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Dazi, crisi geopolitiche e materie prime: la mappa delle vulnerabilità strategiche nel Rapporto Competitività dell’Istat



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Il Rapporto Istat 2026 sulla competitività dei settori produttivi analizza lo stato del sistema economico italiano in un contesto internazionale segnato dai dazi commerciali statunitensi e dalle tensioni geopolitiche. Nonostante le difficoltà l’economia ha mostrato una “sorprendente resilienza”, trainata da settori specifici come la farmaceutica e i mezzi di trasporto, mantenendo un saldo commerciale positivo. L’Italia però presenta un’elevata esposizione verso i mercati extra-UE e una crescente dipendenza dalle importazioni strategiche dalla Cina…

Pubblicato il 23 mar 2026



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In sintesi

  • Sorprendente resilienza: export +3,3% con un eccezionale +7,2% verso gli USA sostenuto dal front-loading; la crescita è però concentrata in pochi settori come farmaceutica e mezzi di trasporto, mentre 14/22 comparti manifatturieri sono in contrazione.
  • Vulnerabilità e impatti: le simulazioni Istat mostrano che un raddoppio dei dazi ridurrebbe l’export (-3,2%) e l’azzeramento delle vendite verso gli USA costerebbe ~1,1% del PIL; la dipendenza da fornitori extra‑UE (60% a rischio paese) e la crescita delle importazioni dalla Cina accrescono la fragilità.
  • Struttura produttiva e risposte: le multinazionali (4,2% delle imprese) sostengono la maggior parte dell’export, mentre le PMI risultano più esposte; per il 2026 prevale l’attesa ma aumenta la spinta alla diversificazione verso il mercato unico, India/Mercosur e la messa in sicurezza delle forniture.
Riassunto generato con AI



L’economia nazionale ha mostrato una “sorprendente resilienza” durante l’esercizio 2025. Nonostante l’incremento delle barriere doganali e le tensioni geopolitiche, le esportazioni italiane sono cresciute del 3,3% (sostenute da un +3,1% delle importazioni), distinguendosi nettamente dai partner europei.

Mentre Germania e Spagna hanno subito crolli superiori al 9% nel mercato statunitense, l’Italia ha registrato un eccezionale +7,2% verso gli USA, favorito anche da un effetto di “front-loading” prima dell’entrata in vigore delle tariffe.

È quanto emerge dalla quattordicesima edizione del Rapporto Competitività dell’Istat che delinea, tuttavia, una crescita a due velocità: il traino è limitato a pochi comparti come la farmaceutica (+28,5%) e i mezzi di trasporto (+22,2%), mentre 14 settori manifatturieri su 22 sono in contrazione.

Se da un lato l’Italia conferma di Paese “export-led“, dall’altro si conferma, tra le grandi economie dell’UE, quella più esposta ai mercati extra-UE (con una quota del 48,2%).

Il rapporto evidenzia inoltre come l’elevata esposizione alla domanda e all’offerta extra-UE accresce la vulnerabilità strategica del Paese, considerando che il 60% degli approvvigionamenti essenziali è oggi soggetto a un elevato “rischio paese”.

Il commercio estero al tempo dei dazi: l’analisi dell’Istat

L’analisi dei flussi commerciali verso gli Stati Uniti rappresenta l’elemento di maggiore discontinuità rispetto alle dinamiche europee osservate nel 2025.

Mentre Germania e Spagna hanno subito flessioni superiori al 9% e la Francia ha contenuto le perdite allo 0,9%, l’export italiano verso il mercato statunitense è cresciuto del 7,2%.

Il risultato, per quanto positivo, è stato parzialmente alimentato dal fenomeno del front loading: nella prima parte dell’anno (gennaio-luglio), le esportazioni sono aumentate del 9,6% poiché le imprese hanno anticipato le spedizioni per evitare l’impatto dei nuovi dazi doganali.

L’esposizione italiana verso il mercato statunitense è significativa, assorbendo nel 2025 il 10,8% dell’export totale di beni, una quota superiore a quella dei principali partner europei.

Gli Stati Uniti rappresentano oggi il secondo mercato di destinazione per l’Italia, preceduti solo dalla Germania (11,4%).

Significativa anche la crescita delle importazioni dagli USA, che nel 2025 hanno registrato un incremento del 42,1%, trainato quasi esclusivamente dal settore farmaceutico, i cui acquisti sono raddoppiati (+100,2%) arrivando a coprire il 45% del totale manifatturiero importato da quel mercato.

Scenari e simulazioni: il peso di un’escalation protezionistica

Per comprendere se questa tenuta sia sostenibile o solo temporanea, l’Istat ha elaborato delle simulazioni econometriche che valutano la fragilità del sistema produttivo di fronte a un’ulteriore escalation protezionistica.

I modelli indicano che un raddoppio delle aliquote medie effettive comporterebbe una mancata crescita dell’export pari al 3,2%.

L’impatto appare eterogeneo tra i prodotti: mentre i dazi penalizzano fortemente i prodotti minerali e i metalli preziosi, settori come calzature, materie plastiche e grassi vegetali mostrano una reattività positiva legata al riorientamento dei flussi globali.

Il rischio teorico più grave emerge dall’ipotesi di un azzeramento dell’export verso gli USA, che costerebbe all’Italia l’1,1% del PIL, ovvero circa 20 miliardi di euro.

L’impatto sui settori manifatturieri

L’andamento complessivo dell’economia italiana nel 2025 riflette una profonda eterogeneità tra i diversi comparti industriali.

La tenuta del sistema è stata garantita da una marcata concentrazione della crescita in un ristretto nucleo di settori ad alta tecnologia e a forte proiezione internazionale.

In particolare la farmaceutica e i mezzi di trasporto hanno agito da pilastri per l’intero sistema manifatturiero, registrando incrementi rispettivamente del 28,5% e del 22,2%. Anche la metallurgia ha fornito un contributo positivo, seppur più contenuto, alla dinamica dell’export.

Al di fuori di queste aree di eccellenza, il panorama produttivo mostra segnali di sofferenza diffusa. Ben 14 comparti manifatturieri su 22 hanno chiuso l’anno in territorio negativo, evidenziando una crisi che colpisce in modo particolare i settori tradizionali.

Comparti come il coke e la raffinazione, la chimica e la fabbricazione di autoveicoli hanno subito contrazioni rilevanti, scontando sia il rallentamento della domanda globale sia le difficoltà strutturali legate alla transizione energetica e ai costi delle materie prime.

L’Indicatore ISCo e il divario tecnologico

Per analizzare la capacità di tenuta del sistema, il Rapporto Competitività introduce l’indicatore ISCo (Indicatore Sintetico di Competitività), che conferma la resilienza dei settori a maggiore contenuto tecnologico rispetto alla debolezza dei comparti low-tech.

Mentre le imprese attive nei segmenti dell’elettronica e della farmaceutica riescono a mantenere margini e quote di mercato grazie a un elevato valore aggiunto, i settori del tessile e dell’abbigliamento continuano a mostrare una vulnerabilità strutturale.

Il divario settoriale suggerisce che la competitività italiana sia sempre più legata alla capacità di innovazione e meno ai vantaggi di costo, rendendo il riposizionamento tecnologico una scelta obbligata per i comparti in crisi.

La risposta delle imprese agli shock internazionali: le multinazionali più resilienti rispetto alle medie imprese

Il Rapporto Competitività dell’Istat conferma che la competitività del sistema Italia è strettamente legata a una base produttiva estremamente concentrata.

Le multinazionali, pur rappresentando appena il 4,2% del totale delle imprese attive, esercitano un peso determinante: da sole generano il 75% del valore delle esportazioni manifatturiere e l’80% delle importazioni.

Dati che evidenziano una dipendenza strutturale del Paese dalle strategie di una ristretta élite aziendale, l’unica dotata delle risorse finanziarie e organizzative necessarie per gestire l’incertezza dei mercati internazionali e le barriere tariffarie.

La rilevanza di questi attori emerge con chiarezza nell’analisi del valore aggiunto: le multinazionali contribuiscono per il 33,9% al valore aggiunto totale del sistema produttivo, pur impiegando solo il 18,8% degli addetti.

“Le multinazionali presentano caratteristiche di maggiore apertura al commercio internazionale e dipendono maggiormente da domanda e offerta estere”, spiega Claudio Vicarelli, ricercatore dell’Istat e tra i curatori del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi.

“Di conseguenza, sono anche le realtà che, di fronte a shock di questo genere, mostrano una superiore capacità di reazione e di messa in campo di strategie alternative”, aggiunge.

L’ elevata produttività per addetto e la flessibilità strategica permettono a tali realtà di assorbire i costi derivanti dai dazi senza compromettere immediatamente i volumi di vendita, fungendo da ammortizzatore per l’intera economia nazionale.

La “tagliola dei dazi” per le medie imprese

Il quadro muta drasticamente quando l’analisi si sposta sulle imprese di media dimensione, che nel corso del 2025 hanno subito l’impatto più pesante delle restrizioni statunitensi.

A differenza delle grandi realtà industriali, per le quali non sono stati rilevati effetti statisticamente significativi, le medie imprese hanno mostrato una vulnerabilità marcata.

Per il gruppo di aziende che ha negli Stati Uniti il proprio mercato principale, si è registrata una mancata crescita dell’export pari a 6,1 punti percentuali in media d’anno, un effetto particolarmente accentuato proprio per le unità di media dimensione.

Le medie imprese, prive della struttura e della flessibilità operativa delle multinazionali, non hanno potuto assorbire lo shock con la stessa efficacia, registrando un calo del 7,2% sull’export (-6,7% nelle piccole aziende).

La reattività dei gruppi a controllo italiano

Un elemento distintivo emerso nel 2025 riguarda la differente capacità di reazione tra le multinazionali a controllo estero e quelle a controllo italiano.

La natura globale di queste imprese consente una gestione più efficace delle turbolenze.

Tuttavia, i dati evidenziano una resilienza specifica per i gruppi nazionali, che hanno registrato una crescita dell’export verso gli Stati Uniti dell’8,8%, superando di 1,6 punti percentuali la già positiva media nazionale.

Performance che suggerisce che il mantenimento dei centri decisionali in Italia favorisca una risposta più agile alle mutazioni dei flussi commerciali globali, consolidando il divario con le imprese puramente domestiche che, prive di tali legami, rischiano un progressivo isolamento dai mercati più dinamici.

Il sentiment delle imprese: incertezza e attesa

Il quadro di resilienza descritto dai dati macroeconomici si scontra con un clima di crescente cautela che emerge dalle indagini qualitative condotte presso gli operatori.

Il rapporto evidenzia un marcato aumento della difficoltà degli imprenditori nel prevedere l’andamento degli affari, un indicatore di incertezza che ha raggiunto livelli critici nel corso del 2025.

A questo si somma un peggioramento delle condizioni di accesso al credito, che limita la capacità di manovra soprattutto per le realtà meno capitalizzate.

La combinazione di questi fattori ha generato un atteggiamento di attesa che si riflette direttamente sulle scelte di investimento, in calo in molti comparti manifatturieri.

L’impatto dei dazi su volumi e prezzi

Di fronte alle restrizioni commerciali, la strategia prevalente del sistema produttivo italiano è stata improntata alla conservazione.

La maggioranza delle imprese che esporta oltre oceano ha dichiarato che i dazi USA non hanno avuto alcun impatto sui prezzi (76%) e i volumi di vendita (60%).

Il 5,7 di chi ha modificato i listini ha ridotto i prezzi in misura inferiore al dazio, assorbendo parzialmente il costo per difendere le quote di mercato. Solo l’1,8% li ha ridotti in misura superiore al dazio, mentre il 12,1% ha aumentato i prezzi, una scelta intrapresa soprattutto dalle imprese di grandi dimensioni.

Tra le aziende che hanno subito una contrazione delle vendite il 23% ha registrato riduzioni solo sul mercato statunitense, mentre il 13,6% ha visto calare l’export anche verso altri mercati.

Le strategie per il 2026

Le strategie per l’esercizio 2026 evidenziano che la maggioranza delle imprese (62,7%) non prevede di adottare contromisure specifiche nel breve periodo.

Emerge però un nucleo dinamico, pari al 28% del totale, orientato con decisione verso la ricerca di nuovi mercati di sbocco per ridurre la dipendenza dalle direttrici commerciali più esposte ai dazi.

La spinta alla diversificazione risulta sensibilmente più marcata tra le piccole e medie imprese: circa un terzo delle PMI (33%) ha infatti pianificato l’esplorazione di rotte alternative, individuando spesso nel mercato unico europeo l’area prioritaria di riposizionamento.

Rimane invece marginale il ricorso a investimenti diretti per scavalcare le barriere protezionistiche: solo un’azienda su 20 sta valutando l’apertura di nuovi siti produttivi negli Stati Uniti, a conferma di come la delocalizzazione non sia attualmente considerata una soluzione percorribile dalla quasi totalità del tessuto industriale nazionale.

La vulnerabilità dal lato import: Cina e prodotti strategici

L’analisi della competitività nazionale non può prescindere dall’esame delle catene di approvvigionamento, che nel 2025 hanno mostrato segnali di crescente polarizzazione e dipendenza.

Il valore delle importazioni dalla Cina ha registrato un incremento del 16,4%, consolidando una tendenza di lungo periodo che vede Pechino come fornitore sempre più centrale per il sistema produttivo italiano.

Un dato emblematico di questa dinamica riguarda il settore farmaceutico, dove l’import di prodotti cinesi è letteralmente volato con un aumento del 933,7%.

Il nodo dei beni essenziali e il rischio paese

La questione della sicurezza degli approvvigionamenti assume contorni critici quando si analizzano i prodotti definiti strategici.

L’Italia dipende oggi dall’estero per il 20% dei beni necessari al funzionamento dei propri motori industriali, con punte di vulnerabilità particolarmente elevate nei materiali energetici e nelle tecnologie legate alla transizione ecologica.

“Abbiamo isolato le unità produttive più esposte all’offerta estera di prodotti che per l’Italia risultano scarsi o difficilmente sostituibili“, spiega Stefano Costa, ricercatore dell’Istat e co-autore del Rapporto Competitività Istat.

“Incrociando questa classificazione con i 317 prodotti a valenza strategica, individuiamo un nucleo ristretto di 583 imprese, non di piccole dimensioni, che sono direttamente importatrici di beni definiti foreign dependent“, aggiunge.

L’analisi dell’Istat evidenzia come queste unità gestiscano la quasi totalità degli approvvigionamenti di input critici, rendendo il sistema produttivo estremamente sensibile alle dinamiche geopolitiche.

La concentrazione degli acquisti in un numero esiguo di fornitori extra-UE aggrava sensibilmente il profilo di rischio: il 60% delle importazioni strategiche italiane proviene infatti da nazioni caratterizzate da un’instabilità politica medio-alta.

In un quadro internazionale segnato da possibili ritorsioni commerciali e interruzioni delle filiere, questa fragilità del lato import rappresenta il principale elemento di vulnerabilità del Paese.

La dipendenza da mercati instabili per risorse indispensabili alla decarbonizzazione, all’elettronica e alla difesa pone dunque una sfida immediata in termini di diversificazione delle fonti e di sicurezza nazionale.

Come possiamo tutelarci? Tre strade per il futuro

L’analisi dell’Istat non si limita a fotografare le criticità, ma delinea le tre possibili direttrici strategiche per garantire la tenuta del sistema produttivo nel medio periodo.

1. La diversificazione dei mercati e il ruolo dell’India e del Mercosur

La prima strada indicata dal Rapporto Competitività dell’Istat riguarda il riorientamento geografico dei flussi commerciali.

Per mitigare l’instabilità delle rotte tradizionali e l’eccessiva esposizione ai mercati nordamericani e cinesi, le imprese italiane sono chiamate a esplorare aree ad alto potenziale di crescita ancora parzialmente sottoutilizzate.

L’India e i paesi dell’area Mercosur rappresentano, in questo senso, i target principali.

La diversificazione geografica viene presentata non solo come un’opzione di espansione commerciale, ma come una strategia di gestione del rischio volta a bilanciare la volatilità dei partner storici e a ridurre l’impatto di eventuali ritorsioni doganali incrociate.

2. Il mercato unico come scudo e motore di crescita

Una seconda direttrice fondamentale risiede nel rafforzamento della proiezione all’interno del Mercato Unico europeo.

In un quadro internazionale segnato da crescenti barriere extra-UE, l’integrazione nel mercato unico agisce come stabilizzatore per l’economia nazionale, offrendo un ambiente normativo e tariffario omogeneo.

L’espansione all’interno dell’UE risulta particolarmente rilevante per le medie e piccole imprese che, come emerso dai dati sull’export 2025, mostrano una maggiore vulnerabilità agli shock transatlantici.

“Per poter sfruttare appieno le opportunità offerte dal mercato europeo è necessario un recupero di produttività e competitività verso i concorrenti UE”, specifica Stefano Costa.

Il rischio evidenziato è che le imprese italiane, nel riorientarsi verso il mercato unico, possano scontrarsi con partner europei caratterizzati da una maggiore efficienza operativa o da assetti di costo più favorevoli.

Il rapporto suggerisce che una maggiore coesione nelle catene del valore europee possa ridurre l’esposizione agli shock geopolitici, trasformando la prossimità geografica in un vantaggio competitivo in termini di sicurezza degli scambi.

Tuttavia, l’efficacia di questa strategia è strettamente legata al superamento di criticità interne al sistema Paese.

Nelle conclusioni del documento si fa esplicito riferimento alla necessità di un progresso nelle iniziative di allentamento dei vincoli interni, con riferimento a quegli ostacoli di natura burocratica, normativa o strutturale che frenano la fluidità degli scambi e impediscono al tessuto produttivo di beneficiare pienamente delle potenzialità del mercato comunitario.

3. Mitigazione del rischio e sicurezza degli approvvigionamenti

L’ultima via d’uscita riguarda la messa in sicurezza delle catene di fornitura. Il superamento della dipendenza strategica dai paesi con instabilità politica medio-alta richiede politiche mirate di diversificazione dei fornitori di input critici.

Un processo che implica non solo la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento per i materiali energetici – per cui l’Italia dipende fortemente da Algeria, Azerbaijan e Stati Uniti – e le tecnologie della transizione, ma anche un sostegno specifico a quel nucleo di imprese importatrici che garantiscono il funzionamento dei settori chiave come l’elettronica e la difesa.

Secondo quanto emerge dal rapporto, la riduzione della vulnerabilità strategica è legata alla capacità del sistema produttivo di coordinare il reperimento di risorse scarse con le politiche industriali comunitarie, al fine di garantire l’autonomia necessaria a sostenere i futuri livelli di attività produttiva.

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