Da un po’ di tempo a questa parte, le criptovalute sono precipitate dal loro volo stellare, come Icaro. Bitcoin in testa, se non altro perché la prima e più rappresentativa tra tutte. E sono ormai passati parecchi anni (le prime operazioni in Bitcoin sono del gennaio 2009), praticamente un decennio tondo – non settimane o mesi –, dai primi passi della Blockchain: la tecnologia con struttura (“catena”) di gestione e controllo “decentrata”, tracciabile ma anonima, e il software distribuito, con i suoi libri mastro e registri pubblici, che sta alla base di tutte le monete digitali.

Ora, meglio tardi che mai, sempre più specialisti del settore, economisti, analisti di vario genere, esperti Hi-Tech, e via dicendo, si stanno affannando a mettere questa Blockchain sotto la loro lente di ingrandimento. Per vedere di capire, finalmente, e magari una volta per tutte, se è un’innovazione valida, efficace, e che può aprire altre porte e opportunità interessanti, oltre allo scambio anonimo di criptovalute via computer, da un angolo all’altro del mondo. O se è uno dei Bluff più gonfiati di questo inizio di Terzo millennio. Dieci anni, evidentemente, non sono ancora bastati per capirlo. E, per ora, giudizi e diagnosi sono contrastanti (niente di nuovo sotto il Sole, compresi i moderni Icaro).

“La tecnologia più sopravvalutata della storia”

C’è chi bolla la Blockchain come un grande equivoco, una sorta di montatura, di miraggio, che è tempo di dissolvere e accantonare. E chi invece è più cauto, possibilista, e chiede più tempo ancora per vedere bene, e davvero, questa “catena” tecnologica dove può portare.

In un recente articolo pubblicato su Project-syndicate.org – sito web indipendente, con base a Praga, che raccoglie interventi e opinioni di politici, studiosi, leader aziendali di tutto il mondo –, Nouriel Roubini esprime una posizione molto critica, e catastrofica, sulla Blockchain. La definisce, senza mezzi termini, “la tecnologia più sopravvalutata, e meno utile, nella storia dell’umanità”.

E poi, “ora che le valute criptocentriche, come il Bitcoin, sono crollate”, “la mistica tecnico-utopica delle tecnologie a gestione decentrata e distribuita dovrebbe essere la prossima a cadere”. E ancora: “la promessa di curare i mali del mondo attraverso il «decentramento» della Blockchain era solo uno stratagemma per separare, nelle Borse virtuali, gli investitori al dettaglio dal loro, duramente guadagnato, denaro reale”. In pratica, un marchingegno per fregarli. Uno specchio per le allodole.


Va detto che Nouriel Roubini ha un Curriculum lungo quanto un codice proprietario criptato di Bitcoin: è professore alla Stern School of Business della New York University, e amministratore delegato di Roubini Macro Associates, la sua società di consulenza manageriale. È stato tra i consulenti economici della Casa Bianca durante l’amministrazione Clinton. Ha lavorato per il Fondo Monetario Internazionale, la Federal Reserve e la Banca Mondiale.

Fogli di calcolo, e olio di serpente

Ma sulla Blockchain ci va giù pesante, come un placcaggio di un giocatore di Football americano: “in pratica, la Blockchain non è altro che un foglio di calcolo glorificato”.

Fa notare che “un piccolo gruppo di aziende, per lo più situate in bastioni della democrazia come Russia, Georgia e Cina, controlla tra i due terzi e i tre quarti di tutte le attività di cripto-estrazione delle monete digitali, e tutti normalmente aumentano i costi di transazione per accrescere i loro margini di profitto. A quanto pare, i fanatici della Blockchain vorrebbero farci credere in un Cartello anonimo, soggetto a nessuno Stato di diritto, piuttosto che fidarci delle banche centrali e degli intermediari finanziari regolamentati”. In più, “il 99% di tutte le transazioni di criptovalute avvengono su Borse virtuali che vengono hackerate regolarmente. E, a differenza del denaro reale, una volta che la vostra cripto-ricchezza è stata hackerata, è sparita per sempre”.

Uno scenario sul quale Roubini ha toni profetici: “la pretesa di «decentramento» della Blockchain è un mito propagato dagli pseudo-miliardari che controllano questa pseudoindustria. Ora che gli investitori al dettaglio, che sono stati risucchiati nel mercato della crittografia, hanno tutti perso quello che avevano in tasca, i venditori di olio di serpente che restano ancora sono seduti su mucchi di falsa ricchezza, che sparirà immediatamente se tentano di liquidare le loro risorse”.

Satoshi Nakamoto & Company

Per la verità, non ci voleva un Nobel in economia, e non ci volevano dieci anni, per mettere a fuoco che tutto il sistema delle criptovalute è quantomeno oscuro e inquietante: basti il fatto che il creatore del Bitcoin, che si cela sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, è tuttora completamente sconosciuto. Ed è stato evidente fin da subito che è un sistema totalmente privo di garanzie: l’unico valore su cui si basano le valute virtuali è la fiducia che gli viene riconosciuta da chi le utilizza. Ma questo è il meccanismo, e il valore, alla base di qualsiasi valuta. Non sono certo le riserve auree delle varie banche centrali a metterci al riparo da un collasso finanziario generalizzato. Anche se Ignazio Visco o Mario Draghi possono senza dubbio offrire qualche garanzia di fiducia, e di solvibilità, in più rispetto a Satoshi Nakamoto.

Soprattutto, non bisogna mischiare le potenzialità di uno strumento con l’impiego specifico, più o meno virtuoso, che ne viene fatto. Ma anche su questo l’economista Roubini è alquanto pessimista e drastico: “non c’è nessuna istituzione sotto il Sole – banca, società, organizzazione –, disposta a mettere il suo bilancio, o il registro delle transazioni, dei commerci e delle interazioni con clienti e fornitori, su registri pubblici decentralizzati Peer-to-peer. Non c’è una buona ragione per cui tali informazioni proprietarie e di grande valore dovrebbero essere registrate pubblicamente”.
Inoltre, rimarca l’economista americano, “nei casi in cui le tecnologie a gestione «distribuita» vengano effettivamente utilizzate, non hanno nulla a che fare con la Blockchain originale. Sono contenuti privati, centralizzati e registrati su pochi libri mastro controllati. Richiedono l’autorizzazione per l’accesso, che viene concessa a persone qualificate. E, forse la cosa più importante, si basano su autorità di fiducia, che hanno stabilito la loro credibilità nel tempo. Tutto ciò significa che si tratta di «Blockchain» solo di nome”.

Database con un nome sbagliato

In pratica, secondo Roubini “tutte le catene «decentralizzate» finiscono per essere centralizzate, come Database riservati, quando sono effettivamente messe in funzione. In questo, la Blockchain non è nemmeno migliorata rispetto al foglio elettronico standard, che è stato inventato nel 1979”.

E lancia l’ultimo affondo, l’ultimo placcaggio, per “stendere” a terra la corsa di questa tecnologia: “nessuna istituzione seria permetterebbe mai che le sue transazioni siano verificate da un Cartello anonimo, che opera dalle ombre delle cleptocrazie autoritarie del mondo. Non sorprende, quindi, che ogni volta che la Blockchain è stata pilotata in un ambiente tradizionale, sia stata gettata nel cestino o trasformata in un Database privato e riservato, che non è altro che un foglio di calcolo Excel, o un Database con un nome fuorviante”.

Per l’economista e consulente americano il capitolo, e il suo “processo” alla Blockchain, quindi, è chiuso. Senza possibilità di appello. Strano solo che finora nessun altro, tra tutti coloro che si sono cimentati a studiare e lavorare sulla Blockchain, non si sia ancora accorto che è soltanto un foglio di calcolo Excel. O quella dell’economista Usa è un’esagerazione, una metafora anabolizzante, magari per tenere alta l’attenzione dei lettori. In questo caso, è un po’ come romanzare l’innovazione. Si può fare. Basta evidenziarlo, nei titoli di testa, o di coda.

Le élite svizzere “che usano la Blockchain”

Ma una replica, e un attacco diretto, alle posizioni iper-critiche di Roubini, sono arrivati subito da varie voci dell’imprenditoria Hi-Tech nordamericana, tra cui in particolare quella di Shidan Gouran, co-fondatore e amministratore delegato di Global Blockchain Technologies, società specializzata nel settore, la seconda in Canada per finanziamenti raccolti in Borsa. Nonché co-fondatore di Hyperion Technologies, che sviluppa sistemi di sicurezza digitali.

Gouran è certamente parte diretta in causa nella polemica sulla Blockchain, ma fa notare che Roubini è ben conosciuto negli States come un “pessimista professionista”, che “si sbaglia spesso”, e con un atteggiamento “di teatralità”, su questi e altri temi economici. E rimarca: “contrariamente alle opinioni di Roubini, la capacità della tecnologia Blockchain di abilitare sistemi di gestione e di Governance distribuiti, basati sul giudizio e sul consenso degli utenti, sta già avendo diverse applicazioni nel mondo reale”.

E fa due esempi. Il primo: il Nasdaq, il mercato borsistico elettronico di Wall Street, “ha sperimentato una piattaforma di voto per azionisti e soci d’impresa basata sulla Blockchain in Estonia“.

Secondo: la città di Zugo, Comune svizzero di 30mila abitanti, e capitale dell’omonimo Cantone, “ha fatto la stessa cosa per le sue elezioni municipali. Sembra proprio che Roubini abbia tralasciato di menzionare che le élite svizzere stanno già utilizzando sia la Blockchain sia il Bitcoin”.

Aggiungendo: “man mano che questa tecnologia diventa più sofisticata, e con utenti più preparati per utilizzarla, si diffonderanno piattaforme simili di giudizio, voto e auto-governo di tutti i tipi; sia che queste prendano la forma di Social network, banche centrali o portali mediatici. E queste strutture elettroniche funzioneranno nel migliore interesse della loro base di utenti, non di un vertice gerarchico o di un consiglio di amministrazione”.

Credere o non credere, questo è il dilemma

In questi giorni lo stesso tema, lo stesso dilemma, credere o non credere alla “catena distribuita”, viene trattato anche sul sito InnovationAus.com, che racconta la trasformazione dell’economia australiana. In pratica, un “gemello diverso”, o quantomeno un lontano cugino, di Innovation Post, agli antipodi del globo terrestre.

Qui si scopre che la locale Agenzia per la Trasformazione Digitale (Dta, Digital transformation agency) ha ricevuto, e già quasi del tutto speso, un finanziamento di 700mila dollari per studiare e approfondire il fenomeno Blockchain. In particolare, “per ricercare i benefici dell’uso di questa tecnologia nel fornire servizi governativi, verificare la maturità del sistema, i problemi che può risolvere, e le opportunità del governo ad adottarla”, spiegano gli addetti ai lavori. E, anche in Australia, i primi, parziali, giudizi non sono entusiastici sulle capacità della tecnologia applicata a certi contesti, ma certo sono più cauti e possibilisti di quelli dell’economista americano.

Secondo la Digital transformation agency, questa tecnologia “è al Top di un’ondata di clamore mondiale” (e di questo ce ne eravamo accorti anche qui, senza spendere 700mila dollari), ma, ecco il campanello d’allarme, “è meno efficace di altre tecnologie, nella fornitura di servizi governativi”. Almeno per ora.

Dall’Australia: “si può fare di più”

La Dta australiana ha sperimentato il sistema applicato a diversi servizi di varie agenzie governative e ministeri, per sviluppare prototipi ad hoc. Per esempio, per il Ministero che si occupa dei pagamenti del Welfare, come sussidi sociali e pensioni; per la tracciabilità finanziaria, quindi. E per il Ministero degli Interni, per la gestione di trasporti, forniture e merci in arrivo; per la tracciabilità della catena dei fornitori e la logistica, in questo caso.

Ma Peter Alexander, responsabile dello sviluppo digitale della Dta, rileva che “questa tecnologia deve ancora dimostrare il suo valore, il suo meglio”. Il che, quindi, non è proprio un placcaggio violento, una bocciatura in tronco. Anzi. “La nostra opinione oggi, e questo è solo un primo resoconto”, spiega Alexander, “è che la Blockchain è una tecnologia interessante, che varrebbe la pena approfondire meglio. Ma senza standardizzazione del sistema, e senza molto lavoro in più da aggiungere, allo stato attuale, per ogni suo possibile uso, esiste già un’altra tecnologia migliore di quella. Più funzionale o più efficace, a seconda dei casi”.

È ancora presto per dare un giudizio completo, per la Dta e le sue applicazioni, questa soluzione è all’inizio dello sviluppo: “non stiamo dicendo che non ha un potenziale, ma oggi, senza standardizzazione del sistema, c’è il rischio di una «catena distribuita» un po’ troppo frammentata. Quando arriveremo a una Blockchain standardizzata per le nostre applicazioni, le opportunità per essa cresceranno”.

L’anonimato, in certi casi, non aiuta

La Digital transformation agency ha così focalizzato il suo progetto sulla gestione dei pagamenti, delle agenzie governative e dei ministeri, e per la registrazione sicura delle transazioni, con l’obiettivo di avere un prototipo funzionante entro la fine dell’anno.

“Ma sono emerse difficoltà collegate alla natura anonima della Blockchain”, rileva Alexander. “In genere, quando il governo svolge delle attività con qualcuno, vogliamo avere un rapporto di fiducia con l’interlocutore. Vogliamo sapere chi è, e dargli un servizio personalizzato. Al momento, il sistema è più adatto quindi per attività che richiedono un basso livello di fiducia tra le parti. In pratica, non sai con chi hai a che fare, ma hai a disposizione una serie di libri mastro e registri che possono dare una certa validazione e supporto nella scelta e nei rapporti con l’interlocutore esterno”.

E il capo dell’Agenzia per la Trasformazione Digitale di Sydney e Canberra fa notare: “a guidare e spingere il clamore per la Blockchain, a livello internazionale, sono innanzitutto le grandi aziende e i fornitori di tecnologie, non le istituzioni o gli utenti di quei servizi. Il governo australiano si trova in una situazione simile a quella di molti governi di altri Paesi, che guardano alla Blockchain e cercano di capirla”. Un obiettivo importante, e ancora troppo criptato.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove.

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