Una robotica sempre più ‘morbida’, ispirata alla natura e con intelligenza fisica a supporto della manifattura flessibile

Il professor Bruno Siciliano

Nonostante la strategicità ribadita dal piano nazionale della ricerca e un livello di eccellenza che colloca l’Italia ai primi posti nelle classifiche mondiali in questo comparto, la robotica non è mai esplicitamente citata nel PNRR, il piano nazionale per la ripresa e resilienza italiano. Alla fine di un’intervista con Franco Canna, direttore di Innovation Post, che ha chiuso i lavori dell’Industry 4.0 360 Summit dedicato ai temi dell’innovazione digitale al servizio di produttività, efficienza e sostenibilità, il professor Bruno Siciliano, docente di robotica dell’Università Federico II di Napoli, direttore del centro Icaros, il Centro Interdipartimentale di Chirurgia Robotica e del PRISMA Lab – Progetti di Robotica Industriale e di Servizio Meccatronica e Automazione, uno dei fondatori di I-RIM, l’Istituto nazionale per la robotica e le macchine intelligenti, non nasconde un po’ di preoccupazione.

“Abbiamo fatto un grande lavoro, come gruppo ministeriale per il piano nazionale della ricerca, e la robotica è stata promossa a uno degli ambiti strategici per il settennio 2021-2027, al pari dell’intelligenza artificiale, della manifattura e di tanti altri ambiti, nel cluster industria e aerospazio. I risultati sono stati recepiti nel PNRR trasmesso a Bruxelles, ma nel Piano la parola ‘robot’ non c’è. Abbiamo già avuto un colloquio con il ministro dell’Università e della Ricerca, Cristina Messa, e ora stiamo scrivendo alla segreteria del presidente del consiglio perché si sta ignorando un’eccellenza, non solo dal punto di vista accademico. L’Italia, infatti, ha una tradizione industriale che ci pone al top a livello mondiale, tra i primi 7 paesi al mondo”.

Soft robotics e materiali smart, ecco le nuove frontiere

La chiacchierata con il professor Siciliano, però, ha toccato solo in chiusura i temi politici. Per il resto è stata l’occasione per guidare la numerosa audience nelle nuove sfide che questo comparto permetterà di affrontare grazie alla sua continua evoluzione, dalla soft robotics al robofacturing.

“La vera novità per il futuro è la soft robotics – spiega Siciliano – e non è un caso che, come per la  biorobotica e la roboetica, anche per questa disciplina l’Italia è uno dei paesi guida per la ricerca. Penso ai colleghi della scuola Sant’Anna, che stanno lavorando sui nuovi materiali, ma anche alle sperimentazioni che stiamo facendo sulla messa a punto di robot per l’endoscopia. Stiamo lavorando a un concetto innovativo che è il robot che si trasforma pompando aria, un concetto che va a stravolgere il paradigma classico della meccanica, con una parte elettrica e una sensoriale. In questo caso abbiamo la definizione della robotica come connessione intelligente tra percezione e azione”.

L’idea è studiare nuove macchine che possano sfruttare materiali e tecnologie mutuate da altre discipline per arrivare a risultati molto evoluti. “Se andiamo a ispirarci alla natura, con meccanismi biologici – prosegue Siciliano – possiamo pensare anche a una meccatronica intelligente, e questa è la nuova frontiera della ricerca. Usare materiali leggeri e intelligenti rende il robot più sicuro, aiutando nella parte percettiva e nel controllo. La robotica ha metodologie e tecnologie ‘core’ che ormai sono assestate e penso che ogni progresso, ormai, non sarà più all’interno della nostra comunità ma arriverà dall’Intersezione con le altre discipline. La biologia, accoppiata alla tecnologia, è quella che darà i risultati più strabilianti.

Robofacturing per ridisegnare la produzione a misura di robot

Ma oltre allo sviluppo di materiali e forme ispirate dalla natura ci sono anche altre frontiere che si stanno portando avanti. Tra queste c’è il tema del Robofacturing su cui lavora una giovane società tedesca, la Jungle, che nella sede di Monaco Di Baviera studia nuovi design ripensando alla manifattura su misura di robot.

Un progetto affascinante, del quale abbiamo parlato alcuni giorni fa, e proprio con Bruno Siciliano che sta collaborando con questo progetto.

“Si tratta di applicare la robotica a un contesto manifatturiero. Questo, però, presume che il design sia rivisto pensando che se fino a ieri il prodotto era realizzato da un tecnico, o da un operaio specializzato, adesso utilizziamo il robot. Bisogna rivedere il progetto partendo da design tenendo presente che può essere realizzato indifferentemente da robot o da esseri umani in stretta collaborazione: dalla mani-fattura alla robo-fattura. A me è venuto in mente il paradigma dell’Ikea che pensa al design del prodotto in chiave distribuzione sin dal principio”.

Dallo sviluppo della robotica anche nuova occupazione

Ma la conversazione con Siciliano è stata anche l’occasione per affrontare temi legati al rapporto tra uomo e robot, partendo dalle ultime emergenze, che hanno costretto a ridefinire l’ambiente “ostile” alle preoccupazioni dei neoluddisti, che temono che una diffusione sempre maggiore dei robot possa creare rischi per l’occupazione.

“Fino a qualche anno fa si parlava di robotica in ambiente ostile solo in caso di sciagure, pericolo di terreni contaminati, denuclearizzazione, oleodotti, grossi impianti industriali come le colate di acciaio. Con la pandemia anche ospedali e scuole sono diventati ambienti ostili, ormai lo è anche un mezzo di trasporto. E se il giornalista Riccardo Luna, con un articolo provocatorio, chiedeva dove sono i robot in questa emergenza la risposta è arrivata da alcune esperienze pilota fatte a Varese e a Pisa. I robot sono stati impiegati per la telepresenza, con carrellini robotici dotati di  telecamere e touchpad per far interagire le persone ricoverate per Covid con i parenti. Ma a questo si aggiunge anche il physical smart working, che ha permesso ad alcune produzioni di andare avanti grazie al fatto che gli operatori potevano operare sulle macchine a distanza”.

Ma l’uso della robotica in comparti come l’industria alimentare, al quarto posto dopo automotive, elettronico e chimico, può migliorare tutta la catena dei valori.

“Se guardiamo in termini positivi – continua Siciliano – scopriamo che in alcuni comparti la catena di valore è talmente ricca che, se magari nel breve termine è necessaria una riconversione del lavoro, in prospettiva porterà maggiore occupazione. Se guardiamo a un colosso come Amazon: dobbiamo pensare a tutta la catena del valore, non solo la gestione delle merci, ma tutto ciò che c’è dietro dalla produzione fino alla distribuzione del prodotto, che creano opportunità lavorative più ampie. D’altra parte a fronte di 500 mila robot che Amazon aveva acquisito nell’ultimo anno si erano creati 800 mila nuovi posti di lavoro. Questo – conclude Siciliano – è l’esempio che permette di sfatare il campo dal luogo comune della disoccupazione a causa della robotica e dell’automazione”.

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Fabrizio Cerignale

Giornalista professionista, con in tasca un vecchio diploma da perito elettronico. Free lance e mobile journalist per vocazione, collabora da oltre trent’anni con agenzie di stampa e quotidiani, televisioni e siti web, realizzando, articoli, video, reportage fotografici. Giornalista generalista ma con una grande passione per la tecnologia a 360 gradi, da quella quotidiana, che aiuta a vivere meglio, alla robotica all’automazione.

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