Adriano Olivetti, un’eredità 4.0

di Arianna Radin*

“Conoscevo la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti all’infinito davanti a un trapano o a una pressa – diceva Adriano Olivetti, nato “oggi”, l’11 aprile del 1901 – e sapevo che era necessario togliere l’uomo da questa degradante schiavitù”. Così, nella sua fabbrica ad Ivrea Olivetti istituì le Unità di Montaggio Integrate “ovvero gruppi di produzione incaricati della costruzione di una parte della macchina e responsabile della sua qualità prima dell’invio del prodotto al gruppo successivo” (Giulia Clarizia).

Adriano Olivetti
Adriano Olivetti

L’uomo che pensava “la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica” viene descritto ancora oggi come un industriale e utopista, come a sottendere un ossimoro, eppure fosse vivo oggi forse lo racconteremmo  come un visionario, come si fa per i fondatori di grandi società o di innovative start-up. La sua idea di fabbrica, in quanto comunità concreta, è progettata a “misura della persona” nella convinzione che un lavoratore soddisfatto sia un cittadino migliore. Così, nel secondo dopoguerra introdusse il sabato festivo, tutelò la maternità e la salute degli operai e delle loro famiglie, aprì a tutti gli eporediesi una biblioteca ed istituì un centro di formazione e ricerca.

Il benessere dei lavoratori, la loro formazione e la creazione di una comunità, tutti elementi che oggi diamo per scontato, riducendoli a benefits aziendali, non sono forse gli stessi che vengono decantati quando si parla di aziende d’oltreoceano, divenute modello della nostra società postindustriale? La cosiddetta fabbrica antropocentrica (Pintone e Fantini) che “supporta la conciliazione vita e lavoro, con diversi meccanismi, ad esempio permessi di paternità e per la cura della famiglia, benefit per lo studio e l’educazione dei figli, assistenza sanitaria” diventa una novità rispetto al modello olivettiano solo se pensiamo ad una fabbrica 4.0 nella quale la flessibilità lavorativa, l’automazione produttiva e strumenti di condivisione siano a disposizione dentro e fuori l’azienda in modo da migliorare la qualità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, delle loro famiglie e dell’intera comunità.

Perché la rivoluzione industriale 4.0 non rimanga un’utopia – “la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare”, diceva Adriano Olivetti, l’industriale – è necessario anzitutto incentivare, non solo in termini economici, un cambiamento che sia culturale, prima ancora che produttivo, nel quale il lavoro non sia un tormento ma una grande gioia. E questa eredità olivettiana non deve essere dimenticata o sprecata.

Buon compleanno Adriano.

 


Arianna Radin è dottoressa di ricerca in Sociologia e si occupa di sociologia della salute e soprattutto di sociologia delle professioni, settore specifico della sociologia del lavoro. Dal 2015 svolge attività di ricerca sui progetti di innovazione digitale, soprattutto nell’ambito socio-sanitario, e sulle implicazioni che queste hanno sui profili professionali degli attori coinvolti. È membro della European Sociological Association. Collabora con le Università di Torino e di Bergamo.


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3 pensieri riguardo “Adriano Olivetti, un’eredità 4.0

  • 17 aprile 2017 in 11:56
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    Negli anni ottanta, quando ero studente, l’estate andavo a lavorare nelle colonie Olivetti, a Marina di Massa. Ancora oggi per me sono un esempio di organizzazione e di come possa essere messo al centro di ogni attenzione il benessere dell’individuo. I bambini trascorrevano 20 giorni di mare in nostra compagnia e facevano un pieno di gioia ed energia. Amavamo definirci “fabbrica di gioia”. Ogni particolare era stato studiato per il loro benessere. La riunione serale ogni tre giorni in cui si parlava di ogni singolo bambino, se socializzava, se era felice, quali attività potevano aiutarlo a stare meglio. Ogni 4 educatori c’era un capo gruppo che girava ed aiutava a capire i migliori modi per comportarsi. Noi educatori avevamo fatto tutti degli stage di preparazione, 10 giorni fool time 24 ore su 24 vissuti come se fossimo dei bambini nella colonia, per capire come si sentono, come gestirli, come farli sentire bene. E potrei continuare per ore ad elencare cose bellissime di questa organizzazione così bella perché sicuramente nata dal cuore di chi ci lavorava. Ho conosciuto questo aspetto dell’Olivetti ed è qualcosa di grande ed importante, molto di più dei moderni computer.

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  • 16 ottobre 2017 in 16:19
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    La Fabbrica, le Colonie …. una eredità di Adriano Olivetti che non so se riusciamo a compiere.

    Risposta

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