Il Rapporto Annuale 2020 dell’Istat evidenzia le fragilità delle imprese: pochi scambi e crisi di liquidità

Il Rapporto Annuale 2020 dell’Istat fotografa un quadro economico e sociale “eccezionalmente complesso e incerto”. Al crollo del Pil del primo trimestre di quest’anno (-5,3%) si aggiungono infatti segnali più recenti che lasciano presagire un peggioramento della situazione: inflazione negativa, calo degli occupati, mancata diminuzione della forza lavoro e caduta del tasso di attività. Quella economica, in particolare, calerà drasticamente nel 2020 e sarà recuperata solo in parte nel 2021.

L’istituto di statistica ha infatti svolto anche un’indagine breve tra le imprese, per conoscere gli effetti dell’emergenza da Covid-19 su di esse: il quadro che ne emerge evidenzia “fattori di fragilità molto diffusi”, con il reperimento della liquidità come questione cruciale per le aziende.

Nonostante questo, il Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo evidenzia “l’ottima capacità di reazione” del Paese. Quello italiano è “un popolo che si è dimostrato coeso, che ha riscoperto determinati valori come la famiglia”, ha detto. “L’impresa ha subito il colpo ma anche immaginato iniziative e strategie con cui cercare di reagire: ad esempio il cambiamento organizzativo e tecnologico che resterà e verrà valorizzato. Questo rapporto fornisce una serie di elementi che possono dare suggerimenti per quella terapia verso la ripresa che tutti noi ci auspichiamo sia già partita e verso la quale dobbiamo puntare ed orientarci”.

Le stime dell’Istat

L’Istat ricorda che “la crisi determinata dall’emergenza sanitaria ha investito l’economia italiana in una fase caratterizzata da una prolungata debolezza del ciclo”. Nel 2019 il Pil è cresciuto solo dello 0,3% mentre, come si è detto, nel primo trimestre del 2020 il calo è stato del 5,3%. Per la fine dell’anno si stima che la diminuzione arrivi all’8,3%, con un parziale recupero nel 2021 (+4,6%).

Tra le ragioni, nel primo trimestre di quest’anno si conta il calo dei consumi privati (-6,6%), degli investimenti (-8,1%) e delle esportazioni (-8%). L’import è invece sceso del 6,2%.

Il lockdown resosi necessario per frenare i contagi ha avuto un impatto decisivo sulla situazione e sulle prospettive delle imprese. Impatto misurato dall’Istat nel Rapporto Annuale tramite una rilevazione speciale, che ha evidenziato come nella prima fase dell’emergenza (conclusa il 4 maggio scorso) abbia sospeso l’attività il 45% delle aziende (in gran parte di piccola dimensione). Il 14% circa lo ha fatto per propria decisione.

In termini di fatturato, è ben oltre la metà (più del 70%) la quota di imprese che lo hanno visto ridursi nel bimestre marzo-aprile 2020: oltre il 40% ha riportato una caduta maggiore del 50%.

Il 12,5% delle imprese ha dichiarato di aver subito contraccolpi sugli investimenti, ma preoccupa che il 12% delle aziende sia propenso a ridurre l’input di lavoro.

Per quanto riguarda le attività produttive, ad aprile la crisi ha avuto un impatto “pesantissimo”, rileva l’Istat, evidenziando “una fortissima contrazione congiunturale di tutte le attività”. Ad aprile l’indice di produzione industriale è risultato inferiore di oltre il 42% rispetto allo stesso mese del 2019 (la diminuzione sale al 68% nelle costruzioni). Numeri a doppia cifra anche per l’export, diminuito di quasi il 30% tra marzo e aprile.

Per l’immediato futuro l’Istituto prevede che “il ritorno ai livelli pre-crisi potrebbe richiedere tempi piuttosto lunghi”. Dalle stime sugli effetti delle misure di lockdown introdotte in Italia e all’estero emerge che la caduta del valore aggiunto complessivo, rispetto a uno scenario di riferimento con assenza di shock, è del 10,2% ed è determinata per 8,8 punti percentuali dalle dinamiche interne e per 1,4 punti dagli effetti “importati”, come la riduzione della domanda tedesca (0,2 punti), la dinamica nel resto dell’area euro (0,4 punti) e quella del resto del mondo (0,8 punti).

Tutti i comparti principali dell’economia italiana subiscono gli effetti diretti e indiretti del lockdown nella riduzione del valore aggiunto (pari ad almeno l’8%), con picchi del 19% per alloggio e ristorazione, 10,3% per commercio, trasporti e logistica, 11,9% per le costruzioni. La componente “importata” sul calo del valore aggiunto è ampia nell’industria (tra 2,7 e 3,5 punti), in ragione della sua maggiore integrazione negli scambi internazionali e nelle catene globali del valore.

I primi segnali positivi si intravedono con i dati più recenti: in particolare per quanto riguarda il commercio extra-UE di maggio (con un “primo significativo rimbalzo delle esportazioni”) e gli indicatori dei climi di fiducia delle imprese. A giungo si rileva “una significativa risalita rispetto al mese precedente”.

Imprese frammentate e con pochi scambi tra filiere

Il Rapporto Annuale 2020 dell’Istat dedica un capitolo al sistema delle imprese, analizzandone gli elementi di crisi e resilienza.

Si parte dalla ripresa ciclica 2014-2017 (che ha seguito una recessione che “ha determinato una selezione tra le imprese di minore dimensione, con un conseguente aumento del ruolo di quelle più grandi”): in questi quattro anni non si è ricostituita  la base produttiva persa. Nel 2017 le imprese medie e grandi, a differenza delle piccole, hanno superato i livelli di base produttiva, occupazione e valore aggiunto del 2011.

Nel 2017 si contano ancora quasi 80.000 imprese (-1,7%) e 125.000 addetti (-0,7%) in meno rispetto al 2011, con un valore aggiunto inferiore dell’1,9%. Il calo ha colpito soprattutto i settori delle costruzioni (-13,6% di imprese) e dell’industria (-7% di imprese, -5,1% di addetti ma +3,3% di valore aggiunto). Nonostante una “minore capacità di trasmissione degli impulsi all’interno del sistema produttivo”, si segnala una crescita di imprese nei servizi alla persona (+14,2% per il 17,2% di addetti in più).

Per conoscere l’influenza di ogni unità produttiva sul resto del sistema (valutando il peso dell’impresa in termini dimensionali e l’intensità dei legami tra la sua attività e quella dell’intera economia), l’Istat nel Rapporto Annuale utilizza l’indicatore di rilevanza sistemica delle imprese (Iris). In un sistema frammentato come quello italiano, infatti, la capacità di generare crescita dipende anche dalla capacità di attivare relazioni con altre unità o istituzioni: quindi le conseguenze di una interruzione dei legami tra le aziende possono essere rilevanti.

Tra il 2011 e il 2017 la media dell’Iris è salita, perché sono aumentate le relazioni ed è rimasta stabile la dimensione delle imprese. Prima del rallentamento del 2018-2019, infatti, “il sistema appare frammentato sul piano dimensionale, ma mediamente più interconnesso di quello entrato nella precedente recessione”. Se sono nel terziario le attività per le quali la media dell’Iris è aumentata, quelle in cui quest’ultima è calata (sia per relazioni che per dimensioni) appartengono quasi tutte all’industria.

In Italia, nell’ultimo decennio, la situazione delle connessioni tra imprese evidenziano due scenari completamente opposti: da un lato “gli scambi afferenti ai settori più rilevanti si rafforzano”, dall’altro “quelli dei comparti meno connessi si indeboliscono”. Il risultato è una minore capacità di trasmissione degli impulsi all’interno del sistema economico, con una conseguente tendenza “a una maggiore frammentazione dei processi produttivi”.

Secondo l’istituto di statistica, le filiere operano in modo disgiunto in Italia, divise come sono in 5 “arcipelaghi relazionali”:

  • quello che lega manifattura tradizionale e agricoltura al comparto chimico-farmaceutico e alla raffinazione
  • le industrie metallurgiche, della meccanica e dei mezzi di trasporto
  • i settori di trasporto, magazzinaggio e logistica
  • il terziario “di piattaforma” a servizio del sistema produttivo (es. ICT, servizi professionali)
  • servizi alla persona e Pubblica Amministrazione

Questa situazione dell’economia italiana emerge nel Rapporto Annuale anche dall’analisi del “dinamismo strategico” delle singole unità produttive di fronte alle misure di contenimento dell’epidemia: “le imprese rimaste attive nel corso del lockdown appartengono soprattutto a comparti che trasmettono gli impulsi su scala estesa, ma lentamente”.

Liquidità in crescita fino al 2018, ma il lockdown cambia tutto

Come si legge nel Rapporto Annuale, la ripresa avvenuta tra il 2015 e il 2018 ha determinato un rafforzamento della sostenibilità delle imprese in tutti i macro-settori: si sono ridotte quelle “a rischio” (con redditività non sostenibile, pari al 18% nel 2018) e sono aumentate quelle “in salute” (con redditività, indebitamento e liquidità sostenibili, pari al 37%). Resta numeroso (45%) il gruppo delle imprese “fragili” (redditizie ma con problemi di indebitamento e/o liquidità).

Nel misurare la performance del sistema produttivo al 2018, l’Istat evidenzia una maggiore sostenibilità rispetto al 2007. Il contributo maggiore al fatturato e al valore aggiunto proviene da imprese “fragili” (58,7% e 53,8%), ma è aumentato quello delle imprese “in salute” (28,3% e 35,6%) e si è ridotto quello delle imprese “a rischio” (13% e 10,5%).

Già nel 2018, col rallentamento dell’economia, sono calate rispetto al 2016 le imprese in salute nel manifatturiero: il fatturato è passato dal 31,6% al 28,3% e il valore aggiunto dal 36,3% al 35,6%.

Il lockdown, poi, ha peggiorato le cose, coinvolgendo comparti in cui le società di capitale rappresentano il 42,8% del fatturato totale, con picchi del 60% nella manifattura e nelle costruzioni.

Sul fronte del reperimento delle risorse, l’autofinanziamento riguarda la principale fonte per gran parte delle imprese con almeno tre addetti: oltre 450.000 soggetti (pari al 44,7% dei casi, tra cui molte PMI del commercio, alloggio e ristorazione) lo segnalano come l’unica fonte di finanziamento. Sono utili non retribuiti, e ciò espone queste società alla crisi di liquidità legata all’emergenza da Covid-19, che potrebbe comprometterne la tenuta “qualora l’accesso a risorse esterne non fosse agevole”.

Secondo il Rapporto Annuale è pari al 13,5% invece la quota di imprese che si finanzia unicamente con il credito delle imprese, di cui il 75% sono micro e il 25% piccole, per lo più attive nel commercio e nella manifattura. L’insieme di queste due fonti (autofinanziamento e credito bancario) è utilizzato dal 75% circa delle imprese con almeno 3 addetti. Le aziende più grandi e più produttive invece scelgono profili finanziari più articolati (tra cui leasing, equity, obbligazioni).

Andando a verificare l’impatto del lockdown sulla liquidità di circa 800.000 società italiane, l’Istat segnala che a fine aprile quasi due terzi delle imprese (circa 510.000) avevano, verosimilmente, liquidità sufficiente a operare almeno fino a fine 2020 mentre più di un terzo sarebbe risultato illiquido o in condizioni di liquidità precarie. Di questi però quasi 131.000 soggetti (il 16,5%) era già senza liquidità a fine 2019, mentre il 13,3% lo sarebbe diventato tra gennaio e aprile 2020. Infine, per il 5,9% (cioè oltre 46.000 imprese) il deterioramento delle condizioni di liquidità è tale da mettere a rischio l’operatività nel corso del 2020.

Il dato provocato dal lockdown quindi non è certo rassicurante: “circa un terzo delle società di capitale classificabili a “produttività elevata” risulta a fine aprile illiquido o presenta una liquidità insufficiente a sostenere, fino alla fine del 2020, flussi di cassa pari a quelli registrati in media nei primi quattro mesi dell’anno”.

Francesco Bruno

Giornalista professionista, laureato in Lettere all'Università Cattolica di Milano, dove ha completato gli studi con un master in giornalismo. Appassionato di sport e tecnologia, compie i primi passi presso AdnKronos e Mediaset. Oggi collabora con Dazn e Innovation Post.

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