Con l’impetuoso sviluppo della ‘rivoluzione digitale‘, la differenza, tra diversi Paesi, economie, aziende, individui, si farà sempre più con le competenze tecnologiche. Il Digital divide e la mancanza di conoscenze adeguate è e sarà ancora di più un grosso ostacolo per le aziende che non trovano ciò di cui hanno bisogno.

E l’Italia, nonostante quanto di positivo si stia facendo in ambito, ad esempio, di Industria 4.0 e Agenda Digitale, ha ancora un forte ‘divario Hi-tech’ da rincorrere e da colmare rispetto ai principali Paesi con cui si confronta ogni giorno.

L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel suo ‘Skills Outlook 2019‘ traccia il quadro della situazione all’interno dei 35 Paesi membri, tra innovazione, automazione, ed effetti nella vita e nel lavoro delle persone. E i numeri come sempre sono la descrizione più efficace: la metà dei lavoratori (50%), all’interno dei 35 Paesi Ocse, saranno coinvolti e avranno un impatto, più o meno rilevante, dagli effetti della digitalizzazione. Per uno su tre di questi (32%) l’impatto sarà ‘disruptive’, dirompente, con cambiamenti importanti nella quantità e qualità del proprio lavoro.

In più, il 54% dei lavoratori (sempre all’interno dei Paesi Ocse) non hanno le competenze necessarie per interpretare in maniera adeguata i cambiamenti digitali in atto, e il 30% rischiano di rimanere indietro in maniera preoccupante. Per questo, sempre in media un 54% dei lavoratori ha bisogno di formazione (da 1 a 3 anni) per evitare i rischi dell’automazione del lavoro.

“La digitalizzazione sta trasformando il ‘come’, il ‘quando’ e il ‘dove’ del lavoro di moltissime persone, la Digital transformation tocca tutti gli ambiti di vita e di lavoro, quindi in tutti questi ambiti ci si deve muovere per tempo e in maniera adeguata”, rimarca Montserrat Gomendio, responsabile del Centro per le competenze dell’Ocse, presentando lo ‘Skills Outlook 2019’, quarta edizione del rapporto, dalla sede parigina dell’organizzazione internazionale.

La sede parigina dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico

E Gomendio sottolinea: “per cogliere veramente e al meglio i benefici della rivoluzione digitale, questi benefici devono essere estesi a tutti, al maggiore numero possibile di aziende, lavoratori e cittadini. Servono quindi politiche pubbliche adeguate, dobbiamo re-inventare, ri-definire, il modo di imparare e di aggiornarci, e dobbiamo lavorare insieme per farlo. Servono nuove strategie per creare e sviluppare il lavoro del futuro, anche combinando risorse e opportunità pubbliche e private, istituzionali e aziendali. Bisogna utilizzare le tecnologie di più, ma anche meglio”.

Chi è più qualificato avrà più benefici

Il Digital divide tra Paesi, ma anche tra individui e lavoratori, rischia di allargarsi e aumentare progressivamente anche perché i lavoratori più istruiti e qualificati avranno più benefici dalla digitalizzazione, mentre quelli meno qualificati ne subiranno di più i rischi e le conseguenze negative. Ma, allo stesso tempo, “un alto livello di istruzione non sempre garantisce un alto livello di competenze digitali”, fa notare il responsabile del Centro per le competenze dell’Ocse, e “ovviamente i Paesi più ricchi e gli individui più ricchi sono avvantaggiati nell’ambito dell’istruzione e della formazione”.

Le sfide che pone la Digital transformation riguardano tutti, e coinvolgono enormi quantità di aziende e masse di persone in tutto il mondo: per cavalcare e non subire il cambiamento, è centrale la questione e le politiche per istruzione e formazione, in pratica le capacità e competenze umane, che vanno di pari passo con il tema e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, tra cui le nuove reti di connessione 5G, l’Internet of Things, nuove applicazioni e Intelligenza artificiale.

I lavoratori dovranno essere più ‘mobili’

Con lo sviluppo delle tecnologie digitali e mobili, inoltre, i lavoratori devono diventare ed essere più ‘mobili’, rispetto al lavoro e alle abitudini del passato, e la formazione deve aiutarli anche a essere più mobili, nelle loro attività e capacità operative.

Secondo il rapporto dell’Ocse, i lavoratori che più di altri dovranno aumentare, e in fretta, le proprie attività e competenze ‘mobili’, sono ad esempio quelli che si occupano di vendite e servizi (sempre più digitalizzati), ma anche professionisti e artigiani, gli agricoltori e tutti coloro che lavorano all’esterno e sul territorio. E in ambito di Digital divide, il responsabile del Centro per le competenze dell’Ocse sottolinea anche un “Gender Divide”, un divario di genere, “per esempio, le grandi aziende di software e tecnologie innovative sono composte in gran parte da uomini”.

I ritardi e le incognite dell’Italia

Lo Skills Outlook dell’Ocse valuta poi, più nello specifico, in che misura l’Italia e altri Paesi membri sono in grado di sfruttare al meglio la digitalizzazione. Le performance dei singoli Paesi sono misurate su 3 fattori principali: competenze Digitali; contatto ed esposizione al Digitale; competenze collegate alle politiche di istruzione e formazione.

Il quadro di valutazione mostra che la popolazione italiana non possiede le competenze di base necessarie per prosperare in un mondo digitale, sia come individui che come lavoratori. Solo il 36% degli individui in Italia, il livello più basso tra i Paesi Ocse con dati comparabili disponibili, può fare un uso complesso e diversificato di Internet, mentre la media Ocse è del 58% e al primo posto c’è la Norvegia (80%).

I lavoratori italiani utilizzano le tecnologie sul lavoro meno intensamente che in molti altri Paesi Ocse, e il 14% dei lavoratori ad alto rischio di automazione avrà bisogno di un adeguato livello e sforzo di formazione (fino a 1 anno) per passare a lavori più sicuri con basso o medio rischio di automazione (contro l’11% della media Ocse). Un ulteriore 4% avrà invece bisogno di importanti sforzi di formazione (fino a 3 anni) per sfuggire al rischio dell’automazione. In questo contesto, solo il 30% dei lavoratori italiani ha ricevuto un’attività di formazione negli ultimi 12 mesi, contro una media Ocse del 42%.

“In più, i lavoratori più esposti al rischio di automazione e i lavoratori poco qualificati hanno meno probabilità di partecipare ad attività di formazione rispetto ai lavoratori a basso rischio di automazione e ai lavoratori altamente qualificati”, sottolinea il rapporto sulle competenze tecnologiche.

Come diceva Darwin, adattarsi è fondamentale

“Le persone con un’ampia gamma di competenze hanno maggiori probabilità di adattarsi se la digitalizzazione trasforma il contenuto del loro lavoro o le attività quotidiane”, fa notare lo Skills Outlook 2019, ma in questo ambito l’Italia è terzultima, seguita solo da Cile e Turchia. Ai primi tre posti, nell’ordine, Giappone, Olanda e Finlandia.

Un buon livello di competenze permette poi alle persone di sfruttare tutti i vantaggi dell’uso di Internet. In Italia, tuttavia, solo il 21% degli individui di età compresa tra i 16 e i 65 anni possiede un buon livello di alfabetizzazione e capacità di calcolo: si tratta del terzo peggior risultato tra i Paesi per i quali sono disponibili informazioni.

Mentre in diversi Paesi gli insegnanti utilizzano le tecnologie con la stessa intensità di altri lavoratori con istruzione superiore, in Italia gli insegnanti utilizzano la tecnologia ben al di sotto di altri lavoratori altamente qualificati. Inoltre, 3 insegnanti su 4 sostengono di aver bisogno di ulteriore formazione nelle Ict per l’insegnamento: gli insegnanti che hanno bisogno di formazione Ict in Italia sono il 75%, e il Belpaese sta quasi in fondo a questa graduatoria, dove si trova il Giappone (con l’80% sul totale degli insegnanti). In questo ambito la media Ocse è del 58%, mentre il Paese più evoluto è la Gran Bretagna (con il 33%).

Un ‘pacchetto’ pieno di competenze e formazione

“Consentendo alle persone di acquisire l’ampia gamma di competenze necessarie, i Paesi possono garantire che l’attuale rivoluzione tecnologica migliori la vita di tutti”, sottolinea ancora lo Skills Outlook 2019, ma “la promessa della digitalizzazione nasconde una minaccia, che potrebbe ampliare le disuguaglianze esistenti e crearne di nuove”, se non si interviene per tempo con misure e politiche adeguate. Che coinvolgano dalla scuola dell’obbligo alle Università, dagli Istituti tecnici professionali alle aziende e realtà economiche sul territorio.

“Per raggiungere questi obiettivi e sfruttare al meglio la digitalizzazione, è fondamentale che i Paesi attuino un pacchetto completo che coordini le politiche in materia di istruzione, mercato del lavoro, fiscalità, sistema abitativo, protezione sociale, ricerca e innovazione”, auspicano gli analisti dell’Ocse, e “le politiche in materia di competenze e formazione devono costituire la pietra miliare di questo pacchetto e sono essenziali per garantire che la trasformazione digitale contribuisca ad una crescita inclusiva. In un mondo in rapida digitalizzazione, le competenze fanno la differenza tra restare davanti e rimanere indietro”.

Per ora con poche certezze: con il progressivo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico, la nuova ondata di cambiamenti sembra destinata a protrarsi per decenni.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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