Dati Istat, industria e servizi guidano l’innovazione, ma aumenta il divario tra PMI e grandi imprese

Il 55,7% delle imprese ha svolto attività innovative nel triennio 2016-2018, in aumento del 7% rispetto al triennio precedente. A guidare la spinta innovativa sono soprattutto le imprese dell’industria e dei servizi. In aumento anche la propensione all’innovazione delle piccole e medie imprese, ma cresce il divario di spesa con le grandi aziende: questi alcuni dei dati che emergono dal rapporto dell’Istat “L’innovazione nelle imprese, anni 2016-2018”.

Il rapporto stima che nel triennio 2016-2018 il 55,7% delle imprese industriali e dei servizi con 10 o più addetti abbia svolto attività finalizzate all’introduzione di innovazioni, in aumento di 7 punti percentuali rispetto al triennio precendente.

L’analisi svolta dall’Istat prende in considerazione diversi fattori di innovazione, come:

  • imprese impegnate in attività innovative (in corso, terminate o abbandonate a fine 2018)
  • imrese che hanno introdotto con successo sul mercato o all’interno dell’azienda innovazioni di prodotto o processo
  • imprese che hanno introdotto nuovi prodotti
  • imprese che hanno introdotto nuovi processi
  • imprese innovatrici che collaborano con l’esterno
  • spesa per innovazione per singolo addetto

Dall’analisi svolta emerge che il 31,2% delle imprese italiane hanno investito in innovazioni di prodotto e il 43,7% ha introdotto innovazioni nei processi, investendo una cifra di 9 mila euro per addetto in attività innovative (nel 2018).


Industria e servizi trainano la spinta innovativa del Paese

L’industria è il settore dove si è innovato di più, con il 65,7% di imprese coinvolte in attività innovative (+8,6 punti percentuali rispetto al triennio precedente), soprattutto nell’introduzione di nuovi prodotti (39,1%). La spinta innovativa ha interessato soprattutto il settore farmaceutico, della chimica ed dell’elettronica, con oltre l’85% delle imprese che svolgono attività innovative.

Da segnalare anche la crescita nei settori della produzione di macchinari, articoli in gomma e materie plastiche, altri mezzi di trasporto (dove innovano 3 imprese su 4) e in settori più tradizionali (ad esempio il tessile con il 71% di imprese). Sopra la media dell’industria si collocano anche la produzione di coke e derivati del petrolio, il settore delle apparecchiature elettriche e quello dei prodotti in metallo.

Contrariamente, la propensione ad innovare più bassa si rileva nei settori estrattivo (poco più di un terzo di imprese innovatrici,) fornitura di acqua, gestione dei rifiuti e risanamento e fornitura di energia elettrica e gas (poco più della metà di innovatori).

Nei servizi la propensione all’innovazione maggiore è nelle telecomunicazioni, nell’informatica, nel settore assicurativo, nelle attività degli studi di architettura e d’ingegneria e, ovviamente, nella ricerca e sviluppo: in tutti questi settori oltre l’80% delle imprese ha svolto attività innovative nel triennio 2016-2018.

Piccole e medie imprese più coinvolte, ma aumenta il divario con le grandi aziende

Il rapporto conferma che la propensione all’innovazione cresce all’aumentare della dimensione aziendale: la percentuale di imprese con tale caratteristica passa dal 53,3% nella fascia di imprese con 10-49 addetti al 71,4% in quella con 50-249 addetti, fino a raggiungere l’81,0% nelle grandi imprese (250 addetti e oltre).

Tuttavia, emergono segnali di un riposizionamento delle piccole e medie imprese verso una più elevata propensione all’innovazione (+7,7 punti percentuali per le prime e +3,1 per le seconde), mentre si manifesta una sostanziale stabilità per le grandi imprese.

Resta comunque il divario tra le pmi e le grandi imprese in termini di investimenti in processi e prodotti innovativi , capacità di immettere nuovi prodotti sul mercato e spesa in innovazione per singolo addetto.

In merito a quest’ultimo punto, il rapporto sottolinea che la spesa aumenta in misura significativa nelle grandi imprese (9.800 euro contro i 7.700 del 2016) e nelle imprese di media dimensione (8.300 euro contro i 7.100 del periodo precedente), mentre si riduce lievemente nelle piccole imprese (8.200 euro contro i precedenti 8.900 euro).

La crescita interessa tutti i settori: dai servizi, dove si registra l’aumento più importante (8.500 euro per addetto contro i 6.000 del 2016), alle costruzioni (5.400 euro per addetto contro i precedenti 4.900), all’industria che, pur registrando un modesto aumento della spesa per addetto (9.700 euro per addetto contro gli 9.600 del 2016), conferma il primo posto in termini di spesa per addetto.

Nell’industria, i valori di spesa più elevati si registrano nella fabbricazione di altri mezzi di trasporto (27.500 euro), nell’industria farmaceutica (22.600 euro), nella fabbricazione di autoveicoli (20.600 euro) e nell’elettronica (19.100 euro), ma livelli di spesa per addetto sopra la media si rilevano anche in settori con una minore propensione all’innovazione, quali la fornitura di energia elettrica, gas (16.000) e l’industria estrattiva (11.100 euro).

L’industria si conferma essere il settore dove si investe maggiormente in ricerca e sviluppo (in media oltre il 63% della spesa per innovazione è destinata a tali attività). In particolare, le maggiori quote si rilevano nella fabbricazione di autoveicoli e altri mezzi di trasporto (rispettivamente 90,0% e 93,5%), nell’industria farmaceutica (80,0%), nell’elettronica (73,1%), nelle attività estrattive (72,3%) e nella chimica (71,8%).

Seguono i servizi, dove la maggiore spesa per addetto è sostenuta dalla R&S (62.000 euro), dalle telecomunicazioni (25.300 euro), dal commercio e manutenzione di autoveicoli (18.500 euro) e dalla produzione di software e informatica (13.100 euro).

Si investe maggiormente nelle innovazioni di processo

Generalmente, meno di 1 impresa su 10 ha introdotto nuovi prodotti nel proprio mercato di riferimento. Protagoniste di queste innovazioni sono, indipendentemente dal settore economico di appartenenza, le grandi imprese. In particolare, il 29,7% ha introdotto prodotti nuovi sul mercato, con valori massimi nell’industria (39,2% delle grandi imprese). I settori con la maggiore presenza di questo tipo di innovazioni sono l’industria farmaceutica (35,5%), l’informatica (26,1%) e il settore della fabbricazione di altri mezzi di trasporto (25,5%).

Una differenza che si è riflessa anche nel fatturato: la quota di fatturato associata alle innovazioni di prodotto è pari al 9,3% nelle piccole imprese, mentre sale al 28,8% nelle grandi. La stessa tendenza si riscontra nella quota di fatturato attribuibile alla vendita di prodotti nuovi per il mercato: per le piccole imprese è solo l’1,3% contro il 18,1% delle grandi.

Più diffuse sono le innovazioni di processo, che interessa il 43,7% delle imprese. Anche qui, si riscontrano importanti differenze a livello dimensionale: nel triennio 2016-2018, fra le grandi imprese circa tre su quattro hanno introdotto una forma di innovazione di processo, contro il 45% delle piccole imprese.

Le innovazioni di processo più frequenti sono quelle relative ai sistemi informativi (28,5%), seguite dalle innovazioni nell’organizzazione del lavoro e nella gestione delle risorse umane (24,7%) e dalle innovazioni nei processi e nei metodi di produzione (24,3%). Solo due imprese su dieci hanno, invece, investito in innovazioni nei sistemi contabili e amministrativi (21,4%) e nelle pratiche di marketing (20,3%).

Le innovazioni meno diffuse sono quelle introdotte nelle pratiche di organizzazione aziendale e nelle relazioni con l’esterno (18,8%) e nella logistica, distribuzione e fornitura dei prodotti e servizi (18,1%). Rispetto a tutte le categorie delle innovazioni di processo, le piccole imprese innovano meno della media nazionale.

Il rapporto sottolinea anche una maggiore tendenza ad attivare pratiche di innovazione combinate di prodotto e processo (58,0% delle imprese innovatrici) rispetto alla tendenza opposta a innovare solo i processi (37,3%) o solo i prodotti (4,8%). Un trend che interessa tutte le classi dimensionali (ma è più diffusa nelle grandi imprese) e che interessa maggiormente il settore dell’industria e dei servizi.

La maggior parte delle innovazioni introdotte dalle imprese sul mercato (innovazioni di prodotto) o al proprio interno (innovazioni di processo) sono realizzate dall’impresa ex novo e prevalentemente senza la collaborazione di soggetti esterni. In particolare, questa modalità di innovazione interessa il 77,6% degli innovatori di prodotto e il 77,9% degli innovatori di processo.

Tuttavia, un terzo degli innovatori sviluppa le innovazioni in collaborazione con altri soggetti (imprese o istituzioni), mentre meno del 20% acquista innovazioni realizzate all’esterno. Infine, solo il 14,1% degli innovatori di prodotto e l’8,1% degli innovatori di processo realizzano innovazioni adattando o modificando prodotti o processi già esistenti (originariamente sviluppati da altri).

Inoltre, la quota di imprese che optano per forme di collaborazioni esterne cresce sensibilmente, passando dal 33,1% delle piccole al 60,1% delle grandi tra le innovatrici di prodotto e dal 31,1% al 61,8% nelle innovatrici di processo. Tra le grandi imprese cresce anche la quota di imprese che adottano innovazioni sviluppate da altri soggetti, soprattutto le Università.

Le agevolazioni fiscali sostengono l’innovazione

Nel triennio 2016-2018 solo il 15,7% delle imprese con attività innovative ha ricevuto finanziamenti pubblici per l’innovazione, con una ricorrenza maggiore tra le grandi imprese (20,2% contro il 15,0% delle piccole).

Infatti, le piccole imprese sono quelle che stentano ancora a beneficiare di una qualche forma di finanziamento, compresi quelli provenienti dalle amministrazioni locali e regionali (7,6% contro il 10,0% di quelle di media dimensione e il 9,9% delle grandi). Marcate differenze emergono riguardo ai finanziamenti europei, di cui beneficiano maggiormente le grandi imprese (10,2% delle grandi, contro il 2,7% delle piccole).

I finanziamenti pubblici per l’innovazione sono concessi soprattutto dalle amministrazioni territoriali e centrali: nel complesso, l’8,1% delle imprese con attività innovative ha dichiarato di aver ricevuto finanziamenti da amministrazioni pubbliche centrali e un altro 8,1% da amministrazioni regionali o locali, mentre solo il 3,2% ha ottenuto un sostegno da parte dell’Unione europea

La percentuale è leggermente più alta nell’industria (19,4%) rispetto alle costruzioni (11,1%) e ai servizi (11,5%). Dei settori più innovativi solo la ricerca e sviluppo accede più facilmente a questi finanziamenti: quasi la metà delle imprese del settore (47,6%) lo ha ottenuto.

L’utilizzo delle agevolazioni fiscali è invece molto più frequente: il 29,0% delle imprese ne ha fatto ricorso per le attività di R&S e innovazione. Anche per questo tipo di agevolazioni le piccole imprese sono poco presenti (sono il 25,9%, contro il 45,1% delle medie e al 41,3% delle grandi) e si conferma il ruolo di leadership dell’industria (oltre un terzo delle imprese con attività innovative (36,3%) è coinvolto in questa attività contro il 21,6% nei servizi e il 16,0% nelle costruzioni).

Poco frequente è invece il ricorso al credito per l’innovazione, senza significative differenze tra grandi e piccole imprese: soltanto il 16,5% delle imprese ha ottenuto crediti per le attività di innovazione svolte nel triennio 2016-2018. Ha avuto un ruolo del tutto marginale anche il finanziamento azionario, che ha interessato appena il 2,0% delle imprese.

Concorrenza e costi elevati i principali ostacoli all’innovazione

La forte concorrenza sul mercato e i costi di innovazione troppo elevati sono visti come importanti fattori di ostacolo all’innovazione dalla metà delle imprese con attività innovative. Altrettanto importanti sono giudicate la domanda di mercato incerta rispetto alle innovazioni proposte e la mancanza di risorse finanziarie interne per l’innovazione (rilevanti rispettivamente per il 41,6% e il 39,2% dei casi).

Un terzo delle imprese segnala come ostacolo anche la presenza di altre priorità, la mancanza di personale interno qualificato e la difficoltà nell’ottenere finanziamenti pubblici. Sono invece percepiti come relativamente meno gravi fattori come la mancanza di partner con cui collaborare (considerata importante solo dal 20,8%) e la difficoltà di accesso alla conoscenza esterna (21,2%).

Questi fattori di ostacolo sembrano gravare molto di più sulle piccole imprese, che, in particolare, risultano più sensibili ai costi di innovazione troppo elevati (importanti per il 51,2% contro il 35,7% delle grandi), alla mancanza di risorse finanziarie interne (importanti per il 41,0% contro il 24,9% delle grandi) e alla mancanza di finanziamenti esterni (31,1% contro 16,1%).

Se in generale i fattori di ostacolo considerati interessano tutte le imprese a prescindere dal settore di appartenenza, sono le imprese delle costruzioni a risentire maggiormente dei costi di innovazione troppo elevati, della mancanza di risorse finanziarie interne e di finanziamenti esterni e della difficoltà nell’ottenere finanziamenti pubblici.

Differenze significative emergono anche in alcuni dei settori storicamente più innovativi rispetto alla media nazionale. In particolare, il settore della ricerca e sviluppo lamenta di più i costi elevati e la mancanza di risorse finanziarie (comprese quelle pubbliche), l’industria chimica e l’elettronica sembrano maggiormente preoccupati per la forte concorrenza sul mercato e per l’incertezza della domanda. Infine, l’elettronica, insieme con le assicurazioni e la fabbricazione di altri mezzi di trasporto, percepisce la mancanza di personale interno qualificato come un importante fattore inibitore delle attività di innovazione.

Il rapporto completo

Per maggiori informazioni, consultare il rapporto completo, disponibile in Pdf.

REPORT INNOVAZIONE IMPRESE_2016_2018

 

 

Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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