ECONOMIE IN VIA DI SVILUPPO

I Nobel Acemoglu e Johnson: ‘I Paesi emergenti possono recuperare puntando su tecnologia, istruzione e management’



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Il nuovo studio dei premi Nobel Daron Acemoglu e Simon Johnson e del collega Ufuk Akcigit analizza il ruolo centrale della tecnologia nelle economie dei Paesi in via di sviluppo. Adottare tecnologie già disponibili e appropriate al contesto, senza doverle sviluppare ex novo, è un vantaggio importante, a condizione che istituzioni, credito e capitale umano siano in grado di stimolare e “assorbire” questo potenziale.

Pubblicato il 26 gen 2026



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Immagine di Rawpixel.com da Shutterstock



Nelle economie in via di sviluppo si pensa troppo poco alla tecnologia. Eppure non c’è sviluppo senza capacità produttiva, e non c’è capacità produttiva senza tecnologia. A scriverlo sono i premi Nobel Daron Acemoglu e Simon Johnson (MIT) e il collega Ufuk Akcigit dell’Università di Chicago in un recente studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research intitolato “Technology and economic development”.

Nonostante l’innovazione sia riconosciuta come il motore principale della crescita nei Paesi industrializzati, nel campo dell’economia dello sviluppo questo fattore viene spesso messo in secondo piano. A testimoniarlo sono i numeri: su un campione di 4.716 articoli accademici pubblicati nel settore dello sviluppo economico dal 2000 a oggi, rilevano gli autori, meno del 13% contiene parole chiave legate alla tecnologia. Il 37% si concentra sull’istruzione e il 25% su credito e finanza.

Una sproporzione che si riflette anche nelle politiche di sostegno internazionali. Gli impegni finanziari della Banca Mondiale dal 2001 al 2025 mostrano che solo 53,2 miliardi di dollari sono stati destinati direttamente al miglioramento tecnologico, a fronte di oltre 1.000 miliardi investiti per l’ambiente e 800 miliardi per le istituzioni. Tuttavia l’innovazione non può essere considerata un comparto isolato, poiché la sua adozione dipende strettamente dalla capacità di un sistema di assorbire nuove idee e dalla solidità del suo apparato burocratico e legale.

Tecnologia, istruzione e management

Il framework teorico proposto dagli autori parte dall’idea che le economie che si trovano indietro rispetto alla frontiera tecnologica mondiale possiedano un vantaggio intrinseco: la possibilità di crescere più rapidamente adottando tecniche già collaudate altrove, senza dover affrontare i rischi e i costi della ricerca pura.

Il successo di questo processo di inseguimento non è però automatico e dipende da quella che lo studio definisce “capacità di assorbimento”. Si tratta dell’abilità delle imprese locali di decodificare, implementare e mettere a valore la conoscenza prodotta alla frontiera tecnologica. Questa capacità è determinata in primis dalla qualità del sistema educativo, con particolare riferimento all’istruzione universitaria e alla formazione tecnica specialistica, che permettono ai lavoratori di gestire processi produttivi complessi.

Inoltre l’efficacia dell’adozione tecnologica è legata a doppio filo alle pratiche manageriali. Citando i lavori di Bloom e Van Reenen, gli autori spiegano che il monitoraggio costante delle prestazioni, la definizione di obiettivi chiari e l’adozione di sistemi di incentivi sono fattori che distinguono le imprese capaci di scalare le innovazioni da quelle che rimangono stagnanti: senza una gestione organizzativa moderna anche i macchinari più avanzati non riescono a tradursi in guadagni di produttività.

Il modello sottolinea anche il ruolo dei mercati del credito: laddove esistono forti attriti finanziari, le imprese subiscono un costo del capitale più alto che crea un vero e proprio cuneo tra il rendimento della tecnologia e la fattibilità dell’investimento. Questi ostacoli condannano molti Paesi a posizionarsi in modo permanente a una distanza elevata dalla frontiera, mantenendo redditi pro capite molto bassi nonostante il potenziale di crescita teorico.

Il nodo delle tecnologie “inappropriate”

I dati attuali sull’indice di tecnologia avanzata nelle esportazioni confermano che i Paesi meno sviluppati continuano a soffrire di un ritardo cronico nell’implementazione delle migliori pratiche produttive. Questo divario non dipende solo dalla disponibilità fisica di macchinari o software, ma da quello che i ricercatori definiscono un problema di “tecnologia inappropriata”. In sostanza, gran parte dell’innovazione mondiale viene generata in Paesi ad alto reddito, dove il capitale è abbondante e la manodopera qualificata è costosa. Di conseguenza le tecnologie di frontiera sono progettate per risparmiare sul lavoro specializzato e massimizzare l’efficienza di grandi investimenti finanziari.

Quando queste soluzioni vengono trasferite in economie dove la struttura dei costi è opposta – con abbondanza di manodopera non qualificata e scarsità di capitali – il risultato è spesso un fallimento o una bassa produttività. Lo studio cita il caso emblematico dell’agricoltura: nuovi semi sviluppati per i climi temperati del Nord del mondo perdono gran parte della loro efficacia se utilizzati in aree tropicali con diversi agenti patogeni e parassiti, arrivando a spiegare fino al 20% delle differenze di produttività agricola tra i Paesi.

Un rischio simile riguarda oggi l’intelligenza artificiale. Se i modelli di IA vengono ottimizzati esclusivamente per le esigenze delle economie avanzate, potrebbero rivelarsi del tutto inadatti ai contesti in via di sviluppo, allargando anziché colmare il gap tecnologico globale. Una tecnologia è efficace solo se si adatta alle dotazioni di fattori del territorio in cui opera; in caso contrario, l’investimento rischia di non generare la crescita attesa.

Le barriere all’adozione e il peso delle istituzioni

Il successo tecnologico di un’impresa in un Paese in via di sviluppo dipende in larga misura dalla protezione dei diritti di proprietà e dalla sicurezza dei profitti. Il modello proposto degli autori indica che laddove esiste un’alta probabilità di espropriazione o una corruzione diffusa, il valore atteso degli investimenti in tecnologia crolla, scoraggiando le imprese dall’intraprendere percorsi di ammodernamento. Inoltre il mercato del credito gioca una funzione essenziale. Molte attività legate all’adozione tecnologica richiedono investimenti iniziali significativi. Un costo del capitale elevato o l’esistenza di barriere all’accesso per le nuove imprese creano un cuneo che deprime la posizione tecnologica relativa dell’intero Paese.

Un altro elemento decisivo sono le distorsioni del mercato. Il dinamismo economico richiede che il lavoro e le risorse si spostino costantemente verso le realtà più produttive e tecnologicamente avanzate. Nei Paesi ad alto reddito le imprese che sopravvivono per oltre 26 anni arrivano a essere dieci volte più grandi rispetto al momento della loro nascita. Al contrario, nelle economie meno sviluppate, le aziende della stessa età sono mediamente grandi solo il doppio rispetto alla fase di ingresso. Questo evidenzia un processo di riallocazione delle risorse estremamente lento. Politiche distorsive che proteggono l’informalità o che tassano eccessivamente le imprese che crescono finiscono per frenare lo sviluppo, impedendo ai soggetti con maggiore capacità di assorbimento tecnologico di scalare e dominare il mercato. In definitiva la crescita di lungo periodo dipende dalla capacità di un sistema di integrare buone leggi, mercati finanziari aperti e un capitale umano in grado di gestire la complessità dei processi industriali moderni.

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