Il report del World Economic Forum: il digital gap può frenare la ripresa

Il Covid rischia di vanificare anni di progressi nella riduzione della povertà e delle disuguaglianze e di indebolire ulteriormente la coesione sociale e la cooperazione globale: questo il rischio secondo il nuovo rapporto del World Economic Forum (WEF) “Global Risk Report 2021”.

Secondo il rapporto, gli effetti della pandemia introdurranno nuove barriere all’avanzamento del singolo e della collettività, con conseguenze disastrose per gran parte della popolazione globale: perdite di posti di lavoro, crescente divario digitale, interazioni sociali interrotte, bruschi cambiamenti nei mercati e nelle abitudini dei consumatori e interruzione della didattica hanno innescato nella popolazione la consapevolezza di nuove minacce, quali la disuguaglianza sociale, la disillusione giovanile e l’erosione della coesione sociale.

Minacce che rischiano di indebolire la capacità di risposta alle sfide che ci attendono nel breve, medio e lungo termine. Tra quelle individuate dai partecipanti al survey realizzato dal WEF ci sono: cambiamenti climatici, rischio ambientale, rischi derivanti dalle malattie infettive, difficoltà di sussistenza, deterioramento della salute mentale, crescita del debito pubblico, armi di distruzione di massa, fallimento della cybersecurity, disuguaglianza digitale e un breakdown dell’infrastruttura IT.

Il digital gap e il rischio di una ripresa non inclusiva

La spinta all’adozione delle tecnologie digitali creata dalla pandemia ha cambiato drasticamente le interazioni sociali e le abitudini della collettività, accelerando drasticamente alcuni trend, come la crescita dell’e-commerce, la diffusione dello smart working, della medicina e il ricorso alla didattica a distanza. Trend che, secondo il rapporto del WEF, sono destinati a crescere anche dopo la risoluzione dell’emergenza sanitaria e che pongono, oltre a nuove opportunità, dei seri rischi.

Gli individui dipenderanno in maniera sempre maggiore dalle loro conoscenze digitali per migliorare le proprie condizioni di vita e il rischio è, avverte il rapporto, di aumentare la disuguaglianza tra coloro che ne sono in possesso e quelli che non ne sono dotati e che la ripresa post-pandemica non sia inclusiva.

Tra i fattori di rischio, il rapporto individua la quantità di dati a disposizione dei singoli, che si prevede sarà quadruplicata entro il 2025, che renderà sempre più facile (ed economico) l’utilizzo di questi algoritmi da parte di malintenzionati o per scopi manipolativi. Un fenomeno già in corso, sottolinea il rapporto, visto che il numero di Paesi in cui si è assistito a campagne manipolatorie (anche attraverso la diffusione di notizie false) realizzate attraverso i social media è aumentato del 150% tra il 2017 e il 2019.

Inoltre, l’automazione di processi decisionali tradizionalmente svolti dall’uomo (come la valutazione delle prestazioni di un dipendente) rischia di accentuare i pregiudizi verso alcune categorie sociali, se tali decisioni vengono prese sulla base di dati distorti, mentre l’automazione di molti processi produttivi rischia di portare alla perdita di 85 milioni di lavori in soli 5 anni. Tuttavia, il rapporto Future of Jobs del World Economic Forum stima anche che entro il 2025, la divisione del lavoro tra uomo e macchine farà emergere 97 milioni di nuovi posti di lavoro. Opportunità a cui parte della forza lavoro mondiale non avrà accesso, se non si interviene prontamente per colmare il gap digitale e non si espande la formazione anche a quei lavoratori con serie lacune nell’alfabetizzazione digitale.

Con la crescita della dipendenza digitale non diminuisce, tuttavia, il divario di accessibilità alla tecnologia, sia tra Paesi che all’interno degli stessi: l’utilizzo di Internet varia da oltre l’87% della popolazione nei Paesi ad alto reddito a meno del 17% nei Paesi a basso reddito, mentre anche all’interno dei Paesi ad alto reddito, l’accesso alle risorse digitali è diversificato in base allo status socioeconomico.

Altro rischio deriva dalla concentrazione del potere in rete da parte di pochi attori, operanti soprattutto nel settore del commercio e nei pagamenti online e nei servizi di comunicazione. Il rischio, secondo il survey condotto da WEF, è che a lungo termine questo fenomeno di “concentrazione del potere digitale” possa potrebbe limitare il discorso politico e sociale a un numero limitato di piattaforme che hanno la capacità di filtrare le informazioni e di ridurre ulteriormente la già limitata azione degli individui e delle organizzazioni sul modo in cui i loro dati vengono utilizzati.

Nonostante quattro quinti dei Paesi abbiano introdotto normative che regolamentano l’e-commerce, la protezione dei dati, e la competitività nel settore digitale, le azioni governative sembrano non riuscire a tenere il passo con la digitalizzazione. Se non si cambierà la velocità di azione, avverte il rapporto, individui e istituzioni rischiano di perdere la propria autonomia digitale.

Digital gap, la ricetta del WEF per ridurlo

Saranno il contesto, l’equità e la governance alla base del salto digitale a determinare, secondo il rapporto, se l’uso e l’adozione di nuove tecnologie farà progredire il benessere individuale e sociale o se allargherà il divario tra gli “abbienti” e i “non abbienti” tecnologici.

Come assicurare, quindi, un esito positivo? Il rapporto suggerisce che per garantire una transizione digitale senza intoppi e mitigare i rischi per la coesione sociale derivanti dai divari digitali, bisognerà regolamentare l’innovazione, senza però soffocarla, ad esempio insistendo sulla sicurezza e sulla privacy nella progettazione nello sviluppo di nuove tecnologie e servizi digitali o utilizzando focus group per studiare le implicazioni delle nuove tecnologie sulle società e sui diritti umani.

Per ridurre il divario di competenze tra i membri della società non è sufficiente intervenire sull’accesso alle tecnologie digitali, sottolinea il rapporto. L’educazione digitale di base e l’apprendimento continuo possono invece aiutare i lavoratori a sviluppare le competenze critiche che occorreranno per tenere il passo con lo sviluppo delle tecnologie emergenti. Interventi di questo tipo, uniti allo sviluppo di tecnologie inclusive, ridurrebbero le differenze sociali (favorendo l’accesso a servizi essenziali a un maggior numero di persone) e porterebbero risvolti economici positivi anche alle aziende.

La crisi non ha colpito tutti allo stesso modo: PMI e donne le più penalizzate

La crisi economica provocata dalla pandemia non ha colpito tutti allo stesso modo: da un lato c’è una generazione di giovani lavoratori che sta affrontando la seconda importante crisi economica della propria vita lavorativa e che rischia, avverte il rapporto, di essere lasciata indietro nella ripresa, senza i percorsi di riqualificazione necessari per utilizzare le tecnologie emergenti.

Tra le più colpite ci sono anche le PMI, che spesso collettivamente costituiscono i più grandi datori di lavoro di un Paese: è il caso della Cina, ad esempio, dove queste imprese generano circa l’80% di occupazione. Si stima che il 18% di queste aziende in Cina sia fallito tra febbraio e maggio, mentre negli Stati Uniti, il 20% delle imprese con meno di 500 dipendenti ha chiuso definitivamente tra marzo e agosto 2020.

Anche le aziende di proprietà delle minoranze e delle donne sono state colpite più seriamente di altre, perché molte sono nel settore dei servizi alimentari, del commercio al dettaglio e dell’alloggio. Le imprese di proprietà delle donne sono state quelle maggiormente colpite, indipendentemente dalla geografia o dal tipo di mercato

Le PMI, scrive il rapporto, dovrebbero essere incoraggiate ad effettuare investimenti strategici per il loro efficiente funzionamento futuro, come il sostegno per la ricerca di mercati alternativi e sovvenzioni condizionate, l’accesso al sostegno per la formazione e la riqualificazione degli impiegati e lo sviluppo di programmi specifici per l’avviamento del percorso di digitalizzazione. Senza questa spinta, le imprese potrebbero subire una futura paralisi o crollare sotto i debiti.

Ambiente e cooperazione internazionale tra le preoccupazioni maggiori

Dal survey realizzato dal WEF emerge che tra le minacce maggiormente percepite c’è il fallimento delle azioni volte a contrastare i cambiamenti climatici. Sebbene le restrizioni imposte in tutto il mondo abbiano causato un calo delle emissioni globali nella prima metà del 2020, le evidenze tratte dalla crisi finanziaria del 2008-2009 avvertono che le emissioni potrebbero rimbalzare. Uno spostamento verso economie più verdi, avverte il rapporto, non può essere ritardato fino a quando gli effetti degli shock della pandemia non si saranno placati.

Una situazione che si inserisce in contesti politici e sociali complicati, che risentono degli effetti della pandemia: le risposte alla pandemia hanno causato infatti nuove tensioni interne e tensioni geopolitiche che minacciano la stabilità. Fenomeni che si si sono riflessi nelle risposte al survey del WEF, dove gli intervistati hanno indicato il collasso dello stato e del multilateralismo, tra le minacce più avvertite nel lungo termine.

Per evitare un futuro diviso e una ripresa non omogenea, secondo il rapporto i governi (individualmente e in modo coordinato) devono catalizzare una trasformazione che unisca gli investimenti nella ripresa economica verde e inclusiva, con misure a breve termine per colmare le lacune in materia di salute, istruzione, prospettive occupazionali e reti di sicurezza sociale.

Come gestire il rischio e promuovere la resilienza

Nonostante sia troppo presto per trarre da questa crisi delle lezioni, sottolinea il World Economic Forum, dalle considerazioni e analisi fatte nel rapporto emergono 4 opportunità di governance per rafforzare la resilienza complessiva dei Paesi, delle imprese e della comunità internazionale:

  • formulare quadri analitici che adottino una visione olistica e sistemica degli impatti del rischio
  • investire in “campioni del rischio” di alto profilo per incoraggiare la leadership nazionale e la cooperazione internazionale
  • migliorare la comunicazione del rischio e combattere la disinformazione
  • esplorare nuove forme di partenariato pubblico-privato sulla preparazione al rischio

Se ciò non avverrà si corre il rischio, molto concreto secondo il WEF, che ci si soffermerà sul pianificare la risposta all’ultima crisi invece di anticipare la prossima.

Il rapporto completo

Per maggiori dettagli è possibile consultare il rapporto completo, disponibile in Pdf (solo in inglese).

WEF_The_Global_Risks_Report_2021

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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