Gli investimenti per l’efficienza energetica nell’industria non decollano: colpa del PNRR?

Gli investimenti in soluzioni per l’efficienza energetica nell’industria sono risultati in crescita dell’8% nel 2021, ma restano indietro rispetto ai livelli pre-pandemia. Inoltre si focalizzano prevalentemente su tecnologie hardware, con scarso interesse per le soluzioni digitali e software, che potrebbero invece dare un grande contributo in termini di analisi e valorizzazione dei dati raccolti. Al banco degli imputati siede anche il PNRR, che ha puntato tutto su rinnovabili ed edilizia civile senza riservare risorse importanti per l’efficienza energetica industriale.

È questo, in estrema sintesi, quanto emerge dal Digital Energy Efficiency Report 2022 redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano.

Gli investimenti per l’efficienza energetica in ambito industriale

Veniamo ai numeri. Nel 2021 in Italia gli investimenti per l’efficienza energetica in ambito industriale hanno raggiunto i 2,2 miliardi di euro, quasi totalmente (90%) per tecnologie hardware e solo in minima parte per soluzioni digitali e software.

Si tratta, come anticipato, di un +8% rispetto all’anno precedente. Numeri che però gli analisti invitano a considerare con cautela: “È difficile parlare di ripresa, visto che il 2020 aveva fatto registrare risultati particolarmente negativi (-19,6%) e che l’inversione di tendenza non è stata sufficiente a riportare i valori ai livelli pre-pandemici (peraltro già in frenata dopo il boom del biennio 2015-17) a causa di diversi fattori normativi e di mercato”, rilevano gli autori del Report.

Infine, l’ultimo trimestre del 2021 è stato investito dalla forte crescita dei prezzi delle commodities, a cui non è però corrisposto un aumento degli investimenti in efficienza energetica.

Tanto hardware, poco software

L’aumento più sensibile all’interno delle tecnologie hardware (+8,4% di investimenti in totale) riguarda la cogenerazione (+21%), seguita dall’illuminazione efficiente (+8%) che però è ancora ben lontana dal colmare il -21% registrato nel 2020 rispetto al 2019.

Le soluzioni digitali, invece, sono cresciute appena del 4% e quasi la metà degli investimenti (74 milioni di euro, pari al 47%) ha riguardato i sistemi di raccolta e monitoraggio dei dati energetici di processo.

La critica al PNRR

Considerando che la seconda missione del PNRR dedicata a “Rivoluzione verde e transizione ecologica” è quella più corposa in termini di risorse (circa 70 miliardi, includendo anche le risorse del fondo complementare), ci si chiede se gli stanziamenti previsti potrebbero contribuire a invertire la rotta.

La risposta fornita da Federico Frattini, vicedirettore dell’Energy&Strategy e responsabile dell’Osservatorio DEER è negativa: “Purtroppo l’efficienza energetica nel comparto industriale è la Cenerentola del Piano nazionale di ripresa e resilienza – commenta – e i fondi che le sono stati destinati sono decisamente esigui rispetto a quelli indirizzati ad altri settori”.

Le motivazioni – prosegue Frattini – possono essere diverse: “Fattori di carattere strategico, come la scelta di incentivare maggiormente l’installazione di impianti da fonti di energia rinnovabile per andare incontro agli obiettivi di decarbonizzazione imposti dalle direttive europee; oppure fattori legati alle caratteristiche intrinseche del parco edilizio ad uso civile, che essendo più arretrato rispetto a quello industriale è oggetto della maggior parte dei fondi per la riqualificazione degli edifici”.

L’unica speranza resta il Piano Transizione 4.0: “Il processo di digitalizzazione delle imprese gioca un ruolo fondamentale per raggiungere qualunque obiettivo nell’ambito della transizione ecologica e dunque abbiamo ragione di ritenere che, superata l’attuale fase emergenziale, gli investimenti in chiave industriale saranno trainati dai fondi per il Piano Transizione 4.0”.

Mercato potenziale a 3,7 miliardi

Se il mercato attuale è asfittico, diverso sarebbe lo scenario qualora le policy governative e le dinamiche di mercato portassero a una maggiore esigenza di intervenire sull’efficienza in ambito industriale a seguito dell’incremento dei prezzi dell’energia.

“Questo scenario, che abbiamo definito ‘policy and market driven’ potrebbe generare un mercato da 3,7 miliardi di euro”, spiega Frattini. Anche dal punto di vista delle emissioni di gas serra, lo scenario ‘policy and market driven’ è l’unico che avvicinerebbe il settore industriale italiano, al 2030, all’obiettivo di riduzione del 40% contenuto nel PNIEC (non però a quello di -55% del pacchetto Fit for 55), ma la strada da percorrere per una decarbonizzazione consistente del comparto è ancora lunga.

I paradigmi di data valorization e data monetization: lo stato attuale

Con data valorization si definisce la rielaborazione dei dati energetici raccolti dalle tecnologie digitali presenti in azienda, in modo che il management possa prendere decisioni informate, mentre con data monetization si intende la vendita di tali dati, un’opzione che ben il 95% delle imprese interpellate con un’apposita survey non ha nemmeno preso in considerazione o approfondito ad oggi.

Stando alla ricerca, le aziende sono spesso dotate di svariati sistemi di misurazione dei consumi energetici, ma ancora non hanno la consapevolezza del valore che si potrebbe estrarre dalla loro analisi e quindi non utilizzano questi approcci, annullando il vantaggio potenzialmente conseguibile.

Sono i software provider o le ESCo che, oltre a offrire soluzioni software in grado di esaminare in maniera strutturata i dati energetici raccolti sul campo, supportano il cliente nella loro interpretazione: nel settore industriale, vengono sfruttati principalmente per efficientare i processi (96% dei casi) e ottimizzare gli impianti (78%), ma sempre più aziende stanno cercando di individuare opportunità di riduzione delle emissioni di CO2 attraverso l’impiego dei dati raccolti.

La questione dei Certificati Bianchi

Risale al 31 maggio 2021 la riforma dei Certificati Bianchi (CB) che doveva arrestarne il declino e rilanciarli: obiettivo che gli analisti definiscono “al momento non raggiunto, visto che nel 2021 il GSE ha riconosciuto complessivamente 1.120.672 CB, pari a un quinto di quelli emessi nel 2015 e molti meno anche rispetto al 2020 (-35%), che già erano diminuiti del 41% sul 2019”.

Nonostante siano considerati lo strumento potenzialmente più efficace a supporto dell’efficienza energetica (l’unico in grado di contabilizzare effettivamente i risparmi conseguiti e quello che permette di raggiungere obiettivi di efficienza a costi più bassi), non sono diminuite le difficoltà che ne impediscono un utilizzo diffuso da parte degli operatori, soprattutto a causa del ridotto numero di titoli generati che crea uno squilibrio fra domanda e offerta.

La soluzione? “Servirebbe un processo di semplificazione e standardizzazione dell’iter burocratico, in modo da incentivare le imprese a farne richiesta e conseguentemente incrementare l’offerta di mercato”, spiegano i ricercatori del Politecnico di Milano.

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Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ membro del Consiglio Direttivo di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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