I conti sono presto fatti: un Cobot di Universal Robots costa tra i 21 e i 31 mila euro e l’investimento si recupera mediamente in 195 giorni. “Ma in qualche caso anche molto, molto prima”, dice Alessio Cocchi, Sales Development Manager per l’Italia dell’azienda danese. Se a questi numeri aggiungiamo la possibilità di portare l’investimento in iperammortamento (i cobot sono elencati nella lista dei beni incentivati con la maggiorazione al 250%) appare chiaro perché le aziende stiano volgendo sempre più spesso – e con maggiore convinzione – lo sguardo ai robot collaborativi. “Il bello di queste tecnologie è che sono alla portata anche delle PMI e non solo delle grandi multinazionali”, spiega Cocchi. “Finalmente anche le PMI, cuore pulsante dell’industria italiana, grazie ai robot collaborativi UR possono essere competitive”.

Una scelta conveniente

L’azienda danese ha messo a segno lo scorso anno un aumento del fatturato del 62% e ha deciso di aprire una filiale anche in Italia. “La robotica sta interessando parecchio il mercato italiano”, racconta Cocchi. “Le nostre PMI stanno apprezzando i vantaggi di una robotica finalmente snella e più facile da integrare rispetto a quella tradizionale. Non abbiamo dei numeri precisi sulla quota dei nostri cobot che i clienti porteranno in iperammortamento, ma l’impressione è che il set di incentivi messi in campo con il Piano Industria 4.0 sia stata una ventata di aria fresca e stia dando i suoi frutti in tutto il settore industriale”.

Cocchi è convinto, comunque, che il successo dei cobot non dipenda dagli incentivi. “Quello che convince l’industria è la facilità di installazione e gestione del cobot UR, oltre il basso costo e il rapido ritorno dell’investimento garantito dall’elevata flessibilità operativa dei robot collaborativi. Per chi comunque volesse aggiungere a questi benefici anche quelli fiscali, abbiamo preparato un documento che spiega come il robot UR risponda ai requisiti previsti dalla normativa”.


C’è cobot e cobot

Alessio Cocchi

Non tutti i collaborativi sono uguali. Sul mercato – con un po’ di semplificazione – sono disponibili due tipologie di cobot: i robot “cobotizzati”, cioè derivati da quelli tradizionali e resi adatti al lavoro in aree aperte grazie alla “pelle” sensorizzata; e i cobot “nativi”, tra cui i tre modelli – UR3 , UR5 e UR10 – che produce Universal Robots.

“Apparentemente le differenze possono sembrare poche, ma in realtà si tratta di due mondi completamente diversi”, sottolinea Cocchi. “Universal Robot propone una visione a 360 gradi del concetto di collaborativo: un robot che non solo sia sicuro, ma anche dotato di un’interfaccia user-friendly che favorisce la semplicità della programmazione e dell’utilizzo, proprio come uno smartphone. I nostri cobot, inoltre, sono strutturalmente diversi: integrano un controllo di forza ed azionamenti a bordo, e pesano pochissimo, da 11 kg a un massimo di 28 kg, rendendosi pertanto adatti ad applicazioni in spazi ristretti. Inoltre, grazie alla loro leggerezza e al set-up rapido, offrono una grande flessibilità applicativa: possono cioè essere agevolmente e rapidamente spostati da una macchina all’altra a seconda delle necessità. La flessibilità operativa è un grande vantaggio, in quanto le aziende oggi operano in un mercato ad alta variabilità produttiva e basso time to market”.


Certo, dei robot così leggeri non sono adatti a gestire carichi pesanti. “Il payload massimo dei nostri robot è 10 kg. Ma è un limite coerente con il nostro approccio: per supportare carichi superiori occorrerebbe realizzare soluzioni significativamente più ingombranti e pesanti e rinunciare a quella flessibilità operativa che per noi è un vero e proprio marchio di fabbrica, oltre al fatto che secondo la nostra filosofia le vere operazioni collaborative non devono avere carichi significativi, per ridurre al minimo la quantità di moto in caso di contatto con operatore”.

Il “nodo” della sicurezza

Uno dei fattori che hanno rallentato negli scorsi anni la diffusione dei cobot è la difficoltà di gestire gli aspetti normativi relativo alla sicurezza del lavoratore. “I nostri cobot sono strutturalmente sicuri: leggeri e progettati per fermarsi in caso di impatto e dotati di doppio encoder assoluto che lavora in ridondanza di sicurezza. Possono calcolare la loro velocità automaticamente in funzione della massa portata. Tuttavia, trattandosi di quasi-macchine, la sicurezza dipende dal contesto applicativo. Lo scorso anno la ISO, con la quale collaboriamo, ha emanato una specifica tecnica dedicata ai cobot, la ISO/TS 15066. Si tratta di un documento che offre agli integratori le linee guida per la valutazione dei rischi, sulla base di una serie di tabelle che stabiliscono quali sono le soglie di dolore tollerabili dall’uomo. Seguendo queste linee guida è possibile programmare le 15 funzioni di safety che i nostri robot offrono, andando a valutare pressione, velocità e forza dell’impatto in base alle zone del corpo potenzialmente interessate, soprattutto in funzione ai tool ed accessori che si andranno a montare sul cobot in funzione dell’applicazione. Questo fa sì che il robot possa essere utilizzato in maniera veramente sicura. Va anche detto che il problema non è rappresentato tanto dal cobot quanto dall’utensile – gripper o altri tool – che deve manovrare. In questo senso accogliamo con grande favore lo sviluppo di soluzioni in grado di sensorizzare anche i tool per aumentare la sicurezza complessiva del sistema”.

Un’app per tutto

Universal Robots punta molto sull’ “ecosistema” di partner per arricchire l’esperienza d’uso dei suoi cobot. “Il programma Universal Robots+ è uno dei vantaggi unici di UR: come lo smartphone offre la massima flessibilità grazie all’ecosistema delle app, così Universal Robots+ semplifica vita di system integrator e utilizzatori offrendo accessori plug & play e tool facili da integrare. A oggi fanno parte dell’ecosistema oltre quaranta partner, ed è un numero in rapida crescita.

L’obiettivo di Universal Robots+ è semplificare la vita dell’integratore offrendo l’accessorio giusto e facile da installare.

Apprendimento rapido

Ma quanto ci vuole per imparare a programmare e usare un cobot Universal Robots? “Seguendo un nostro corso gratuito della nostra Academy dedicato ai principianti, chiunque in 87 minuti può diventare un programmatore di cobot”, spiega Cocchi. “Chiaramente vengono fornite le competenze per sviluppare i primi programmi per applicazioni di manipolazione semplice e per gestire l’operatività del cobot. Ma anche per usi avanzati mettiamo a disposizione corsi gratuiti e moduli di formazione aggiuntivi. E per divertirsi a sperimentare, è possibile scaricare gratuitamente una versione dell’ambiente di programmazione su qualsiasi PC con Linux (o con Windows utilizzando una virtual machine): una esatta replica di quello che l’operatore si troverà davanti quando avrà in mano il terminale mobile del cobot”.

Dalla diffidenza alla fiducia

Il tema del rapporto tra lavoratore e macchine – tanto più con i robot – è stato oggetto di ampie e interessanti discussioni, anche su questo portale. A Cocchi abbiamo chiesto il suo punto di vista, dal momento che i prodotti Universal Robots trovano impiego nei settori più disparati, dagli ospedali alle catene di montaggio.

“La prima reazione della forza lavoro di fronte all’arrivo dei nuovi ‘colleghi’ è un mix di entusiasmo e diffidenza. In qualche caso, per superare le barriere psicologiche, abbiamo invitato i clienti a montare temporaneamente dei piccoli plexiglass per creare una barriera che rassicurasse l’operatore su alcuni movimenti del robot in alcune zone operative. Ma molto spesso dopo pochi giorni le barriere sono state rimosse senza alcun problema. A mio avviso è molto importante coinvolgere l’operatore nell’utilizzo del cobot. Conoscere da vicino queste tecnologie e sperimentare di persona la grande semplicità d’uso di queste macchine è il miglior antidoto contro la paura. La diffidenza psicologica passa perché l’operatore si sente padrone della tecnologia, potendola programmare e gestire lui stesso. A questo punto imparerà a considerarla un utile supporto per le mansioni più pesanti e ripetitive”.

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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