Rapporto Svimez: in un’Italia che cresce poco profonda crisi per il Mezzogiorno

In un’Italia che cresce poco o niente, si riapre il divario territoriale ed economico tra Nord e Sud. E per il Mezzogiorno il rischio sempre più concreto è lo spettro della recessione. È l’analisi che emerge dalle anticipazioni sul Rapporto Svimez 2019 su ‘L’economia e la società del Mezzogiorno’.

L’analisi parte dai numeri del 2018, che hanno visto una crescita del Sud di appena lo 0,6%, per poi prevedere un 2019 in territorio negativo (-0,3%) e una debole ripresa nel 2020 (+0,4), il tutto facendo peggio della media nazionale.

Nel 2018 si allarga la forbice territoriale

Dopo un triennio 2015-2017 di pur debole ripresa nel Sud Italia, nel 2018 si riallarga la forbice con il Centro-Nord: tengono solo gli investimenti in costruzioni, crollano quelli in macchinari e attrezzature. Prosegue il declino dei consumi della P.A. e degli investimenti pubblici, e al Mezzogiorno mancano quasi 3 milioni di posti di lavoro per colmare il Gap occupazionale col Centro-Nord.


Nel 2018 il Sud ha fatto registrare una crescita del Pil di appena il +0,6%, rispetto al +1% del 2017. Il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2%, contro il +0,7% del resto del Paese).

Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre-crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -9%. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie (con i consumi alimentari che calano dello 0,5%), ma soprattutto è mancato l’apporto del settore pubblico. La spesa per consumi finali delle Amministrazioni Pubbliche ha segnato un ulteriore -0,6% nel 2018, proseguendo un processo di decrescita che, cumulato nel decennio 2008-2018 risulta pari a -8,6%, mentre nel Centro-Nord la crescita registrata è dell’1,4%.


Tengono gli investimenti, ma solo in alcuni settori

Gli investimenti rimangono la componente più dinamica della domanda interna nel Mezzogiorno (+3,1% nel 2018 al Sud, a fronte del + 3,5% del Centro-Nord). La sostanziale tenuta degli investimenti meridionali nel 2018 rivela una dinamica molto differenziata tra i settori. Sono cresciuti gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati, con un forte rallentamento rispetto all’anno precedente, quelli delle imprese in macchinari e attrezzature (+0,1%, contro il +4,8% del Centro-Nord).

Un dato preoccupante, perché sono soprattutto gli investimenti in macchinari e attrezzature (nonostante la ripresa dell’ultimo triennio, sono ancora del -27,6% al di sotto dei livelli del 2008, contro il +4,9% del Centro-Nord), a indicare la volontà di investire delle imprese, segnalando un sensibile peggioramento del clima di fiducia degli operatori economici. A pesare è anche l’indebolimento delle politiche industriali, che hanno riguardato super e iper ammortamenti e credito di imposta per Ricerca e sviluppo.

Nel 2018, stima la Svimez, sono stati investiti in opere pubbliche nel Mezzogiorno 102 euro pro capite rispetto a 278 nel Centro-Nord (nel 1970 erano rispettivamente 677 euro e 452 euro pro capite).

Il divario aumenta anche nell’occupazione

Anche la dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%).

La Svimez stima che il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord (calcolato moltiplicando la differenza tra i tassi di occupazione specifici delle due ripartizioni per la popolazione meridionale) nel 2018 è stato pari a 2 milione 918 mila persone, al netto delle forze armate. È interessante notare che la metà di questi riguardano lavoratori altamente qualificati e con capacità cognitive elevate. I settori nei quali vi sono i maggiori gap sono i servizi (1 milione e 822 mila unità, -13,5%), l’industria in senso stretto (1 milione e 209 mila lavoratori, -8,9%) e sanità, servizi alle famiglie e altri servizi (che complessivamente presentano un gap di circa mezzo milione di unità).

Disomogeneità tra le regioni del Sud

Il quadriennio 2015-2018, pur confermando che la ripresina degli anni scorsi ha riguardato quasi tutte le regioni italiane, mostra andamenti alquanto differenziati a livello territoriale. Il grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale, è estremamente elevato nel Sud. Nel 2018, Abruzzo, Puglia e Sardegna sono le regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +1,7%%, +1,3% e +1,2%.

In Campania, nel 2018, c’è la crescita zero del PIL, determinata da un rallentamento dell’industria che aveva trainato la regione negli anni scorsi e soprattutto da quello negativo dei servizi. Ciò dopo che nel 2017 il prodotto lordo aveva continuato a crescere dell’1,8%. Nella regione, le costruzioni vanno bene (+4,7%), l’agricoltura si attesta a +1,1%, mentre l’industria in senso stretto realizza un modesto +0,5%. In controtendenza i servizi, che pesano molto sul complesso dell’economia campana, in calo di -0,3%.

Politiche di innovazione per le imprese

La Sicilia fa segnare nel 2018 una crescita del PIL pari a +0,5%, dando segnali di ripresa dopo il -0,3% del 2017. Nell’Isola sono soprattutto l’industria in senso stretto (+5,9%) ma anche le costruzioni (+4,3%) a sostenere la ripresa.

Secondo Svimez, lo spettro della recessione si può evitare, l’allarme delle previsioni rappresenta un’ultima chiamata per le politiche di sviluppo. Il problema meridionale non è la causa del problema italiano, ma nel problema italiano si accentua.

La priorità di un nuovo “Stato strategico e innovatore”, dev’essere orientata all’incremento della dotazione di infrastrutture economiche, ambientali e sociali, a investimenti nel capitale umano e nelle politiche di innovazione per le imprese. La sfida è portare il Sud che resiste a competere sulle catene globali del valore, sfruttando al meglio i suoi vantaggi competitivi, in una strategia nazionale ed europea.

Un 2019 di profonda crisi per il Sud

Secondo il Rapporto Svimez, nel 2019 l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1% e una crescita zero dell’occupazione (considerando nella stima il peso crescente della cassa integrazione). Il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto per il Pil è negativo, con una dinamica recessiva: -0,3%.

Nell’anno successivo, il 2020, Svimez prevede che il Pil meridionale riprenderà a salire segnando però soltanto un +0,4% (anche l’occupazione tornerà a crescere, se pur di poco, con un +0,3%). Migliore l’andamento delle più importanti variabili economiche nel Centro-Nord, con un incremento del prodotto interno lordo pari a +0,9%, ma comunque non in grado di riportare l’Italia su un sentiero di sviluppo robusto (nel 2020, l’aumento del Pil nazionale sarà del +0,8% e dell’occupazione del +0,3%).

Le cause di queste prospettive poco incoraggianti per l’economia italiana vanno ricercate in primo luogo nella decelerazione del commercio mondiale, sottoposto a pressioni crescenti, dall’improvvisa fiammata protezionistica alle forti tensioni in diverse parti del mondo. Nonostante questo peggioramento l’export resta la componente per la quale Svimez prevede una crescita relativamente più sostenuta. E inevitabilmente di ciò ne beneficia soprattutto il Centro-Nord, data la maggiore, e crescente, partecipazione di quest’area ai flussi del commercio mondiale.

Consumi ancora molto deboli

Per quanto riguarda, invece, la domanda interna, nel 2019, si prevede che gli investimenti fissi lordi subiranno una forte decelerazione, influenzati da aspettative al ribasso e da un fisiologico calo dopo l’aumento indotto dagli incentivi di Industria 4.0, assai significativo nel 2017 (e solo in parte nel 2018).

La spesa per consumi delle famiglie dovrebbe risultare, sia al Centro-Nord che nel Mezzogiorno, poco più che stazionaria. Su questa variabile, che condiziona fortemente la dinamica del Pil meridionale, influisce pesantemente la debolezza della dinamica occupazionale e la persistente debolezza dell’azione riequilibratrice dell’intervento pubblico.

Svimez ha anche calcolato l’impatto negativo sul Pil conseguente a un’eventuale aumento dell’Iva, per effetto della mancata sterilizzazione delle “clausole di salvaguardia”: se pesano per un -0,33% sull’economia nazionale, questa cifra si scompone territorialmente in un -0,30% al Centro-Nord e in un -0,41% al Sud.

L’impatto maggiore al Sud dell’aumento dell’Iva è legato a due ordini di fattori. Il primo è l’effetto regressivo che una manovra sull’Iva determina maggiormente nel Mezzogiorno, dove i redditi sono strutturalmente più bassi e la capacità di spesa reale dei consumatori è minore. Il secondo attiene alla trasferibilità dell’incremento dell’Iva sui prezzi finali, che è maggiore al Sud rispetto al resto del Paese.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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