Robot e persone: ecco perché bisogna superare il pensiero dicotomico

Un frame del film "Tempi moderni"

Le macchine sono nella nostra quotidianità da molti anni, eppure un recondito sentimento luddista in fondo non ha mai lasciato del tutto la nostra società. Mentre la Politica e la Scienza lavorano perché l’idea di un’industria smart sia davvero concretizzabile, a livello sociale restiamo ancorati alla stagnante dicotomia uomo-macchina. Non riusciamo a sganciarci dall’idea che l’impatto dell’innovazione sul lavoro dell’uomo sia troppo negativo o troppo positivo. Un discorso certo in auge nei salotti 4.0, ma non nuovo. La società si interroga da sempre su come il lavoro cambia nel tempo e come questo cambiamento impatta sull’economia e sulla vita delle persone.

Questo ben prima che i robot uscissero dai libri di fantascienza e popolassero le nostre fabbriche o mettessero la nostra canzone preferita mentre cuciniamo a casa. Da quando nel Terziario i nostri antenati hanno afferrato i ciottoli e iniziato a usarli come utensili, o da quando i Sumeri hanno automatizzato i loro processi produttivi introducendo nella quotidianità la ruota, ci sarà stato sicuramente qualcuno certo del fatto che ciò avrebbe portato solo grane. Migliaia di anni dopo, siamo ancora qui a dirci che siamo migliori delle macchine o che le macchine ci porteranno alla miseria. Il problema concettuale sta in questa opposizione: noi o loro. Che noia, insomma.

Il caso di Apple

Serve un pensiero diverso. Una prospettiva nuova, che ci permetta di osservare la situazione da un punto di vista alto. Ambire a un cambiamento culturale radicale è utopistico e superficiale. Da tempo ormai gli esperti propongono modelli basati sulla cooperazione tra uomo e macchina, prodigandosi nel mostrare i benefici di un rapporto basato sulla collaborazione. Eppure, abbiamo ancora paura che la macchina ci rubi ciò che è nostro, abbiamo bisogno di sentirci dire che non sarà mai così e che non siamo sostituibili.

Un esempio interessante che consente di fare una riflessione su questo tema è quello riportato da un articolo recente del sito The Information.

Il pezzo racconta il tentativo di Apple di realizzare delle linee completamente automatizzate per alcuni prodotti. Dopo una visita a un laboratorio della Foxconn in Cina, il CEO di Apple Tim Cook avrebbe deciso infatti di avviare una serie di sperimentazioni (anche un “laboratorio segreto”) per automatizzare la produzione. L’esperimento – si racconta nell’articolo – sarebbe fallito a causa di una serie di problemi tecnici: i robot impiegati sarebbero infatti risultati inadatti per certi compiti specifici, per esempio inserire le piccole viti degli iPhone o spalmare la colla con la dovuta precisione. Inoltre le macchine avevano dimostrato rigidità e avevano provocato problematiche, causando ritardi nell’avvio della produzione dei Macbook 12″ (una situazione che richiama gli improperi che l’eclettico Elon Musk lanciò contro la linea superautomatizzata della Tesla, “too much automation!”). In oltre i robot sarebbero risultati difficili da riprogrammare, ricollocare, costosi e avrebbero richiesto tempi troppo lunghi per il ritorno dell’investimento.

L’articolo del The Information è stato ripreso anche dall’italianissimo Riccardo Luna sul suo blog su Repubblica.it. Che si conclude dicendo: “se devi avvitare una vite piccolissima, dosare la pressione, capire una situazione, se hai bisogno di una intelligenza che non sia artificiale, vinciamo ancora noi. Meglio così”.

Uscire dal pensiero dicotomico

Un tipico esempio, questo, di pensiero dicotomico. Proprio come lo era secoli fa: uomo vs robot, il lavoro fatto a mano migliore di quello che prevede l’intervento delle macchine. Una dimensione che, agli esordi del terzo decennio del ventunesimo secolo, forse sarebbe il caso di superare, in favore di un pensiero più aperto a forme di collaborazione innovative.

Il robot può essere visto come un aiutante, un collega che solleva le persone da compiti troppo gravosi o routinari, permettendo loro di focalizzarsi sul valore aggiunto dell’essere umano. I benefici, dal punto di vista sia imprenditoriale che lavorativo e personale, possono essere sorprendenti. Da una parte, la produzione trae gli ovvi vantaggi dell’automatizzazione dei processi. Dall’altra, gli umani possono davvero avere l’occasione per sperimentare una valorizzazione personale che porti benefici sia all’industria che a se stessi come individui, occupandosi di ciò che piace e in cui si è bravi, perché dei compiti alienanti si occupano le macchine. Allora, forse, non avremo più Charlot alienati e fagocitati da un’innovazione avvertita come nemica.

Nicoletta Pisanu

Giornalista, collabora da anni con testate nazionali e locali. Laureata in Linguaggi dei Media e in Scienze sociali applicate all'Università Cattolica di Milano, è specializzata in cronaca.

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