Maggiore innovazione, apertura ai mercati stranieri e ottimismo sul futuro: l’effetto filiera fa bene alle imprese

Il 41% delle imprese che lavora in maniera integrata all’interno di filiere prevede di recuperare i livelli produttivi pre-Covid già entro il 2021, contro il 36% di quelle che operano in maniera isolata: è quanto evidenzia l’analisi realizzata dal Centro Studi Tagliacarne su dati Unioncamere/InfoCamere sulle 17 filiere individuate dal Ministero dello sviluppo economico.

Un universo che conta oltre 3,8 milioni di imprese attive – il 75% del sistema imprenditoriale italiano –, occupa più di 12 milioni addetti e genera 2.500 miliardi di euro di fatturato (78,9% del totale in industria e servizi).

Innovazione, export e collaborazione sono le chiavi per la ripresa

Dall’analisi emerge che oltre 3 imprese su 4, nel nostro Paese, operano all’interno di filiere (alcune a livello di territorio, altre in filiere internazionali). Queste imprese sono più innovative, più aperte ai mercati stranieri e più ottimiste sul futuro di quelle che lavorano in maniera isolata.

“In molte il rapporto tra le imprese non si esaurisce nel contratto di fornitura ma, come mostrano diverse analisi di Unioncamere, si arricchisce con fattori qualitativi, servizi, supporti finanziari, percorsi di certificazione, spesso indotti dalle aziende capo-filiere, normalmente medie o grandi”, commenta Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere.

Fattori che hanno aiutato molte PMI ad affrontare meglio la crisi provocata dalla pandemia: il 41% di queste imprese, infatti, conta di recuperare i livelli produttivi pre-Covid entro quest’anno. Un dato sale al 45% per le imprese in filiera che hanno investito nelle tecnologie 4.0, contro il 35% delle altre digitalizzate.

Innovazione e export sono tra le leve strategiche su cui puntano per stare sul mercato. Il 62% delle imprese che lavorano insieme ha fatto investimenti per innovare (contro il 38% delle altre). E per competere puntano soprattutto sull’innovazione di prodotto (il 46% contro il 25%) e di processo (il 39% contro il 24%).

Anche tra le imprese che adottano tecnologie 4.0 pesa l’effetto filiera: il 74% delle imprese che collaborano tra loro ha investito in almeno una forma di innovazione (tra quelle di prodotto, processo, organizzativa, marketing), contro il 67% di quelle non filiera.

Questa diversa sensibilità ad innovare mostra un differenziale che arriva fino a 17 punti percentuali per quanto riguarda l’innovazione di prodotto.

I benefici del lavorare in filiera si fanno sentire anche sulla maggiore apertura ai mercati stranieri: infatti, il 22% delle imprese che operano in filiere esporta, con punte che arrivano al 30% nelle filiere 4.0 (contro il 24% delle altre digitalizzate).

Il 30% del fatturato delle filiere 4.0 è alimentato dalle vendite estere, contro il 24% di quello delle altre imprese digitalizzate non in filiera.

Non solo, le prime esportano anche mediamente in più mercati rispetto alle seconde (24% contro il 19%). Non a caso nel PNRR si riserva attenzione al tema delle filiere leggendolo sotto la lente dell’internazionalizzazione proprio sotto l’asse strategico della Transizione digitale.

La collaborazione tra imprese che hanno attività interconnesse lungo tutta la catena del valore – dalla creazione sino alla distribuzione di un bene o servizio – si rileva quindi un importante fattore di competitività per gli imprenditori, soprattutto se abbracciano il digitale avanzato.

“Questi fattori e supporti diventano molto importanti in questi anni in cui centinaia di migliaia di piccole aziende, il cuore della nostra economia, dovranno affrontare il ripido percorso della doppia transizione, digitale e ambientale. Sono perciò necessarie scelte pubbliche che aiutino l’irrobustimento delle filiere, dei legami forti che si istaurano al loro interno e le aggregazioni tra imprese, per salvaguardare la competitività del nostro sistema”, aggiunge Tripoli.

Tre imprese su 5 attive nelle costruzioni e agrobusiness

Costruzioni e agrobusiness rappresentano quasi il 60% delle imprese attive coinvolte nel sistema delle filiere (rispettivamente il 29,1% e il 28,8%).

Tuttavia, il loro peso percentuale scende intorno al 30% se si considerano i dati occupazionali (nelle costruzioni è impegato il 18,8%, mentre nell’agrobusiness il 12,6%) e di fatturato: l’agrobusiness ammonta, infatti per il 17,4% del totale, mentre le costruzioni per l’11,8%.

Ampliando l’analisi alle altre attività si distinguono per numero di addetti: la sanità 9,8%, il turismo- beni culturali 8,7% e sistema moda 8,3%. Mentre per fatturato spiccano le filiere dell’energia 11,2%, dei mezzi di trasporto 9,8% e, ancora, del sistema moda 7,0%.

Per quanto riguarda la distribuzione geografica di queste imprese, è la Lombardia – con oltre 580mila imprese attive (15% del totale nazionale) – a svettare in cima alla classifica italiana delle imprese che operano in filiera.

Seguono la Campania (9,4%) e il Lazio (9,2%). Ma se si guarda all’incidenza delle filiere sul tessuto produttivo di ciascuna regione la prospettiva cambia. A conquistare le prime posizioni di questa speciale graduatoria sono: Bolzano (con l’83,8% delle imprese in filiera sul totale locale), Basilicata (81,1%) e Molise (80,8%).

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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