La digitalizzazione monca delle imprese italiane nella fotografia dell’Istat

Nel periodo 2016-2018 oltre tre quarti delle imprese con almeno 10 addetti (il 78% del totale) hanno investito, o comunque utilizzato, almeno una delle 11 principali tecnologie abilitanti la digitalizzazione, tra IoT e Big data, stampa 3D, robotica, simulazione, e via dicendo. Ma la maggior parte delle imprese utilizza ancora un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali, come soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali, cyber-security. E lasciando eventualmente a una fase successiva l’adozione di tecnologie applicative.

Sono alcune delle indicazioni che emergono dalla prima edizione del Censimento permanente delle imprese, realizzata dall’Istat e conclusa alla fine del 2019, un rapporto che scandaglia scenario e situazione su digitalizzazione, tecnologia, innovazione all’interno delle aziende italiane di tutti i settori.

“Finora, il grado di digitalizzazione delle imprese è stato misurato essenzialmente in termini di infrastrutture, accesso alla banda larga, numero di apparecchiature acquistate o utilizzate”, rileva il rapporto Istat, “con il rischio che una rapida diffusione della capacità tecnica di utilizzo di strumenti digitali potesse dare l’impressione di una maturità digitale che, in realtà, esisteva solo potenzialmente”.

L’utilizzo di infrastrutture digitali arriva a saturazione già tra le imprese meno digitalizzate, quelle con investimenti ‘soltanto’ in 4 o 5 tecnologie, ma solo molto più lentamente si diffondono applicazioni più complesse e con maggiore impatto sui processi aziendali: appena il 17% delle imprese ha adottato almeno una tecnologia tra Internet delle cose, realtà aumentata o virtuale, analisi dei Big data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D.

Per cui, secondo gli analisti dell’Istat, per mettere bene a fuoco il quadro della situazione la chiave di lettura proposta è quella di superare un approccio quantitativo – del tipo che la maturità digitale è uguale al numero di tecnologie adottate – e di considerare come fattore chiave l’integrazione tra tecnologie infrastrutturali e tecnologie applicative, “in un’ottica di complementarietà delle varie soluzioni tecnologiche. Un limite di questo approccio è che non esiste un Mix tecnologico da identificare come ideale, ma, piuttosto, l’integrazione di diverse soluzioni tecnologiche deve assecondare la forte eterogeneità esistente nel settore delle imprese”.

Nell’adozione di tecnologie dell’Industria 4.0, ha effettuato investimenti digitali il 73% delle imprese con 10-19 addetti e il 97% di quelle con oltre 500 addetti. Meno significative sono le differenze territoriali: si passa dal 73% nel Mezzogiorno al 79% nel Nord-est. A livello di settori di attività emerge il ruolo trainante dei servizi: le telecomunicazioni (94%), la ricerca e sviluppo, l’informatica, le attività ausiliarie della finanza, l’editoria e le assicurazioni hanno percentuali di imprese che investono in tecnologie digitali superiori al 90%. Il primo settore manifatturiero per investimenti digitali è la farmaceutica (94%), seguita a distanza dalla chimica (87%).

Il livello di maturità digitale delle imprese

L’analisi del mercato ha consentito di individuare quattro profili di impresa, definiti non tanto in base all’intensità dei loro investimenti digitali, quanto alla combinazione di diverse soluzioni tecnologiche utilizzate come tra loro complementari. Il primo gruppo comprende le imprese definite “asistematiche” che si caratterizzano per aver adottato (tutte) almeno un software gestionale nel periodo 2016-2018, assieme a investimenti limitati in tecnologie infrastrutturali come il cloud o la connessione a Internet via fibra ottica. Queste imprese hanno la percezione delle potenzialità del digitale ma, per la loro dimensione o collocazione settoriale, hanno difficoltà a prefigurare una transizione sistematica verso un assetto organizzativo intensamente digitalizzato.

Nel secondo gruppo, il più numeroso (circa il 45% del totale) ci sono le imprese definite “costruttive” in relazione al loro sforzo di individuare una chiara strategia digitale. Ad esempio, si percepisce l’interesse ad affrontare le sfide e le opportunità offerte dalla connessione a Internet in mobilità ponendo, quindi, le condizioni per l’utilizzo integrato anche di altre tecnologie, come l’Internet delle cose o, in genere, la sensoristica in remoto.

Aziende “sperimentatrici” e “mature” (solo il 4%)

Il terzo gruppo è quello delle imprese “sperimentatrici”, imprese arrivate alla soglia della maturità digitale che stanno sperimentando diverse soluzioni informatiche, anche combinate tra loro, in modo da ottenere i maggiori vantaggi in termini di efficienza e produttività. In questo gruppo compaiono i primi significativi investimenti nella valorizzazione dei flussi informativi (Big data) e in simulazione e robotica. È anche il gruppo più numeroso tra le imprese con oltre 100 addetti.

Il quarto gruppo è formato da imprese digitalmente “mature”, caratterizzate da un utilizzo integrato delle tecnologie disponibili, che sono un punto di riferimento per l’intero sistema delle imprese pur rappresentando solo il 4% del totale. La presenza di questi gruppi di imprese è piuttosto omogenea a livello settoriale, nel senso che la distribuzione non è molto diversa tra industria e servizi. Secondo il rapporto Istat, la valutazione del grado di maturità digitale delle imprese italiane con 10 addetti e oltre può essere sintetizzata in quattro punti: circa tre quarti delle imprese sono impegnate in investimenti digitali; le imprese sotto i 100 addetti sono prevalentemente coinvolte nella “costruzione” del loro peculiare modello di digitalizzazione; le imprese con oltre 100 addetti sono invece alle prese con la difficile “sperimentazione” di nuove soluzioni tecnologiche e organizzative; soltanto il 4% delle imprese è già nella fase di maturità digitale; tale quota è decisamente più elevata nel Nord-ovest (4,7%), tra le imprese con oltre 500 addetti (23%) e nell’industria (5,2%).

L’importanza delle soluzioni cloud

Una tendenza importante riguarda le soluzioni cloud, o servizi cloud, che garantiscono efficienza, economicità e sicurezza nella gestione di grandi quantità di dati. Passando dalle fasi esplorative alle fasi applicative della digitalizzazione, la probabilità di adottare soluzioni cloud aumenta dal 20% al 50%. L’intensità applicativa è però ferma a un livello del 22%, una condizione penalizzante nei confronti internazionali che segnala una debolezza infrastrutturale e rallenta di fatto i processi aziendali di digitalizzazione.

Il motivo per cui governi e istituzioni di ricerca considerano essenziale la diffusione dei servizi cloud è perché si tratta di servizi che l’impresa può acquistare dall’esterno senza vincoli di localizzazione e dimensione. Il cloud rende possibile quella scalabilità delle attività digitali che è condizione essenziale per consentire, soprattutto alle imprese medio-piccole, di affrontare la sfida della trasformazione digitale senza immobilizzare ingenti risorse per l’acquisto di calcolatori, server per l’immagazzinamento dei dati e software applicativo.

La digitalizzazione dei processi aziendali

Un’altra chiave di lettura del processo di digitalizzazione è offerta dallo studio del grado di utilizzo di software gestionale. Il livello base di automazione, a cui accede il 67% delle imprese (66% per le imprese con 10-19 addetti e 80% per le imprese con 500 e più addetti) è quello della gestione della documentazione aziendale. Questo è evidentemente anche il risultato di un contesto economico dove i partner dell’impresa – inclusa la pubblica amministrazione – richiedono in misura crescente comunicazioni in formato digitale. La necessità di archiviare efficacemente grandi quantità di documenti, ma anche la possibilità di gestire tali informazioni da remoto (ad esempio, con modalità di telelavoro), rendono spesso questi software i primi gestionali a cui accedono le imprese, anche piccole e medie.

Un’altra esigenza chiave delle imprese, soprattutto manifatturiere e di alcuni settori dei servizi, è quella della gestione del magazzino e dei flussi materiali in entrata e uscita dall’impresa. I software che gestiscono questa funzione sono utilizzati in media dal 51% delle imprese: tale quota scende al 45% considerando le imprese con 10-19 addetti e raggiunge il 73% tra quelle con 500 addetti e oltre. Un altro esempio è la gestione sistematica delle relazioni con la clientela, su cui investono solo le imprese che hanno superato una determinata soglia in termini di numero di clienti, complessità dei beni e servizi offerti e intensità delle transazioni, e che operano su mercati fortemente competitivi. In questo caso, le più adottate sono le già citate soluzioni Crm (Customer relationship management), che gestiscono funzioni interne ed esterne all’impresa e sono state scelte dal 33% delle imprese (31% tra le piccole, 51% tra le grandi).

Gli effetti percepiti della Digital transformation

In merito agli effetti positivi, il 66% delle imprese, con 10 addetti e oltre, che hanno adottato almeno una tecnologia digitale nel triennio 2016-2018 ritiene che il digitale abbia agevolato la condivisione di informazioni e conoscenze all’interno delle imprese (86% delle grandi imprese). Sono invece soltanto il 41% quelle che hanno verificato una relazione positiva tra digitalizzazione e incremento dell’efficienza dei processi produttivi (imprese manifatturiere 52%). Inoltre appena il 17% delle imprese pensa che la digitalizzazione faciliti l’acquisizione di conoscenze dall’esterno e il 10% che renda possibile ottenere dall’esterno servizi, materie prime e semi-lavorati di migliore qualità. Irrilevante (4%) è infine la percentuale di imprese che ritengono la digitalizzazione utile per incrementare le opportunità di esternalizzazione di funzioni produttive.

Gli investimenti futuri in tecnologie

Può essere anche di interesse esaminare quali erano, nella fase pre-Covid-19, le aspettative delle imprese relativamente ai loro investimenti in tecnologie digitali tra il 2019 e il 2021. Una quota significativa di imprese dichiara di voler mantenere elevati gli investimenti infrastrutturali (connessione a Internet, cyber-security) mentre per le tecnologie applicative – pur tenendo conto del loro diverso grado di diffusione a livello settoriale – quelle che le hanno inserite nei propri progetti di sviluppo sono sistematicamente sotto il 10%, escluso l’Internet delle Cose. Per quanto riguarda tre tecnologie applicative chiave – Internet delle Cose, automazione e robotica e analisi dei Big Data – il 50% delle imprese appartenenti alle classi dimensionali 250-499 addetti e 500 e oltre ha l’intenzione di mantenere un elevato tasso di incremento da qui ai prossimi anni.

 

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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