Innovazione, export e ricerca: la via italiana per reagire alle crisi

Sono tre le strategie utilizzate dalle imprese italiane per reagire alle varie crisi: fare innovazione; investire in ricerca e sviluppo; cercare nuovi mercati e far crescere l’export. Fino a 10 anni fa, un’azienda che voleva sviluppare attività, business e fatturato cercava innanzitutto di conquistare nuovi clienti e aumentare le proprie esportazioni. Poi, in maniera sempre più consistente e marcata, la prima strategia seguita dalle imprese per uscire dal pantano e restare competitive, è diventata l’innovazione.

È uno degli elementi più interessanti che emergono dalla lettura del Rapporto 2020 del Centro Studi Met (Monitoraggio Economia Territorio), che ricostruisce i principali andamenti dell’industria italiana a partire dal 2008, basandosi sulle rilevazioni effettuate periodicamente su circa 24mila imprese.

E il Rapporto del Met comprende anche un approfondimento sull’evoluzione della relazione tra le Banche di Credito Cooperativo (Bcc) e il sistema industriale italiano: le Bcc locali svolgono un ruolo sempre più delicato e rilevante nel finanziare e sostenere le aziende messe in difficoltà o alle corde dalle varie ondate di crisi economica.

Dal 2008 a oggi, in pratica, per molte aziende è stato un periodo alquanto difficile, quasi una crisi continua, dal collasso finanziario iniziato con il fallimento di Lehman Brothers (settembre 2008), alla pandemia di Coronavirus nel 2020. E il Report fa notare: “il successo di mercato, tradotto in crescita del fatturato e dell’occupazione, anche negli anni delle crisi, è stato strettamente legato alla ‘triade del dinamismo’: innovazione, ricerca, esportazioni”.

La chiama ‘triade del dinamismo’, ma anche questa, nell’ultimo decennio, ha vissuto cambiamenti rilevanti: nel 2011, come primo passo e prima strategia per reagire alle difficoltà, le aziende italiane puntavano innanzitutto sull’export (nel 55% dei casi), veniva poi l’innovazione (36%), e poi ricerca e sviluppo (per l’8% del totale, tra le aziende più dinamiche e reattive).

Il ‘sorpasso’ dell’innovazione sull’export avviene nel 2013, quando chi punta innanzitutto sul miglioramento attraverso l’ammodernamento diventa il 45% del totale, chi cerca nuovi mercati all’estero scende al 42%, con la ricerca e sviluppo ancora (e sempre, anche negli anni seguenti) fanalino di coda delle strategie reattive, con il 13% di preferenze e di azioni totali. La crescita di importanza dell’innovazione si rafforza e aumenta ancora negli anni seguenti: nel 2015 è la strategia prioritaria contro la crisi per il 57% delle 24mila aziende italiane censite dal Met; segue (ma scende molto) l’export (33% del totale), e quindi la ricerca (10%). Per arrivare al 2019: l’innovazione è la migliore strategia anti-crisi per il 76% delle aziende Made in Italy, l’export è crollato al 18% del totale, ricerca e sviluppo restano limitati a un misero 5%: la ricerca resta l’ultima carta che viene giocata per migliorare il proprio business, affari e fatturato. Un vero exploit per chi innova, una debacle per chi fa ricerca.

Per andare oltre la stagnazione dello scenario economico

Tra il 2008 e il 2020 l’economia e la società italiana hanno vissuto gli anni delle crisi, e il fattore comune è rappresentato dalla crescita nulla o modesta del prodotto interno lordo e del valore aggiunto industriale”, rimarca Raffaele Brancati, presidente del Centro Studi Met, “ma sarebbe un grave errore ritenere che il sistema produttivo sia rimasto bloccato, o semplicemente sia stato soggetto a contrazioni senza registrare grandi cambiamenti nella sua struttura profonda”.

E sottolinea: “nel tessuto imprenditoriale italiano, in particolare a partire dal 2011, si è radicata e diffusa nei comportamenti di tutte le categorie di imprese, sia pure con intensità e modi diversi, la convinzione che le potenzialità di sopravvivenza e di crescita delle singole strutture industriali fossero strettamente legate all’allargamento dei mercati, in particolare di esportazione, alla realizzazione di innovazioni, sia sui prodotti che su processi e organizzazione e, infine, all’attività di ricerca sviluppata”.

Serve una visione (aziendale e politica) di lungo periodo

Queste azioni – soprattutto se integrate tra loro in una strategia compiuta – fino al 2008 sono state patrimonio di una esigua minoranza di imprese; nell’ultimo decennio si sono diffuse e con esse un numero crescente di operatori ha cercato mercati nuovi associando a questo orientamento l’adozione di innovazioni e un impegno nel campo della ricerca. “Si tratta pur sempre di una minoranza delle imprese, specie tra quelle di dimensioni ridotte”, rileva Brancati, “ma potremmo definirla una minoranza qualificata, con effetti in termini quantitativi e soprattutto potenziali non trascurabili”.

I modi in cui le aziende impostano i loro percorsi di miglioramento possono essere molto diversi tra loro. Così, alcuni ricercano per prima cosa nuovi mercati per poi consolidare la loro posizione con innovazione e ricerca, altri pensano prima a innovare e poi a trovare sbocchi adeguati; alcuni sono più solidi finanziariamente, altri meno.

Interi campi indispensabili per una strategia anche di crescita, come la Green economy, la Circular economy, la cura del territorio, la mobilità sostenibile, avrebbero “grande necessità di una visione proiettata nel lungo periodo”, rileva Giorgio Gobbi, neo-direttore della sede milanese della Banca d’Italia, “e associata a un percorso concreto per la definizione delle politiche, percorso che, per essere sostenibile, deve trovare le modalità sostanziali di coinvolgimento degli operatori”.

La tre strategie dinamiche: innovazione, export, ricerca

Si tratta di realizzare progetti basati su tecnologie condivise, orientamento delle attività nella direzione desiderata e creazione di nuovi mercati. “Coloro che hanno in programma strategie dinamiche dovrebbero essere raggiunti da un’attività di scouting e sostenuti con servizi di accompagnamento”, propongono gli economisti del Met, “ecco un ruolo che potrebbe essere gestito efficacemente dalle Regioni come soggetti impegnati in materia e presenti sul territorio”.

Francesca Mariotti, direttore generale di Confindustria, fa notare: “la realtà produttiva è una realtà in movimento e prevede, quindi, una mobilità dei soggetti verso comportamenti diversi da quelli passati e con strategie che si adattano: non vi sono innovatori per sempre e neppure imprese immobili per sempre”. E osserva: “aver provato ad avviare innovazioni o programmi di ricerca o la stessa presenza sui mercati internazionali, sia pure in modo non organico, talvolta discontinuo, segnala comunque una volontà e una capacità da valorizzare, sostenere e irrobustire”.

Reagire alle crisi, resistere e superare i rischi

Nei periodi di crisi e difficoltà ci sono però anche e almeno due rischi evidenti: in primo luogo, quello della chiusura di attività e di perdita di capacità produttiva; in secondo luogo, il rallentamento di attività strategiche e l’abbandono di progetti che possono proiettare anche nel lungo periodo gli effetti negativi e la perdita di competitività. Entrambi i rischi sono fortemente presenti e toccano in misura particolare non tanto i produttori statici, quanto piuttosto quella fascia di soggetti che aveva cercato di avviare attività dinamiche (innovazioni, ricerca, esportazioni) senza avere consolidato le posizioni e spesso con situazioni economiche e finanziarie fragili.

In questo quadro si sono inserite le politiche pubbliche per l’industria, con interventi basati su sgravi fiscali, erogazioni automatiche e crediti di imposta, o finanziamenti che prevedono un sostegno pubblico, “sono decisi in modo quasi esclusivo dal canale bancario, semplificano enormemente le condizioni di accesso. È naturale che riscuotano l’apprezzamento degli stessi imprenditori”, rileva il Rapporto Met.

Fonte: Rapporto 2020 del Centro Studi Met (Monitoraggio economia territorio)

E Augusto dell’Erba, presidente di Federcasse, sottolinea: “non vi sono politiche buone o cattive per sempre; anche nel campo delle agevolazioni alle imprese, le azioni vanno gestite e monitorate con cura, possibilmente orientate tempestivamente, in funzione del ciclo specifico, delle condizioni delle imprese e dei mercati, delle criticità”.

Un aspetto critico che rimane e che sembra ineliminabile nel nostro sistema è la grande ridondanza degli strumenti con l’accavallarsi di misure nazionali e regionali spesso caratterizzate da obiettivi e strumenti in tutto analoghi. In questo campo, “la concorrenza non è un aspetto positivo e si creano solo confusioni tra i potenziali destinatari, mentre i numerosi tentativi di razionalizzazione non hanno dato frutti apprezzabili”, rimarcano gli economisti che hanno realizzato lo studio: “tuttavia, se l’obiettivo della politica industriale, anche nel campo delle agevolazioni ai privati, è favorire processi di trasformazione più profondi e radicali, gli interventi realmente selettivi e basati su veri e propri progetti da valutare e sostenere sono inevitabili”.

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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