A due mesi dall’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2026 che ha reintrodotto l’iperammortamento, il decreto attuativo atteso dal MIMIT e dal MEF non è ancora arrivato. E l’attesa dei chiarimenti tanto richiesti e dello strumento che dovrà date piena operatività al piano inizia a pesare. Di questo disagio di fa interprete Giulia Abruzzese, direttore delle Politiche fiscali di Confindustria, che in un corsivo uscito su Il Sole 24 ore del 20 febbraio mette sul tavolo i nodi applicativi che rischiano di rendere vana una misura potenzialmente efficace. Il ritardo – dice Abruzzese – non è un dettaglio burocratico, ma si traduce in un costo reale per le imprese.
La misura – che introduce una maggiorazione del costo di acquisizione di beni strumentali 4.0 e impianti FER ai fini dell’ammortamento – ha ricevuto un giudizio sostanzialmente positivo dal sistema produttivo: la durata triennale (fino al 30 settembre 2028) rappresenta un passo avanti rispetto alle precedenti stagioni di crediti d’imposta, perché si allinea meglio ai cicli di investimento delle aziende manifatturiere. Il problema è che la norma primaria esiste, ma il decreto attuativo manca.
“L’incertezza normativa, come insegnava Einaudi, è un costo implicito”, rileva Abruzzese. “Ogni settimana di incertezza incide sulla pianificazione finanziaria e sulla capacità delle imprese di negoziare contratti e forniture”.
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I nodi irrisolti: quattro questioni urgenti
Abruzzese individua quattro questioni che il decreto deve affrontare senza rinvii (di alcuni di questi aveva già parlato qualche giorno fa su queste pagine Marco Belardi).
1. La natura del plafond: annuale o cumulativo?
La norma struttura la maggiorazione su tre fasce: 180% fino a 2,5 milioni, 100% tra 2,5 e 10 milioni, 50% tra 10 e 20 milioni. Ma non chiarisce se le soglie siano annuali o cumulative sull’intero triennio 2026-2028. La differenza è tutt’altro che marginale: in caso di cumulo pluriennale, un’impresa non potrebbe determinare con certezza l’entità dell’agevolazione prima di settembre 2028, posticipando la fruizione del beneficio alle dichiarazioni dell’anno successivo.
Abruzzese ricorda che il precedente del credito d’imposta Transizione 4.0, interpretato dall’Agenzia delle Entrate in chiave annuale, offre “un riferimento sistematico rilevante”. Il decreto attuativo ha l’occasione – e l’onere – di chiarire definitivamente il criterio.
2. Il nodo del cloud: SaaS, PaaS, IaaS restano fuori?
L’Allegato V alla legge 199/2025 include espressamente tra i beni agevolabili le soluzioni cloud computing e IoT. Il problema è strutturale: l’iperammortamento opera come maggiorazione di costi capitalizzati e ammortizzabili, mentre i canoni SaaS, PaaS o IaaS sono costi di esercizio, non soggetti ad ammortamento. Senza un intervento esplicito nel decreto, le soluzioni as-a-service – oggi prevalenti nel mercato software – rischiano di restare fuori dal perimetro agevolato, contraddicendo la ratio stessa dell’Allegato.
3. Il recapture: la bozza di decreto tradisce la norma primaria?
Questo è forse il punto più delicato sollevato da Abruzzese: la legge primaria prevede la perdita delle quote residue di maggiorazione in caso di cessione anticipata del bene, ma sembrerebbe consentire di mantenere i benefici già fruiti, purché il bene sia sostituito con uno tecnologicamente analogo o superiore. La prima bozza del decreto attuativo, invece, prevederebbero la decadenza totale con recupero delle quote già dedotte – una posizione molto più restrittiva.
4. Coerenza temporale: gli investimenti avviati nel 2025
La legge fissa il perimetro temporale agli investimenti “effettuati” dall’1 gennaio 2026 al 30 settembre 2028. Per l’art. 109 TUIR, un bene mobile si considera effettuato alla data di consegna o spedizione. Un’impresa che nel 2025 abbia firmato un contratto per un macchinario 4.0, ricevuto poi nel 2026, rientra naturalmente nel perimetro. Il decreto attuativo – rileva Abruzzese – non può introdurre criteri restrittivi che alterino questo equilibrio.
Le novità attese nel decreto fiscale
Ma prima che il decreto attuativo risolva questi punti, l’attesa è tutta per il prossimo Decreto fiscale che dovrebbe rimuovere il vincolo del Made in Eu.
Un tema, questo, che Abruzzese non affronta nella sua analisi semplicemente perché dato ormai per acquisito dal punto di vista politico dopo la conferma arrivata dal viceministro Leo lo scorso 5 febbraio.
Il requisito di origine europea dei beni sarà eliminato, ma questa modifica richiede un intervento sulla norma primaria. Il veicolo normativo atteso è un decreto legge, il cui iter è ancora in corso.
Nello stesso provvedimento, stando alle intenzioni del Governo, dovrebbe trovare spazio anche un intervento a favore dei contribuenti in regime forfettario. Oggi questi soggetti – che determinano il reddito su base presuntiva e non analitica – non possono beneficiare dell’iperammortamento, il cui meccanismo si fonda proprio sulla maggiorazione del costo deducibile ai fini del reddito d’impresa: uno strumento strutturalmente incompatibile con la flat tax. Il decreto legge dovrebbe introdurre un meccanismo alternativo, ancora da definire nei dettagli, che consenta anche alle imprese minori in regime semplificato di accedere a qualche forma di incentivo all’investimento 4.0.

















