Cresce il carico fiscale sulle imprese, ma la vera tassa è la burocrazia

Il carico fiscale sulle imprese è cresciuto, nel 2019 e nel 2020, e se risulta inferiore ai livelli record degli anni dal 2006 al 2017 è solo per gli sgravi contributivi introdotti in modo temporaneo per i lavoratori neoassunti. Lo si rileva da una analisi della pressione fiscale in Italia condotto dalla Fondazione nazionale dei dottori commercialisti: uno studio che analizza e confronta il carico fiscale nel corso del tempo e in rapporto con gli altri paesi Ue ed extraeuropei e il loro impatto sul reddito delle famiglie, sui consumi e sulle imprese.

L’Italia ha sempre mostrato un peso di tasse e imposte con percentuali molto elevate rispetto alle principali economie europee e non solo, ma nel 2020 (come mostra la tabella di seguito), il valore dell’indice è risultato pari al 59,1%, in netta crescita rispetto al 2019 (53,1%) e soprattutto rispetto al 2018 (48%), ma molto inferiore ai livelli sostenuti dei primi anni 2000 quando il TTRC italiano era superiore al 70%. Il TTRC (Total Tax and Contribution Rate) rappresenta il carico fiscale gravante sulle imprese espresso in percentuale dei profitti commerciali; ovvero la percentuale di profitti a cui, ogni anno, l’impresa rinuncia per far fronte al pagamento delle imposte, delle tasse e dei contributi sociali.

“Per fare impresa è necessario avere chiara una prospettiva di medio-lungo termine”, commenta Alvise Biffi, vicepresidente della piccola industria di Confindustria e presidente della PI di Confindustria Lombardia. “Il bonus temporaneo o una tantum in genere arriva in situazioni particolari, ma non risolve il problema del peso eccessivo del carico fiscale sulle nostre imprese, che hanno bisogno di interventi strutturali, che diano certezze. Finora sono scettico anche sui programmi che potranno essere implementati grazie al recovery fund: le nostre proposte non sono state minimamente considerate, il governo non ci coinvolge, non c’è ascolto”.

La ricerca della Fondazione dei commercialisti conferma che, complessivamente, la pressione fiscale in Italia resta alta, sbilanciata dal lato del lavoro rispetto al consumo, prevalentemente centrale, fortemente condizionata dall’esistenza di un vasto sommerso economico, pesantemente schiacciata dal livello della spesa pubblica.

Nonostante il continuo richiamo alle semplificazioni le imprese sono soggette a una miriade di singoli tributi, mentre il prelievo risulta sempre più concentrato su poche imposte: ogni tentativo di ridurre la pressione fiscale si scontra con le esigenze del bilancio pubblico appesantito da un’elevata spesa sociale, da inefficienze e sprechi e dal servizio del debito.

Non è solo il peso di tasse e imposte a zavorrare le imprese italiane, ma anche il numero di adempimenti, la loro complessità, il tempo necessario per assolverli. La tabella successiva indica con chiarezza che il nostro paese è agli ultimi posti nell’ambito dei paesi del G8 in quanto ad efficenza del sistema fiscale.

In Italia si impiegano mediamente 42 giorni per adempiere ad una richiesta di rimborso Iva, 63 settimane per ottenere un rimborso Iva, 5 ore per adempiere ad una revisione della dichiarazione dei redditi. In totale sono 88 le tasse e imposte a carico delle nostre aziende, con procedure e interlocutori diversi.

Alvise Biffi
Alvise Biffi

“La tassa più gravosa per le nostre imprese è la burocrazia”, dice Alvise Biffi, “il nostro Osservatorio ha monitorato l’impatto di tempi e costi per assolvere agli adempimenti e abbiamo scoperto che per le nostre aziende si tratta di una perdita del 4% sul fatturato: una tassa occulta, non rilevata da nessun indicatore, indeducibile, non riconosciuta, ed è la tassa più alta rispetto a tutte le altre”.

“Inoltre” continua Biffi, “il fisco italiano non è per nulla ‘amico’ delle nostre imprese, diversamente da altri paesi europei, ad esempio l’Inghilterra, dove il fisco è il primo consulente delle imprese. In Italia il fisco ha un rapporto di tipo inquisitorio con le imprese e i cittadini: il presupposto è che sei un ladro; gli errori in buona fede non vengono considerati, gli accertamenti sono mirati ad elevare sanzioni e i ricorsi hanno tempi lunghissimi. In caso di accertamento conviene pagare, anche se la sanzione è ingiusta e il versamento non dovuto, e stare zitti”.

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Diego Buonocore

Laureato in Giurisprudenza, giornalista professionista dal 1996. E’ stato per molti anni caporedattore di importanti emittenti televisive del NordEst d’Italia. Inviato, collaboratore di televisioni nazionali, autore di documentari e reportage. Collaboratore di molte testate giornalistiche, tra cui “NordEst Europa”, “Il Sole 24 Ore”, “Pagina 99”, è consulente in materia di welfare aziendale e di incentivi ed agevolazioni per enti ed imprese.

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