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Competitività: l’80% dei leader europei chiede più Europa e riforme per evitare il declino



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La seconda edizione dello European Competitiveness Barometer di BCG rileva una convergenza tra industria e società civile sulla necessità di riforme strutturali: l’80% dei soggetti coinvolti ritiene indispensabile un cambiamento profondo per salvaguardare la tenuta economica dell’Unione. Per recuperare competitività i business leader pongono come priorità l’integrazione dei mercati dell’energia e della difesa, la nascita di campioni industriali europei e una semplificazione normativa radicale. La strategia proposta mira a consolidare la sovranità tecnologica attraverso nuovi modelli di finanziamento e una partecipazione diretta dei vertici aziendali alla governance economica europea.

Pubblicato il 12 mar 2026



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Il 96% dei vertici aziendali e l’85% dei cittadini concordano sulla necessità prioritaria di proteggere gli interessi commerciali dell’Unione Europea per evitare un declino economico irreversibile.

Un’urgenza che spinge il 40% dei dirigenti a invocare una revisione completa dell’assetto dell’UE, non in un’ottica di frammentazione, ma verso una strategia di integrazione più profonda.

Oltre il 60% dei soggetti coinvolti sostiene infatti la tesi di una maggiore coesione, mentre l’87% dei CEO identifica nella nascita di campioni industriali europei, dotati di una capacità decisionale rafforzata, la chiave per competere sui mercati globali.

È quanto emerge dalla seconda edizione dello European Competitiveness Barometer di Boston Consulting Group (BCG), che analizza lo stato della competitività economica dell’Europa attraverso le prospettive convergenti di vertici aziendali (CEO) e cittadini.

Il rapporto registra una contrazione della fiducia di 15 punti percentuali rispetto alla rilevazione precedente, dato riflette lo scetticismo verso riforme che restano sulla carta, trasformando l’attesa di interventi strutturali in una richiesta di pragmatismo non più rimandabile.

L’urgenza di una reazione e la tutela degli asset industriali per salvaguardare la competitività europea

Il fattore tempo emerge come la variabile critica per la tenuta del sistema produttivo europeo. L’allarme lanciato dai vertici aziendali non riguarda solo una generica contrazione della crescita, ma la necessità impellente di proteggere gli interessi commerciali dell’Unione.

Il 96% degli intervistati considera questa difesa un prerequisito indispensabile per scongiurare conseguenze economiche severe, che potrebbero compromettere definitivamente il posizionamento dell’Europa nelle catene del valore globali.

Il timore principale risiede nella capacità di mantenere elevati i livelli di spesa in conto capitale. L’88% dei leader identifica nella perdita di capacità di investimento il rischio più immediato, temendo un’erosione della solidità finanziaria necessaria per sostenere i cicli tecnologici.

Preoccupazione che si riflette direttamente sulle prospettive di sviluppo tecnico: per l’84% del campione, l’assenza di interventi strutturali coordinati porterà a un inevitabile rallentamento delle attività di ricerca e sviluppo, sottraendo risorse vitali all’innovazione di prodotto e di processo proprio nella fase di massima accelerazione della transizione digitale.

A questo si aggiunge la previsione di impatti strutturali profondi: il 93% dei dirigenti ritiene probabile una riduzione della forza lavoro, mentre il 90% prospetta un aumento del trasferimento delle attività produttive al di fuori dei confini europei, delineando il rischio di una deindustrializzazione precoce del continente.

Asimmetrie della fiducia e resilienza del sistema Italia

L’analisi territoriale dei dati rivela una marcata frammentazione nel sentimento industriale, evidenziando un divario profondo tra le principali economie del continente.

Mentre le nazioni con una forte impronta manifatturiera tradizionale mostrano segnali di logoramento, con un crollo dell’ottimismo di 21 punti in Germania e di 19 punti in Francia, l’Italia si posiziona in netta controtendenza.

Nel nostro Paese la fiducia dei dirigenti registra un incremento del 7%, riflettendo una capacità di adattamento specifica del tessuto produttivo nazionale di fronte alle turbolenze globali.

Sia i CEO che i cittadini concordano che il principale motivo per cui lo slancio competitivo dell’Europa si è affievolito è da ricercare nella mancanza di unità e visioni discordanti tra gli Stati membri.

Altri fattori riguardano le crescenti tensioni tra gli interessi nazionali ed europei, la posizione di debolezza dell’UE dopo le negoziazioni tariffarie con gli Stati Uniti e la mancanza di azioni concrete da parte dell’Europa.

Integrazione e sovranità: la via per superare lo stallo europeo

L’ipotesi di una frammentazione o di un ritorno ai nazionalismi viene rigettata in modo netto sia dal mondo industriale sia dalla società civile. Il 64% dei dirigenti e il 61% dei cittadini vedono in una maggiore cooperazione l’unica strategia percorribile per recuperare competitività.

La richiesta di coesione si traduce in un consenso schiacciante sulla necessità di un cambiamento radicale: l’80% dei leader aziendali e dei cittadini concorda sul fatto che l’Europa debba attuare riforme profonde e strutturali per evitare il declino.

Il 40% dei business leader e il 36% dei cittadini ritiene che il sistema attuale non sia più gestibile e richiede una revisione o una riprogettazione completa, anche a costo di un’interruzione a breve termine.

Il 39% dei CEO e il 43% dei cittadini crede che semplificare il quadro normativo esistente è possibile, ma richiederà una forte volontà politica e uno sforzo costante, mentre il 21% del campione crede che l’UE possa semplificare e snellire efficacemente il quadro normativo esistente.

Nuove frontiere tecnologiche e il modello dell’agenzia per l’innovazione

Il rilancio della competitività industriale passa inevitabilmente attraverso una ridefinizione delle priorità di investimento, con un focus netto su tecnologie di frontiera, energia e difesa.

L’86% dei leader d’impresa identifica negli incentivi fiscali mirati lo strumento principale per sostenere lo sviluppo di soluzioni tecniche ad alto rischio, considerate fondamentali per non cedere terreno rispetto ai competitor extra-europei.

Su questo tema emerge una proposta di rottura rispetto ai modelli di finanziamento tradizionali: l’82% dei dirigenti auspica la creazione di un’agenzia europea per l’innovazione ispirata al modello della DARPA statunitense.

Un organismo rivolto finanziare progetti ad alto potenziale di trasformazione, superando la frammentazione dei sussidi e concentrando le risorse su obiettivi tecnologici ambiziosi.

L’obiettivo è trasformare l’ingegno in asset aziendali protetti e misurabili, integrando la qualità del prodotto con una gestione avanzata dei processi di valore per competere su scala globale.

Energia, difesa, finanza e resilienza strategica: le priorità per i business leader

Sul fronte energetico, l’89% dei business leader crede nella necessità di costruire un mix energetico diversificato contando anche sulla potenza nucleare, mentre per l’87% è necessario accelerare sull’eletrificazione industriale e la creazione di una rete unica europea.

Tra i business leader si registra anche una comunanza di visioni sulla necessità di:

  • armonizzare le normative bancarie in tutta Europa per un sistema finanziario unificato
  • accelerare l’integrazione e la cooperazione nel settore della difesa per raggiungere una scala maggiore
  • rafforzare la resilienza delle supply chain in settori critici attraverso il sostegno ai principali attori
  • ridurre le dipendenze esterne dell’Unione in settori critici privilegiando le filiere e le soluzioni europee

“Tutte queste priorità hanno un fattore comune: la resilienza delle catene globali delle forniture. La priorità vera dell’Europa è dunque quella di ridurre la sua dipendenza dall’estero: dagli Stati Uniti per difesa, tecnologia ed energia, da Russia e altri Paesi per le materie prime, dalla Cina per le commodity”, commenta Davide Di Domenico, Senior Managing Director e Partner di BCG.

Le sei priorità per il rilancio del sistema produttivo

Il rapporto delinea un consenso netto dei vertici aziendali su sei leve d’azione orizzontali, ritenute fondamentali per colmare il divario con i competitor globali.

L’87% dei dirigenti identifica nella capacità di favorire la nascita di campioni industriali europei e in una maggiore flessibilità del mercato del lavoro i pilastri per recuperare agilità operativa.

Emerge anche un’istanza decisa per l’alleggerimento dei carichi che gravano sulle imprese: l’87% sollecita una riduzione della pressione fiscale, mentre l’86% indica nella semplificazione normativa e nella riduzione della burocrazia un passaggio non più rinviabile.

Completano il quadro delle riforme la richiesta di garantire una concorrenza equilibrata all’interno del mercato unico, sostenuta dall’84% degli intervistati, e la necessità di un contenimento della spesa pubblica, indicata dall’81% dei leader come condizione per una stabilità macroeconomica duratura.

Cittadini e CEO auspicano una maggiore partecipazione dei vertici aziendali alla governance economica

Davanti al quadro delineato, sia cittadini che CEO credono che i business leader dovrebbero avere un ruolo più attivo nelle politiche di competitività europea.

Nello specifico, il 93% dei cittadini e il 76% dei cittadini sollecitano un ruolo attivo dei business leader nella definizione delle politiche comunitarie, con il 91% del campione che auspica la creazione di un gruppo di lavoro permanente a livello UE composto da CEO.

Nonostante l’84% dei dirigenti si dichiari pronto a dedicare tempo e competenze a questo mandato, l’esposizione pubblica resta frenata da alcuni ostacoli.

Il 64% degli intervistati identifica nei rischi reputazionali, sia personali sia aziendali, il principale deterrente, mentre il 54% segnala la mancanza di mandati formali o di una sollecitazione attiva da parte della sfera politica.

A questi fattori si aggiungono la pressione degli azionisti a mantenere un profilo discreto, indicata dal 47% dei leader, e il timore di ritorsioni politiche, segnalato dal 35% del campione.

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