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La mappa del rischio-paese nel Country Risk Atlas 2026: l’Italia migliora il rating, ma sul futuro gravano incognite strutturali



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L’analisi fornita dal rapporto di Allianz Trade che analizza 83 economie globali (pari al 94% del PIL mondiale), promuove l’Italia al rating A1, evidenziando una stabilità dei fondamentali superiore alle attese, mentre potenze come Stati Uniti, Francia e Belgio subiscono un declassamento dovuto a persistenti scivolamenti fiscali. Persistono tuttavia sfide strutturali che potrebbero intaccare la competitività industriale nel medio termine.

Pubblicato il 16 feb 2026



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Nonostante forti tensioni commerciali e molteplici livelli di rischio, il 2025 ha restituito un’immagine di inattesa tenuta per l’economia globale, con un’evidenza di rilievo per il sistema produttivo italiano.

L’analisi condotta nell’ultima edizione del Country Risk Atlas di Allianz Trade evidenzia un miglioramento dei fondamentali macroeconomici che ha permesso a trentasei nazioni di ottenere una promozione nel rating sovrano.

“I nostri rating forniscono un’analisi completa e indicazioni sull’ambiente economico, politico e di business, nonché sui fattori di sostenibilità che influenzano le dinamiche dei rischi di mancato pagamento per le imprese a livello macroeconomico”, spiega Luca Moneta, Senior Economist for Emerging Markets di Allianz Trade.

“Ogni rating combina 17 indicatori di breve termine e 18 di medio termine e può rappresentare per i decision-maker uno strumento per orientarsi in un contesto geopolitico complesso, aiutando a gestire la volatilità, proteggere i flussi di cassa e trasformare la valutazione dei rischi in un vantaggio competitivo”, aggiunge.

L’indagine, che monitora 83 economie responsabili di circa il 94% del prodotto interno lordo mondiale, delinea una dinamica a due velocità. Emerge il consolidamento di aree geografiche capaci di adattare i propri meccanismi fiscali e monetari alle incertezze internazionali.

Tra i Paesi che registrano un miglioramento vi è anche l’Italia, che ha raggiunto il rating A1, posizionandosi poco distante dal vertice della scala di valutazione.

Contrariamente, economie di riferimento come Stati Uniti e Francia hanno subito un declassamento causato dal deterioramento del loro quadro fiscale.

Il quadro dell’Italia nel 2026: migliora la resilienza, persistono le sfide strutturali

L’economia nazionale ha ottenuto un miglioramento del rating sovrano a A1, consolidando la propria posizione a ridosso dei livelli massimi di affidabilità creditizia.

Il risultato riflette una fase di stabilizzazione finanziaria supportata da proiezioni di crescita del prodotto interno lordo pari allo 0,8% per l’anno corrente e all’1,0% per il 2027.

La dinamica inflattiva, prevista in calo intorno all’1,5%, contribuisce a un quadro macroeconomico meno volatile, mentre il deficit pubblico si muove verso la soglia del 3%.

Malgrado uno stock del debito pubblico ancora elevato, stimato in prossimità del 135% del Pil, la traiettoria di stabilizzazione e il miglioramento della disciplina fiscale hanno favorito una sensibile contrazione degli spread sovrani.

L’analisi suggerisce che la percezione della fragilità sistemica sia oggi più contenuta rispetto ai cicli di crisi passati. Tra i fattori di forza del nostro Paese individuati nel rapporto vi è l’alto tasso di occupazione e la dinamica dell’inflazione, in notevole miglioramento rispetto ad altri Paesi.

Permangono criticità che limitano il potenziale di sviluppo nel lungo periodo, tra cui la stagnazione della produttività, l’impatto del declino demografico e una marcata dipendenza dalle importazioni energetiche.

La stabilità del numero di insolvenze aziendali, in controtendenza rispetto all’aumento dei default previsto a livello internazionale — stimato in crescita del 24% entro il 2026 — conferma la solidità del tessuto imprenditoriale nazionale.

Il sistema produttivo beneficia di un ambiente di business favorevole e di una stabilità politica che, sommate alla riduzione del rischio di trasferimento e convertibilità, rendono il mercato italiano meno esposto a shock improvvisi.

La geografie del rischio: chi sale e chi scende

L’analisi geografica delle valutazioni evidenzia uno spostamento degli equilibri di stabilità verso i mercati emergenti e alcune economie europee selezionate.

Trentasei nazioni hanno registrato un avanzamento nel rating, tra cui Spagna, Ungheria, Vietnam e Argentina, beneficiando di condizioni di finanziamento più favorevoli e di un apprezzamento delle valute locali che ha permesso di allentare le restrizioni sui trasferimenti e sulla convertibilità.

Di contro, la flessione ha interessato quattordici Paesi, includendo economie di primo piano come Stati Uniti, Francia e Belgio.

Il declassamento di questi mercati maturi riflette un deterioramento strutturale delle politiche fiscali e l’accumulo di vulnerabilità macroeconomiche che pesano complessivamente per circa un terzo del Pil globale.

Il dinamismo di nazioni come la Turchia e l’Ecuador dimostra come il miglioramento dei fondamentali e l’incremento dei prezzi delle materie prime abbiano giocato un ruolo determinante nel mitigare il rischio politico.

Le nazioni avanzate colpite dai downgrade affrontano invece la sfida di bilanci pubblici tesi e una crescita che fatica a stabilizzarsi, segnando una divergenza netta rispetto alle traiettorie di ripresa osservate altrove.

Le fragilità delle economie avanzate e i rischi per le imprese

Sotto la superficie della stabilità apparente, il Country Risk Atlas rivela fragilità sistemiche che permangono nonostante i numerosi miglioramenti dei rating sovrani.

Un indicatore critico è rappresentato dalle insolvenze aziendali, la cui frequenza a livello globale è stimata in crescita fino a superare del 24% la media registrata nel periodo pre-pandemico entro il 2026.

La pressione sui margini operativi è accentuata da costi di finanziamento elevati e da una frammentazione del commercio internazionale che impone alle imprese strategie di diversificazione delle catene di approvvigionamento spesso onerose.

Le divergenze fiscali si confermano come un fattore di rischio primario, specialmente in nazioni ad alto reddito come Francia, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti, dove deficit pubblici persistenti contribuiscono a elevare i premi al rischio e la volatilità dei mercati obbligazionari.

L’incertezza normativa, alimentata da nuove barriere commerciali e regimi sanzionatori più stringenti, ostacola la pianificazione degli investimenti a lungo termine.

Anche in aree caratterizzate da valutazioni positive, le organizzazioni produttive devono confrontarsi con la necessità di una gestione del rischio granulare, capace di monitorare l’esposizione verso fornitori e mercati esteri soggetti a shock geopolitici improvvisi.

La complessità della situazione attuale suggerisce che il miglioramento dei fondamentali macroeconomici non annulli rischi operativi rilevanti, derivanti da una transizione verso modelli di fornitura più frammentati e da una stabilità geopolitica ancora precaria.

L’incremento del protezionismo e la ridefinizione delle rotte commerciali globali aggiungono ulteriori livelli di criticità, richiedendo un monitoraggio costante che integri i 17 indicatori di breve termine e i 18 di medio termine necessari per definire l’affidabilità di un mercato.

L’ambiente di business rimane condizionato da fattori di sostenibilità e rischi politici che influenzano le dinamiche di mancato pagamento, rendendo indispensabile un approccio analitico che superi la semplice lettura dei dati aggregati.

Country Risk Atlas: le previsioni per il prossimo biennio

L’orizzonte del prossimo biennio delinea una fase di assestamento per il commercio mondiale, periodo in cui la capacità di analisi granulare del rischio diventa un fattore competitivo essenziale per le imprese.

Il rating di medio termine a livello globale rimane orientato alla stabilità, ma le oscillazioni dei parametri di breve periodo suggeriscono la necessità di monitorare con attenzione le traiettorie fiscali delle nazioni ad alto reddito, dove l’accumulo di debito pubblico potrebbe generare nuova volatilità sui mercati finanziari.

Le aziende operano oggi in un quadro di accresciuta affidabilità creditizia, sebbene le stime di sviluppo moderato per l’Italia — con una progressione del Pil prevista allo 0,8% per l’anno in corso e all’1,0% per il 2027 — richiedano strategie mirate per incrementare la produttività e ridurre le vulnerabilità strutturali ancora presenti.

“L’economia globale attraversa uno dei periodi più turbolenti degli ultimi decenni, con una convergenza di shock e trasformazioni strutturali quali AI, demografia, climate change, commercio e regolamentazione. L’incertezza rimane elevata e le imprese devono adottare un approccio selettivo, country-by-country, per espandere il business salvaguardando le proprie risorse”, commenta Aylin Somersan Coqui, CEO di Allianz Trade.

L’approccio alla gestione del rischio deve quindi evolvere, integrando indicatori di sostenibilità e stabilità politica per prevenire i ritardi nei pagamenti in un ambiente operativo sempre più complesso e interconnesso.

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