I numeri di un anno difficile, le speranze di una ripresa, ma anche il rischio di un nuovo lockdown, con tutti i danni che potrebbero derivarne per il sistema produttivo italiano, e le opportunità relative agli incentivi per le imprese. È uno sguardo a tutto campo sulla situazione dell’industria italiana quello proposto da Italia 4.0, la trasmissione di Class CNBC in onda questa sera alle 21:00 sul canale 507 di Sky e in streaming sul sito http://video.milanofinanza.it/.

A tracciare il quadro della situazione, assieme al direttore Andrea Cabrini, alcuni dei principali attori di questo comparto: Giuliano Busetto, Presidente di Anie, la federazione delle imprese elettrotecniche ed elettroniche (1.500 aziende associate, oltre 500 mila occupati e un fatturato di 84 miliardi di euro); Barbara Colombo, neoeletta presidente di Ucimu – Sistemi per Produrre, che rappresenta i costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione e prodotti ausiliari (circa 240 imprese associate che sono oltre il 70% del Made in italy del settore); e Marco Nocivelli, presidente di Anima – Confindustria Meccanica che rappresenta 30 comparti industriali raccolti nei macrosettori di energia, logistica, alimentare industria, edilizia, sicurezza e ambiente (circa 220 mila addetti).

Tutti i numeri del 2020, tra perdite a doppia cifra e speranze per il futuro

Un’analisi che non può non partire da una riflessione sull’andamento dell’industria manifatturiera, che ha sorpreso per la capacità di resistere in momenti così difficili ma che segna, comunque, un trend decisamente preoccupante.  A partire dalla macchina utensile per la quale “Il 2020 è sicuramente un anno difficile, anche se da luglio abbiamo avuto qualche segnale di ripresa”, come spiega Barbara Colombo.

Il mercato, insomma, sembra essere tornato a muoversi e questo fa ben sperare in una ripresa, anche se i numeri del comparto segnano comunque un quadro preoccupante con un calo degli ordinativi tra luglio e settembre 2020 dell’11,4%. Per il 2021 però i dati dell’istituto internazionale Oxford Economics parlano di una crescita sul 2020 a livello mondiale del 18,4%. In Italia la crescita dovrebbe essere del 38,2% e il consumo nazionale di macchine utensili dovrebbe attestarsi intorno ai 3,1 miliardi di euro.

Situazione simile è quella evidenziata dall’ufficio studi di Anima, che parla di un calo dell’export del comparto della meccanica varia del 19,7% nel primo semestre 2020, per una perdita totale di oltre 3 miliardi, e una stima di calo della produzione, a fine 2020, del -9,4% rispetto al 2019, con un calo delle esportazioni dell’11,3% e una lieve flessione sia degli investimenti (-0,5%) che dell’occupazione (-0,4%).

“La nostra filiera risulta più bloccata verso l’estero rispetto ai mercati italiani – spiega Marco Nocivelli – con grandi differenze tra chi si trova nel comparto Horeca (HOtel REstaurant CAtering) o Oil & Gas e chi è più legato alle tecnologie per le industrie o per la sicurezza. Abbiamo visto una spinta positiva sopratutto nel terzo trimestre, con un recupero di fiducia, ma in questi momenti si ricomincia a sentire la paura di un nuovo lockdown che sarebbe catastrofico per le aziende. Un’idea che non condividiamo perché i luoghi di lavoro sono sicuri e lo abbiamo capito quando erano aperti solo questi e non i trasporti e la scuola”.

E le stime negative arrivano anche da un’analisi che Anie ha fatto su 230 imprese del comparto dell’elettronica e dell’elettrotecnica, circa 20 miliardi di euro di fatturato, dalla quale emerge che nei primi sei mesi  l’80% del campione ha avuto numeri negativi rispetto al semestre precedente.

“Stiamo assistendo sin dalla fine del 2018 a una contrazione, che è stata poi accentuata in maniera drammatica dal lockdown”, spiega Giuliano Busetto. E anche i possibili tassi di crescita positiva del 2021 devono essere letti pensando ai dati degli ultimi due anni. “Dovremo vedere un quadriennio globale per capire quanto non siamo stati capaci di crescere come avremmo potuto. L’industria di fatto ha guidato tutta la ripresa italia nel 2017 e nel 2018, ma quanto sta accadendo negli ultimi giorni può portare a un clima di sfiducia, non supportato da un’azione decisa e continua del governo. Bisogna sostenere anche coloro che esportano perché tutti sappiamo quanto è importante la ricaduta dell’export per il Pil”.

Giuliano Busetto

Piano Transizione 4.0: bene gli incentivi, ma limitare la burocrazia 

La strada per sostenere le imprese, comunque, passa anche per politiche legate agli incentivi per la transizione verso l’industria 4.0, che sono stati uno degli strumenti principali per il rilancio. Gli occhi, quindi, sono tutti puntati su Roma per capire quali misure verranno inserite nella manovra e se l’indirizzo legato agli incentivi per il piano Transizione 4.0 vanno nella direzione giusta.

Marco Nocivelli

“La cosa più importante per le imprese – sottolinea Nocivelli – è di avere decreti attuativi chiari e realizzabili. Finora il piano poggiava su un meccanismo di applicazione talmente complesso che molto spesso gli imprenditori non lo riuscivano a mettere in atto. L’importante è che le aziende non abbiano l’impressione di avere i bastoni tra le ruote, che ci sia la certezza del quadro giuridico perché altrimenti aumenta la paura e si riduce la propensione all’investimento. E poi, oltre alla stabilizzazione del piano, che ci sembra un’ottima idea, vorremmo che fossero aumentate le aliquote, magari in maniera degressiva: più forti nel 2021, un po’ meno nel 2022 e nel 2023, in modo da spingere gli imprenditori ad anticipare i loro investimenti. Questa potrebbe essere un’idea che accompagna e aiuta le imprese a rinnovarsi con più velocità”.

Un’ipotesi che non convince del tutto Busetto, che guida il gruppo di lavoro delle medie imprese all’interno di Confindustria per le proposte al governo in tema di Transizione 4.0. “Noi pensiamo che sia necessaria una premialità che permetta di spingere maggiormente all’interno del primo anno per creare quell’operazione di boost che permetterà di far riprendere gli investimenti privati sul mondo del manifatturiero. Siamo d’accordo nell’estendere le aliquote sul credito di imposta, ma crediamo che bisogni aumentare i massimali. E poi un altro elemento che finora si è visto poco: una vera trasformazione digitale delle industrie manifatturiere. Per l’imprenditore non è stato facile finora capire come trasformare progressivamente il proprio ciclo produttivo e noi pensiamo di spingere molto per valorizzare progetti green, oppure 4.0, in modo che le macchine siano connesse, che molti processi interni siano rivisti, che si possa pensare a una simulazione integrale, con il concetto di digital twin o quant’altro, per rendere le imprese competitive e con una produzione flessibile”.

“I dati dell’Oxford Economic Institute fanno ben sperare – spiega Colombo – ma solo a patto che le istituzioni facciano la loro parte. Noi, come Ucimu, abbiamo chiesto una riconferma del piano Transizione 4.0, e abbiamo chiesto di renderlo strutturale, con una durata di almeno 5 anni per permettere alle aziende di pianificare i propri investimenti nel tempo. E poi abbiamo chiesto un correttivo dei massimali al rialzo per applicare il credito di imposta, e una rimodulazione delle aliquote a seconda del macchinario che si andrà a comprare, se ha caratteristiche Industry 4.0 oppure no. Noi il credito di imposta lo riteniamo uno strumento valido, semplice da utilizzare, che permette alle aziende di recuperare l’investimento anche detraendolo dai contributi previdenziali. Quello che abbiamo criticato, però, è che non è stato ben comunicato e quindi gli imprenditori, a volte, non lo hanno capito”.

Accelerare sulla formazione per dare nuove opportunità anche alle imprese più piccole

Tra i temi centrali per il rilancio della manifattura italiana in chiave 4.0 resta anche quello legato alla formazione dei lavoratori che, fino ad oggi, ha in parte marginalizzato le imprese più piccole.

Barbara Colombo

“Nell’industria 4.0 valgono gli oggetti ma anche le persone – dice Nocivelli – e la formazione assume un ruolo fondamentale che, in passato, non è stato molto sottolineato ma che, come industria, abbiamo la volontà di spingere. Chiederemo al Governo di fare in modo che anche le industrie piccole e medie possano avere accesso alla formazione digitale, anche perché il problema principale resta sempre quello della burocrazia. Volendo indirizzare correttamente le risorse, o avendo paura di farle usare in modo non corretto, ci viene richiesta la compilazione di migliaia di moduli che una grande impresa può completare senza problemi, mentre una piccola o media ha difficoltà ad eseguire”.

“L’attuale credito di imposta per la formazione 4.0 riguarda solo il costo del dipendente che partecipa al corso di formazione organizzato all’interno dell’azienda – aggiunge Barbara Colombo – ma non copre il costo del docente o del consulente esterno che viene in azienda a spiegare che cosa fare con le macchine 4.0. E questo costo, per un’azienda di piccole o medie dimensioni, è molto elevato. Per questo i fondi, come afferma Elio Catania, senior advisor del Ministero dello Sviluppo Economico, sono stati utilizzati solo al 10%. Abbiamo chiesto al governo di inserire anche il costo del docente esterno, che viene in azienda, fa il corso e ti permette di ottenere quel cambiamento importante sia sulla produzione che nei processi”.

A questo si affianca anche la richiesta, da parte di Ucimu, di un aiuto per svecchiare un parco macchine che, secondo l’ultimo censimento, ha una media di 13 anni di età. “Sono tantissimi – prosegue Colombo – e per questo abbiamo chiesto di raddoppiare l’aliquota del 6% per gli investimenti in quei macchinari che una volta erano soggetti al super ammortamento e portarla almeno al 12%”.

Un nuovo lockdown sarebbe un disastro

Su tutto, però, prevale anche la preoccupazione per una situazione, legata alla pandemia da Covid-19, che sta creando seri problemi alle imprese, non solo per quanto riguarda la produzione ma anche per il rischio che le difficoltà a spostarsi possano limitare la competitività delle nostre aziende.

“Nel nostro settore, che esporta più del 60% della produzione, abbiamo la necessità di vendere le macchine ma anche di installarle nello stabilimento del cliente finale, che molto spesso è in paesi lontani”, sottolinea Colombo. “Questa impossibilità di muoversi e, sopratutto, l’imposizione di periodi di quarantena molto lunghi – parliamo di 14 giorni all’andata e altrettanti al ritorno – stanno paralizzando le aziende. Diventa sempre più difficile riattivare il circolo virtuoso dei nuovi ordini, che spesso comportano una trasferta presso il cliente o una visita nei nostri stabilimenti ma, soprattutto, non ci permette di offrire alla clientela un’assistenza tecnica adeguata. Il nostro timore è che si crei una sorta di ‘regionalizzazione degli acquisti‘, sopratutto in aree lontane come il far east, che potrebbe far confluire gli investimenti sulle imprese locali”.

E poi, anche se il governo lo esclude, aleggia il rischio di provvedimenti restrittivi che avrebbero un forte  impatto sulle attività produttive. “Non possiamo permetterci un nuovo lockdown – dice Busetto – perché nonostante l’Italia sia il paese che ha avuto la situazione più difficile in nessuna nazione europea abbiamo visto un lockdown così drammatico di due mesi. Ci sono paesi come la Germania, dove le aziende non hanno fatto nessun giorno di chiusura, eppure questo è un punto di riferimento. Auspichiamo che la situazione non peggiori per poter continuare a lavorare”.

“Credo che un nuovo lockdown sarebbe un disastro completo per la manifattura – prosegue Nocivelli – e penso che sia dovere del governo proteggerla,  cosi come credo sia un dovere del governo proteggere gli export manager, che vanno al di fuori del territorio italiano a vendere la nostra tecnologia, per poter avere una  bilancia commerciale attiva. Un’attività molto importante che oggi si sta degradando a causa delle difficoltà di viaggio che impattano, naturalmente, sulle attività di installazione ma ancora di più sulla ricerca di nuovi clienti che oggi non riusciamo a fare e che invece dovrebbe essere facilitata, come accade in altri paesi”.

Fabrizio Cerignale

Giornalista professionista, con in tasca un vecchio diploma da perito elettronico. Free lance e mobile journalist per vocazione, collabora da oltre trent’anni con agenzie di stampa e quotidiani, televisioni e siti web, realizzando, articoli, video, reportage fotografici. Giornalista generalista ma con una grande passione per la tecnologia a 360 gradi, da quella quotidiana, che aiuta a vivere meglio, alla robotica all’automazione.

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