Lavoro senza fatica e integrazione tra uomo e macchina, ecco la fabbrica del futuro secondo Bentivogli

“La fatica non è, e non può essere, un obiettivo della produttività aziendale, ma è un ostacolo. Le fabbriche a zero fatica sono quelle in cui si valorizza il contributo umano, che è la capacità di metterci del proprio dal punto di vista cognitivo, non da quello dello sforzo fisico. Immaginare una fabbrica dove aumenta l’ingaggio cognitivo e si usa la tecnologia per umanizzare il lavoro è sicuramente un obiettivo sindacale”. A parlare è Marco Bentivogli, segretario della Fim Cisl, sindacato dei metalmeccanici, e autore del libro Fabbrica Futuro, scritto con Diodato Pirone.

In un’intervista rilasciata ad Andrea Cabrini per la trasmissione Italia 4.0, la trasmissione di Class Cnbc dedicata al mondo dell’impresa 4.0, Bentivogli analizza la situazione industriale italiana e le nuove tendenze del lavoro. Un lungo excursus che parte dal lavoro di ricerca svolto sulle esperienze di 5 stabilimenti FCA, alla base del libro, e che si spinge ad analizzare le varie problematiche dell’industria italiana, dalle strategie, alla formazione, alla vicenda Ilva.

Le fabbriche a luci spente sono inefficaci

Tra i temi al centro del libro e dell’intervista il futuro delle imprese, ma anche il rapporto che si deve creare tra uomo e macchina. “Le fabbriche workerless, che funzionano a luci spente, senza lavoratori – spiega – non permettono di avere prodotti di qualità. La produzione 4.0, infatti, da un lato diventa più sartoriale, ma allo stesso tempo è una produzione in cui l’essere umano è insostituibile. Solo l’uomo, infatti, è capace di fornire quella qualità che ne un algoritmo di intelligenza artificiale ne un robot cooperativo è in grado di mettere nel lavoro”.

L’uomo, quindi, resta insostituibile nella produzione, ma la tecnologia avanza e il rapporto con l’automazione non può essere lasciato all’angolo. “Se prendiamo come esempio la Ferrari – spiega Bentivogli – troviamo lavoratori specializzati che operano in coppia con robot cooperativi”. Il riferimento è ai lavori di produzione dei motori V8 Ferrari che vedono operare uomo e robot collaborativo fianco a fianco sulle due bancate. “La macchina sottrae le parti ripetitive del lavoro che fa il tecnico e dimostra come questa ibridazione, che è una parola che spaventa tutti, in realtà migliora la qualità del lavoro e la produttività: questo è il prerequisito per riportare le produzioni in Italia”.

Il World Class Manufacturing per migliorare produzione e condizioni di lavoro

La strada per migliorare la produttività, non solo nei colossi industriali, sembra quella tracciata da FCA ma adottata anche da alcune PMI. “La cosa interessante girando per fabbriche – sottolinea Bentivogli – è di trovare, anche del nord-est italiano, aziende piccole, di sessanta o settanta dipendenti, che sposano il sistema di organizzazione del lavoro utilizzato in FCA, il World Class Manufacturing (WCM), per migliorare la produttività senza deteriorare le condizioni di lavoro o abbassare i salari”.

“L’esperienza che cerchiamo di narrare nel libro, quindi, è quella di un’esperienza industriale e sindacale che distrugge due luoghi comuni, i falsi miti sono che per mantenere la manifattura in un paese avanzato bisogna deteriorare le condizioni di lavoro e abbassare i salari. L’esperienza dell’accordistica in FCA, invece, mostra che le condizioni di lavoro sono migliorate. Certo. Ci sono alcuni stress aggiuntivi nuovi, ma aumenta la qualità del lavoro e il legame che si crea con il lavoro che si fa”.

Incentivi 4.0, bene che se ne riparli ma servono certezze e un piano triennale

Il segretario dei metalmeccanici della Cisl guarda con ottimismo anche alle nuove politiche industriali che mirano a ridare vigore al piano Industria 4.0: una strategia avviata da Carlo Calenda che adesso, su impulso del ministro Stefano Patuanelli, si rinnova radicalmente con un nuovo pacchetto di misure che, grazie al meccanismo del credito d’imposta, dovrebbero ampliare la platea di aziende che possano accedervi.

“Intanto è positivo che se ne ritorni a parlare – spiega Bentivogli – perché il predecessore del ministro Patuanelli (Luigi Di Maio, ndr) aveva sostanzialmente azzoppato e bloccato il piano industria 4.0. Bisogna verificare, però, quanto sarà il credito d’imposta per comprendere quali sono le possibilità di liquidità per gli investimenti, e qui ci sono alcuni dubbi”.

Ma per Bentivogli servono, sopratutto, certezze e un piano almeno triennale considerando che “i paesi che hanno puntato sul manifatturiero del futuro fanno piani molto più lunghi. Se vediamo quanto investono non solo Stati Uniti e Cina, ma anche Francia, Regno Unito e Germania su intelligenza artificiale e altre cose, notiamo che la potenza di fuoco che mettono in campo in termini di investimenti non solo è gigantesca, ma è anche di lungo periodo e questo è ciò che manca al nostro paese”.

Credito imposta per la formazione 4.0, servono gli accordi sindacali

Dal segretario della Fim Cisl, però, arriva una forte polemica nei confronti del governo sul tema della formazione, “uno dei temi strategici per la crescita”. Un punto su cui c’è un grande problema – sottolinea Bentivogli – è il credito d’imposta per la formazione 4.0. “Il Ministero dello Sviluppo Economico – e su questo Patuanelli sbaglia – ha tolto il vincolo dell’accordo sindacale per accedere al credito. È un errore perché quel vincolo non è solo un  cavillo burocratico. Troppo spesso i piani di formazione sono fatti più per tenere in piedi i centri di formazione professionale che per andare incontro alle strategie di impresa e al fabbisogno dei lavoratori. L’accordo sindacale serve a far partecipare, in qualche modo, anche i lavoratori, che sono i destinatari della formazione”.

A questo si lega anche il tema della contrattazione di secondo livello, per la quale Bentivogli è soddisfatto solo in parte. “Abbiamo avuto quasi il 50% delle aziende che hanno dato seguito al diritto soggettivo alla formazione previsto dal contratto nazionale: è ancora troppo poco, sono 8 ore di formazione l’anno. Bisogna andare molto più avanti in maniera più spedita, ma l’importante è che ci siano le commissioni paritetiche per cui sia presidiata la qualità della formazione. Anche perché bisogna fare innamorare i lavoratori di queste occasioni e far in modo che non siano considerate come perdite di tempo.

Caso FCA, la fusione con Peugeot è un modello vincente

Il libro Fabbrica Futuro, però, diventa anche uno strumento molto interessante per capire le strategie di FCA, viste da un osservatorio particolare, come quello del mondo sindacale. Un punto di vista che, ad esempio, ha accolto con interesse la fusione con il gruppo Psa. “Già Marchionne aveva intuito che il mercato avrebbe prodotto un consolidamento dei vecchi produttori attorno a sei grandi player, e il resto sarebbe scomparso. Per cui è stata avviata una stagione di matrimoni rispetto a due grandi obiettivi: la transizione verso l’elettrico e l’avere player di carattere globale. Il matrimonio con Chrysler poneva il baricentro verso l’Atlantico, cioè tra l’Europa e gli Stati Uniti”.

“Quello che mancava al gruppo era di avere risorse finanziarie e competenze tecnologiche sull’elettrico per iniziare a puntare sul mercato asiatico. Questa è stata la seconda puntata perché il gruppo, altrimenti, sarebbe rimasto marginale rispetto a quelli che sono i giochi che si fanno sul mercato dell’auto. Con questo matrimonio, invece, Fca entra nei primi quattro gruppi mondiali e questo significa che ha buone possibilità di potersi giocare le ulteriore partita”.

Ex Ilva, governo metta scudo fiscale e azienda torni a tavolo di confronto

Altro tema particolarmente delicato è quello dell’ex Ilva: una vertenza che rischia di far deflagrare un comparto fondamentale per l’industria manifatturiera come quello della produzione di acciaio.

“Per trovare un accordo e risolvere i problemi ognuno deve fare quello che gli compete”, sottolinea Bentivogli. Il governo deve immediatamente rimettere lo scudo penale, l’azienda deve tornare al tavolo e fare un confronto in cui accetta di accelerare tutti gli adempimenti che erano necessari. Però su questo c’è un altro problema, che riguarda le istituzioni locali, che hanno lavorato come se Ilva fosse un’azienda da cacciare. Questa è pubblicità negativa che si fa al Paese: stiamo dicendo al mondo che le aziende, se hanno soldi da investire anche per ambientalizzare, devono stare lontane dall’Italia”.

La strada, però, deve essere quella di una siderurgia compatibile con l’ambiente e con la salute delle persone. “A Taranto, si sono scontrati un’industrialismo ottocentesco, che pensa che un po’ di cancro sia un prezzo da pagare, e un ambientalismo che pensa sempre che serve ben altro e non dice mai quali sono le ricette per dare occupazione. Ma nel mondo ci sono molti esempi che dimostrano che acciaio e ambiente possono andare d’accordo perché è possibile, con la tecnologia, avere aree a caldo che sostanzialmente riducono in maniera drastica gli inquinanti. In Italia questo era un progetto che aveva iniziato il commissario Enrico Bondi. Il governo – e sono ancora molto arrabbiato – lo fece fuori e nominò tre commissari che in questi sei anni hanno bloccato il piano ambientale, ridotto la capacità produttiva e sostanzialmente aumentato la pericolosità di uno stabilimento che necessita di manutenzione immediata”.

L’intervista

Potete rivedere l’intervista integrale qui

Fabrizio Cerignale

Giornalista professionista, con in tasca un vecchio diploma da perito elettronico. Free lance e mobile journalist per vocazione, collabora da oltre trent’anni con agenzie di stampa e quotidiani, televisioni e siti web, realizzando, articoli, video, reportage fotografici. Giornalista generalista ma con una grande passione per la tecnologia a 360 gradi, da quella quotidiana, che aiuta a vivere meglio, alla robotica all’automazione.

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