Che cosa sono i PIR, piani individuali di risparmio, e perché sono importanti per sostenere l’innovazione delle PMI

Creare un ponte diretto tra il risparmio privato e l’economia reale del Paese. Per convogliare nuove risorse sulle imprese; favorire gli investimenti in azioni e obbligazioni di aziende italiane; incentivare quelli a medio e lungo termine; sostenere così anche la crescita economica. Con questo spirito, e questi obiettivi, con la legge 232/2016, sono stati introdotti i Pir, Piani individuali di risparmio.

Uno strumento, avviato già da due anni ma ancora poco familiare ai più, pensato come forma di investimento per i risparmiatori, e allo stesso tempo come strumento da mettere a disposizione delle aziende e del loro sviluppo.

E questo perché un Pir deve investire almeno il 70% del totale in strumenti finanziari emessi da imprese italiane o europee, a patto che queste ultime dispongano di una stabile organizzazione in Italia, e a esclusione di quelle che svolgono attività immobiliare. Di questo 70%, almeno il 30% (quindi il 21% del totale) deve essere investito in aziende che non fanno parte del Ftse Mib (l’Indice principale della Borsa Italiana) o equivalenti, cioè deve essere destinato all’acquisto di azioni o obbligazioni emesse da piccole e medie imprese italiane.


Con un limite di concentrazione pensato per garantire una diversificazione all’investitore: il Pir non può investire una quota superiore al 10% in strumenti finanziari emessi o stipulati con lo stesso emittente (la stessa azienda), o con altra società appartenente allo stesso Gruppo, o in depositi e conti correnti.

Il restante 30% del totale può essere investito in strumenti di altri emittenti, come azioni, obbligazioni, depositi, anche non italiani. In pratica, l’investimento è rivolto soprattutto ad aziende italiane, sia sotto forma di obbligazioni, sia di azioni.

Nuove risorse per le aziende

Una soluzione per cercare di superare uno dei limiti principali della nostra economia: la difficoltà di accesso al capitale, soprattutto per quanto riguarda le piccole e medie imprese.

I finanziamenti alle imprese sono calati nel complesso di oltre il 15% nei cinque anni che vanno dal 2012 al 2016, secondo l’Ufficio studi di Confindustria, e il calo è ancora più marcato per le aziende di dimensioni medio-piccole. Una situazione derivata sia dalla crisi economica dell’ultimo decennio – per cui quando le aziende investono meno hanno minore necessità di finanziamenti -, ma anche dalla nota e grande difficoltà con cui le banche erogano credito alle Pmi. E tutto ciò rappresenta un grande freno allo sviluppo. Attraverso gli investimenti nei Piani individuali di risparmio le piccole e medie imprese hanno l’opportunità per finanziare la propria crescita, con ricadute positive in termini di competitività e occupazione per il Paese.

I vantaggi dell’investimento per i risparmiatori

I fondi Pir sono in pratica dei “contenitori” nei quali possono essere inseriti diversi tipi di strumenti finanziari o somme di denaro, tra cui: fondi comuni d’investimento, contratti assicurativi, gestioni patrimoniali, dossier titoli. E consentono di ottenere diversi vantaggi.

Il primo è fiscale ed è costituito da due tipi di benefici. Innanzitutto con i Pir si può ottenere il 100% di esenzione dalla tassazione sugli utili, interessi, cedole e dividendi generati dall’investimento. È un beneficio rilevante: normalmente, infatti, le plusvalenze sono tassate al 26%, o al 12,5% nel caso dei titoli di Stato. Scegliere un Pir significa quindi risparmiare fino a 260 euro di tasse per ogni 1.000 euro di rendimento.

Un secondo vantaggio fiscale è la completa esenzione del patrimonio dall’imposta di successione. Per ottenere questi benefici occorre che l’investimento in Pir rispetti alcuni requisiti, sia in termini di composizione del portafoglio, che di ammontare investito e orizzonte temporale dell’investimento.

Il terzo vantaggio di investire in un Pir è proprio il miglioramento dell’allocazione del portafoglio, grazie a specifiche regole di diversificazione del rischio, e l’incentivo a investire con un corretto orizzonte temporale.

L’orizzonte temporale minimo per ogni investimento per ottenere i vantaggi fiscali è di 5 anni. E una volta ottenuta la detassazione degli utili, questa verrà mantenuta per sempre.

Mantenere un investimento i cui frutti sono detassati aumenta la probabilità di avere risultati positivi e la convenienza stessa dell’investimento. Perché incrementando la durata dell’investimento, si riduce la probabilità di perdita: la probabilità di perdita per un investimento azionario (come si vede nel grafico sottostante) passa da quasi il 40% su un orizzonte temporale di un anno a circa il 5% su un orizzonte temporale di 8 anni.

Quanto si può guadagnare in più?

Con l’esenzione dall’imposta sugli utili, dato che investire in un fondo Pir significa che, ad esempio, per ogni 1.000 euro di rendimento si possono risparmiare fino a 260 euro di tasse, allo stesso modo su 150 mila euro investiti e un rendimento medio annuo del 6%, in 10 anni si possono guadagnare oltre 23 mila euro in più rispetto a un fondo tradizionale. E in trent’anni gli utili in più diventano 161 mila euro.

Ciò significa anche che, con un fondo che in media rende il 6% l’anno, il rendimento di un fondo Pir è del 60% in 10 anni, rispetto al 44% di un fondo non Pir. Su 30 anni, invece, un fondo Pir renderebbe il 413% contro il 306% di un fondo non Pir.

 

Due conti in prospettiva

I Pir sono riservati alle singole persone fisiche residenti fiscalmente in Italia, e non sono cointestabili. Ogni persona (identificata dal suo codice fiscale) può investire un massimo complessivo di 150 mila euro, con il limite di 30 mila euro all’anno.

Dato che per avere diritto all’esenzione fiscale l’investimento deve essere mantenuto per almeno 5 anni, investendo 30 mila euro all’anno, e quindi arrivando al tetto di 150 mila euro dopo 5 anni, significa che si ottiene l’esenzione fiscale su tutti i 150 mila euro investiti dopo 10 anni dalla prima sottoscrizione del Pir, quando anche l’ultimo versamento di 30 mila euro sarà detassato, ossia quando saranno passati 5 anni anche per quest’ultimo investimento. E una volta ottenuta, l’esenzione fiscale rimane valida per sempre. (Naturalmente la cifra di 30 mila euro è puramente indicativa, è possibile investire qualunque cifra, anche inferiore).

Dato che ogni singola persona fisica (codice fiscale) può investire fino a un massimo di 150 mila euro, una famiglia di 4 persone, ad esempio, (padre, madre e due figli maggiorenni) può arrivare a versare complessivamente 600 mila euro, e potrà ottenere la completa detassazione degli utili che derivano da quell’investimento.

I soldi investiti non sono vincolati, è possibile disinvestire in qualsiasi momento. Ma se si disinveste prima che siano passati i 5 anni previsti, si perde il beneficio dell’esenzione fiscale e il Pir è tassato come qualsiasi altro investimento. E in effetti può essere considerato un requisito corretto, dal momento che qualsiasi investimento ha bisogno di tempo per potere dare dei risultati, e un periodo di almeno 5 anni è ragionevole. Troppo spesso gli investitori sono preda dell’ansia di ottenere un rendimento nel breve termine, che li porta spesso a vendere investimenti non ancora maturi.

I rischi sui titoli “di casa”

Dato che con il Pir si investe almeno il 70% del portafoglio in strumenti finanziari emessi da aziende italiane, ne deriva che l’investimento in Pir è soprattutto esposto al rischio Italia. Ma con alcuni aspetti da rimarcare.

Da sempre gli investitori di ogni Paese preferiscono investire in titoli “di casa”, e noi italiani non facciamo eccezione. I portafogli delle famiglie italiane sono sbilanciati su titoli di Stato Italiani, obbligazioni bancarie e depositi di banche italiane. In finanza questo fenomeno è definito come “Home bias”: si tratta del sovrappeso che si tende a dare nel proprio portafoglio di investimento ai titoli domestici.

Con i Pir questa situazione migliora per tre ragioni. La prima: si aumentano i rendimenti potenziali su un portafoglio con un rischio Paese uguale o molto simile a quello che già molti detengono. Secondo: il fatto di investire per almeno cinque anni migliora l’orizzonte temporale, disincentiva il comportamento dell’investitore che segue le mode e si fa travolgere dal panico o dall’euforia, vendendo o comprando in modo irrazionale. Terzo: utilizzare una gestione professionale, ad esempio attraverso un fondo comune Pir, permette una diversificazione maggiore, e dunque un rischio inferiore rispetto a un portafoglio concentrato su pochi titoli.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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