Mark Twain affermava: “Molte più persone di quanto normalmente si pensi temono di dover parlare in pubblico e lo temono quasi più della loro stessa morte”. In realtà con le giuste tecniche riuscire a parlare efficacemente davanti a una platea è possibile ed è una sfida molto stimolante. Del resto le occasioni di parlare in pubblico sono oggi più numerose che in passato e il public speaking è una delle soft skill che può fare la differenza nel mondo del lavoro. Abbiamo chiesto un parere a un esperto in materia, consulente di comunicazione aziendale e politica. Massimiliano Cavallo. I suoi corsi di public speaking sono tra i più seguiti e apprezzati in Italia.

Perché oggi conta saper parlare in pubblico e cosa direbbe a una persona che non ne avverte l’importanza?

Saper parlare in pubblico è davvero una esigenza per tutti, non solo, come si pensa di solito, per i politici.

Basti pensare a quanto sia importante per uno studente universitario rispondere con sicurezza alle domande d’esame del professore. Non è sufficiente la preparazione, spesso l’emozione fa dimenticare le parole e il professore non ha il tempo per capire se lo studente è impreparato o solo emozionato.

Stesso discorso vale per chi deve affrontare un colloquio di lavoro e dimostrare, non solo con il cv, di essere la persona giusta per quel posto di lavoro.

È importante per un architetto che deve presentare un progetto in pubblico, per il dipendente che vuole chiedere l’aumento al capo, per chi affronta spesso riunioni di lavoro con gruppi ristretti.

Sì, perché l’opinione comune è che a frequentare i corsi di public speaking siano i politici o persone che parlano davanti a grandi platee, la maggior parte dei miei corsisti sono invece professionisti, imprenditori, dirigenti d’azienda, persone che vogliono essere più convincenti quando parlano davanti a piccoli gruppi.

Politici, manager, professionisti, scienziati, professori, studenti, lavoratori di vari livello: cosa accomuna e cosa differenzia il public speaking in ruoli tanto diversi?

Tra un politico e un imprenditore che parla sono più le analogie che le differenze.

Quando parliamo in pubblico vogliamo convincere chi abbiamo di fronte che quello che stiamo dicendo è ok. Punto.

Chi pensa però che basti la qualità del proprio contenuto per avere successo, si sbaglia.

Conta il cosa diciamo, ovvio, ma soprattutto il come. Contano la voce, il ritmo, le pause del nostro discorso.

Quante volte ci è capitato di andare ad ascoltare relatori famosi nei loro ambiti che però dopo pochi minuti ci hanno fatto addormentare? Ed è un peccato, perché magari hanno cose interessanti da dire ma in pochi li ascoltano. Ecco perché è importante imparare delle tecniche per comunicare meglio.

Con la recente riforma della scuola l’Italia diventa il primo Paese al mondo a far entrare ufficialmente il public speaking come materia di studio. Cosa ne pensa?

È davvero una bella novità per la scuola italiana, visto che fino a ieri non si insegnava public speaking neanche all’università come accade negli Usa.

E magari ci ritroviamo avvocati, per far un esempio, che non sanno parlare in udienza.

Sono però un pò scettico e spiego perché.

Il problema della scuola italiana è che spesso, fin dalle elementari, incoraggia quelli bravi e lascia indietro i meno bravi.

Molti miei corsisti, da ragazzini, leggevano ad alta voce davanti alla classe, si bloccavano per timidezza in qualche punto e subivano le grida del maestro perché non sapevano leggere. Per molti i blocchi emotivi partono da là e sono ancora presenti.

Ecco perché mi auguro che questa iniziativa, assolutamente lodevole, non premi solo i migliori, ma incoraggi chi ha difficoltà di comunicazione.

In aula ho spesso dei sedicenni e per me è una soddisfazione doppia. Faccio sempre i complimenti ai genitori per aver investito in comunicazione, perché spesso è messa in secondo piano. È importante, ad esempio, investire in un corso di inglese, ma saper parlare in pubblico non è da meno. E la cosa bella è vedere questi ragazzi che si mettono in gioco in un’aula in cui incontrano imprenditori, professionisti, politici famosi.

Come si domina l’ansia che in misura variabile colpisce la maggior parte di coloro che devono parlare in pubblico?

Massimiliano Cavallo, consulente di comunicazione esperto e docente di Public Speaking

La paura di parlare in pubblico è un problema che affligge molte persone. A molti crea problemi di carriera, si rinuncia ad opportunità di crescita per la paura di doversi esporre e parlare in pubblico.

E non parlo solo della paura classica, per intenderci quella sensazione che ti prende prima di parlare e che si manifesta con tachicardia, rossore, affanno e voce che si strozza.

Perché rientra tra le paure anche quella di non ricordare le parole, di avere una voce monocorde, di parlare troppo velocemente o troppo lentamente. Non dimentichiamo poi la paura del pregiudizio: cosa pensano gli altri di noi mentre parliamo?

Come affrontarla?

Sicuramente non funzionano le tecniche motivazionali alla “ci devi credere”, tanto per capirci. Credere in se stessi non basta. E neanche serve immaginare il pubblico nudo, come pare facesse Churchill.

Un ruolo improntate lo gioca il nostro linguaggio del corpo perché influenza la nostra mente e la nostra sicurezza.

Mi spiego meglio: il timido o impacciato davanti a una platea, ha solitamente lo sguardo basso o rivolto nel vuoto, la voce bassa e una postura chiusa.

Il suggerimento immediato è quello di alzare il volume di voce rispetto al solito, guardare le persone negli occhi e avere una postura aperta e solida.

Detta così, nelle poche righe di una intervista, mi rendo conto che può sembrare un consiglio semplicistico.

Ma quando ci esercitiamo, quello che accade è un cambiamento straordinario: perché il mio cervello sente una voce diversa dal solito, il guardare le persone negli occhi trasmette sicurezza al pubblico e a me stesso e lo stesso vale per una postura solida. Il cervello segue i segnali del linguaggio del corpo e aumenta la mia sicurezza.

Come si mantiene viva l’attenzione del pubblico?

Uno dei più grandi nemici dell’oratore è la distrazione del pubblico ed è rappresentata principalmente dallo smartphone. Quando ascoltiamo qualcuno parlare, se non ci colpisce sin dai primi secondi, ci distraiamo, cominciamo a navigare su Facebook, rispondere ai messaggi di Whatsapp e sarà difficile recuperare la nostra attenzione.

Molti oratori, quando preparano i loro discorsi, si concentrano sulla parte finale, perché è quella che ci farà ottenere l’applauso. Ma se il pubblico non ti ascolta, difficilmente sarà colpito dal tuo finale.

La parte iniziale, invece, è la più importante. Perché il pubblico è là per ascoltarti ma la sua attenzione è molto leggera, puoi perderla in pochi secondi e per sempre.

Per questo devi evitare di iniziare come iniziano tutti (con cose tipo “buongiorno e benvenuti, mi presento”, “ringrazio Tizio per avermi invitato”, “Sono molto contento di essere qui…”) e devi fare in modo che la parte iniziale del tuo discorso incuriosisca, che faccia capire che hai cose interessanti da dire e con modalità differenti.

Uso della voce e comunicazione non verbale: qualche consiglio?

Voce e linguaggio del corpo, collegandomi alla domanda precedente, hanno un grande ruolo nel tenere viva l’attenzione. Bisogna variare il volume della voce e il tono adattandolo al discorso, e variare il ritmo. Bisogna insomma evitare di parlare con voce monocorde e troppo velocemente (o lentamente).

Di grande importanza sono le pause.

I grandi leader fanno pause lunghe (ovviamente se il testo le consente) perché dimostrano di “meritare” lo spazio che hanno e non temono i silenzi. Le pause permettono inoltre a chi ascolta di comprendere meglio quanto detto.

Il linguaggio del corpo è una parte delle mie lezioni ma dico sempre che non si può insegnare. Perché il rischio è di muovere le mani in un certo modo rischiando di sembrare finti, artefatti. E al pubblico non piace ascoltare qualcuno che tenta di manipolarci e recita.

Diceva Quintiliano “La gestualità non va appresa ma sopratutto praticata in modo spontaneo”.

Uno degli aspetti più sottovalutati è lo sguardo: molti quando parlano in pubblico guardano nel vuoto o cercano in platea lo sguardo di conforto di un amico.

Lo sguardo è invece un’arma potente e guardare tutte le persone negli occhi permette di coinvolgerle di più e trasmettere meglio il proprio messaggio. Ed è possibile far percepire il proprio sguardo anche a una platea di mille persone.

Tra i personaggi pubblici ci può fare qualche esempio di comunicatori che interpretano il public speaking al massimo livello? Possiamo “rubare” da loro qualcosa?

Sicuramente i primi che mi vengono in mente sono Obama e Steve Jobs. Davvero due grandi comunicatori. Se ascoltiamo i loro discorsi hanno un uso sapiente delle pause e del ritmo del loro discorso.

I discorsi di Jobs sono materiale di studio interessantissimo e anche se il suo discorso “Stay hungry stay foolish” all’università di Stanford è tra i più famosi di sempre,  consiglio di guadare soprattutto la presentazione del primo iPhone e del Macbook air.

I grandi leader sanno suscitare curiosità in quello che dicono, sanno raccontare delle storie e coinvolgerci. Quando li ascoltiamo siamo attenti e in attesa del nuovo colpo di scena, proprio come in una storia o in un film.

E anche se può sembrare poco ortodosso e poco bravo “tecnicamente”, sicuramente Trump è oggi da seguire. Perché nella sua campagna elettorale esprimeva il suo posizionamento politico con il suo corpo durante i comizi e i dibattiti. Era la personalizzazione della rabbia e di quel “Make America Great Again!” che poi lo hanno fatto vincere.

Nel nostro portale ci occupiamo di innovazione tecnologica e di industria. Considera il public speaking un fattore di crescita per le nuove competenze di cui ha bisogno il nostro sistema produttivo?

Assolutamente si. Oggi le aziende sono sempre più presenti sui social e non basta raccontarsi con qualche post o foto. I video sono diventati sempre più importanti.

Grazie a internet oggi possiamo seguire lezioni e corsi comodamente da casa. E anche lì bisogna avere competenze specifiche.

Ma sbaglia chi pensa che internet abbia ridotto gli spazi di comunicazione dal vivo: negli ultimi tempi sono stati molto rivalutati i discorsi in pubblico. Penso agli eventi informali di presentazione di aziende, ai Ted, agli elevator pitch nel mondo delle startup.

Armando Martin

Ingegnere elettronico e giornalista pubblicista, si occupa da anni di tecnologie industriali e sistemi di gestione come consulente industriale e direzionale. La sua attività professionale si è distinta per un approccio globale e flessibile ai temi dell’automazione, coniugando aspetti tecnici, scientifici, commerciali e di prodotto. Nel 2016 ha fondato, insieme a Franco Canna, il portale Innovation Post. E’ autore dei libri “Dizionario di Automazione e Informatica Industriale” (2006), “Comunicazione Industriale” (2010), “Misure per l’Automazione” (2012), “Strumentazione e Tecnologie di Misura” (2015), “Il Dizionario dell’Automazione – Le parole dell’innovazione (2016)”, “Industria 4.0, sfide e opportunità per il Made In Italy” (2018).

2 thoughts on “L’importanza del public speaking (i consigli dell’esperto)

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  • Parlare in pubblico non è una cosa facile, ma allo stesso tempo lo è.
    E’ quasi un paradosso. Tutto dipende da noi, se riusciamo a fare un bel lavoro gli unici responsabili siamo noi, perchè gli altri sono solo fermi, in attesa di ascoltarci.
    Avere dei consigli, delle regole da rispettare, può essere molto utile. Se ci concentriamo su cose razionali smettiamo di pensare all’ansia di dover parlare. Penso che questo articolo sia molto utile, sarebbe bello approfondire.

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