza
  • alla sanità spinta alla digitalizzazione in aree chiave, dai grandi database per la prevenzione, alla diffusione in tutte le regioni del Fascicolo Sanitario Elettronico, all’interoperabilità dei sistemi

Sul fronte dell’offerta, e cioè dello stesso settore ICT, si tratta di:

  • dare stabilità nel tempo agli incentivi alla Ricerca & Sviluppo introdotti più di recente e di concentrarli sugli ambiti a maggiore potenzialità, privilegiando le possibilità di industrializzazione e identificando poli e atenei su cui far leva
  • dare attuazione e continuità al rinnovato supporto alle start-up hi-tech (con particolare riferimento al Fondo Innovazione, fondo centrale di garanzia ad esse riservato, alla defiscalizzazione per chi vi investe) e di ampliare la detraibilità delle perdite di esercizio iniziali
  • superare un gap di competenze che interessa migliaia di posizioni e che limita le potenzialità del settore, intervenendo sul sistema formativo attraverso l’aggiornamento dei percorsi di studio, la valutazione delle performance degli atenei, la costante promozione dei percorsi di studio ICT a livello di laurea e Istituti Tecnici Superiori

Francesco Bruno

Giornalista professionista, laureato in Lettere all'Università Cattolica di Milano, dove ha completato gli studi con un master in giornalismo. Appassionato di sport e tecnologia, compie i primi passi presso AdnKronos e Mediaset. Oggi collabora con Dazn e Innovation Post.

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