Patuanelli: “Useremo le risorse per una crescita sostenibile e inclusiva. Per Transizione 4.0 sul piatto 25 miliardi”

Dal testo unico per il sisma bonus e l’ecobonus alle risorse necessarie per il 4.0, che sono state fissate attorno ai 25 miliardi, passando per la riqualificazione green delle imprese e gli investimenti sulla formazione. Il Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, nel corso dell’audizione alla decima commissione del Senato, delinea le politiche industriali del paese nei prossimi anni. Numeri che, giocoforza, partono dalle risorse in arrivo dall’Europa e che ammontano a oltre 700 miliardi dei quali 191 (non 208, ha spiegato il Ministro) sono destinati all’Italia.

Risorse fondamentali per il rilancio del paese che, per essere erogate devono avere alla base progetti seri, concreti e di veloce attuazione. Non bisogna perdere tempo, infatti perché, nonostante lo slittamento dei termini per la richiesta dell’anticipo del 10% al 2021, resta comunque l’impegno a presentarli entro aprile, che è una data molto vicina.

Dal Recovery 191,4 miliardi per l’Italia

In apertura di audizione il Ministro, facendo il punto sui fondi in arrivo dall’Europa, ha innanzitutto chiarito alcuni dei dubbi che erano emersi sulla reale entità delle cifre.

“Tra giugno e luglio sono stati definiti, dal punto di vista economico, i diversi canali con i quali l’Europa garantirà la possibilità agli stati membri di interventi a sostegno delle proprie economie – ha spiegato Patuanelli – e parliamo del cosiddetto Next Generation Eu, che e composto dal Recovery e resilient facility, per un totale di 672,5 miliardi di euro tra prestiti e fondo perduto, e dal React Eu, il meccanismo ponte tra le attuali politiche di coesione e i programmi 2021-2027 con una dotazione di 47,5 miliardi. Parliamo quindi di oltre 700 miliardi complessivi. Questo, ovviamente, va a completare e integrare i programmi europei standard, dallo sviluppo rurale che prevede 7,5 miliardi, agli strumenti finanziari del fondo europeo per gli investimenti strategici. Il Feis, a cui sono destinati 5,6 miliardi, il Just Transition Fund, che contribuisce all’uscita dai combustibili fossili nelle regioni europee e che ha una dotazione di circa 10 miliardi di euro, Invest Eu e Horizon europe, sono programmi che già esistono, che vengono confermati.

Tutti numeri che concorrono a creare quella dotazione finanziaria di cui l’Italia potrà usufruire per rilanciare la propria economia.

“Per l’Italia, per quello che riguarda il Recovery e facility, non comprese le cifre del React Eu – continua Patuanelli – parliamo di 191,4 miliardi di euro, di cui 127,6 di prestiti e 63,7 di sussidi. Non sono quindi 208 perché i 47,5 miliardi del react Eu vanno suddivisi sui diversi stati”. 

I sussidi sono calcolati in due tranche: “Il 70% impegnato tra il 2021 e il 2022, il 30% nel 2023 e un prefinanziamento entro il 2021 pari al 10%. Inizialmente la programmazione degli stati membri doveva avere un percorso più rapido e completarsi entro il 15 settembre e entro il 15 ottobre sarebbe stato necessario la consegna dei progetti per gli stati che volevano l’anticipo del 10%, oggi queste date sono traslate a fine anno ma resta l’impegno ad aprile 2021 per tutti i progetti anche per quei paesi che decidono di non utilizzare l’anticipo”.

Le priorità del Mise: “Crescita e centralità dell’impresa e del lavoro”

E se le priorità del Recovery, Resilience e Facility Eu sono note, cioè quelle di promuovere una crescita sostenibile attraverso una transizione verde e digitale, facilitare la coesione sociale territoriale, migliorare la resilienza e la capacità di aggiustamenti degli stati membri e attenuare l’impatto sociale ed economico della crisi, il Ministero dello Sviluppo economico ha orientato le sue politiche su tre direttrici:

  • Crescita sostenibile e inclusiva perché “è evidente che abbiamo bisogno di crescere, perché serve una sostenibilità che deve essere ambientale, ma anche economica e sociale, che vuol dire mantenimento e avviamento della forza lavoro e dei posti di lavoro e inclusione, e perché la crescita deve riguardare sia la grande azienda che le Pmi, che le partite iva, gli artigiani, i commercianti, tutte le filiere e i settori produttivi del paese”.
  • Centralità dell’impresa, “che crea ricchezza, la distribuisce, da lavoro, consente alle famiglie di crearsi un futuro”.
  • Centralità del lavoro e della formazione, “perché in un momento di grandi transizioni è chiaro che molte persone che oggi hanno un certa occupazione domani ne avranno un’altra, e noi dobbiamo accompagnare questo processo con un grande intensità rispetto alla formazione delle nuove professionalità e delle nuove competenze che saranno necessari per affrontare i nuovi processi produttivi”.

“Abbiamo quindi definito alcuni pilastri della politica industriale – continua Patuanelli – che sono la trasformazione digitale e l’innovazione del sistema produttivo, il rafforzamento della competitività di filiera, la riqualificazione green del sistema produttivo, il finanziamento e il supporto a startup e Pmi, il rilancio di aree in ritardo di sviluppo, un salto che abbiamo definito quantico negli investimenti in capitale umano e nella formazione professionale”.

E, spiega il Ministro, “abbiamo voluto fissare dei target: il primo obiettivo è che il rapporto tra investimenti e Pil deve essere al 25% della media del periodo, gli investimenti complessivi in ricerca e sviluppo al 3% sul Pil, un aumento di 10 punti del tasso di occupazione e in crescita dall’1,5 al 2,5 annuo. Questi sono target misurabili che decliniamo nelle progettualità che sono in corso”.

Per il ministro, quindi, devono esserci poche aree di progetto ad alto impatto e una semplificazione degli strumenti, che devono essere facilmente riconoscibili e utilizzabili dagli imprenditori anche dai micromimprenditori che non hanno una struttura di gestione di impresa che consenta loro di analizzare gli strumenti esistenti.

Altro criterio fondamentale nella definizione dei progetti è che devono essere strumenti con execution certa e rapida perche “dobbiamo far arrivare a terra gli investimenti in tempi certi”. Ogni progettualità deve, quando, avere una struttura molto chiara, fissare gli obiettivi, le risorse, i tempi, e poi definire già i criteri di valutazione dell’impatto per avere gli strumenti per una valutazione in corso di esecuzione della misura.

Innovazione, transizione verde e attrattività, le macro aree per lo sviluppo

Il ministero, quindi, ha evidenziato tre macro aree, basate sulle linee guida europee, che sono state definite in bozza dall’Unione:

La prima area è il supporto all’innovazione e alla trasformazione digitale, all’interno della quale sono stati individuati tre sotto temi di riferimento. Qui ricade il tema industria 4.0, “perché il rafforzamento di quello strumento che già le imprese conoscono è fondamentale per il nostro sviluppo economico”.

La seconda macroarea è la transizione verde, con sei linee di progetto che sono la riqualificazione energetica e sismica degli edifici, la conferma del superbonus con un testo unico che sia facilmente intellegibile dagli operatori, un piano energia, clima e decarbonizzazione, la strategia per l’idrogeno, smart mobility e automotive, economia circolare per le imprese e il piano nazionale di rilancio dell’industria siderurgica sostenibile.

L’ultima macroarea, invece, è attrattivitá e rafforzamento del sistema produttivoperché si parla spesso di capacità del nostro paese di attrarre investimenti, di Made in Italy e di filiere: sono tutti investimenti che devono essere rafforzati attraendo investimenti dall’estero attraverso il Piano per l’export del Ministero degli affari esteri e la tutela del marchio Made in Italy, l’accesso al credito e la liquidità per le imprese”. E poi semplificazione e sviluppo impresa, “perché deve essere facile costituire un’impresa e portarla avanti, e rafforzamento di filiere importanti come quella dell’aerospazio, della difesa, la sicurezza, con il tema della cybersecurity, che è  centrale vista la direzione di digitalizzazione verso la quale vogliamo portare il paese”.

Transizione 4.0 si rafforza: “Servono circa 25 miliardi”

Tra i tanti temi affrontati il ministro si è soffermato, con un focus, sul tema della transizione 4.0.

“È necessario passare dal 12% al 20% di credito di imposta per la ricerca e sviluppo – ha spiegato – alzare i massimali, cercare strumenti per ampliare ancora di più la platea delle imprese beneficiarie, anche con una forte campagna attraverso le associazioni di categoria, perché le imprese utilizzino questi strumenti, visto che le percentuali di utilizzo sono ancora troppo basse”.

Per Patuanelli il rafforzamento del pacchetto per lo smart manufacturing è fondamentale e per sostenerlo serve una cifra “vicina ai 25 miliardi“. Ma, spiega il Ministro, oltre al Recovery Fund si possono utilizzare per questa e per altre misure anche i fondi per le politiche di coesione e quelle della legge di Bilancio. “Per sostenere tutta la parte del 4.0 pensiamo a un range vicino i 25 miliardi ma è chiaro che oggi, fino a quando non ci sarà il quadro complessivo dei diversi ministeri, parlare di cifre è difficile”.

Quello che pare certo, anche a seguito della pubblicazione della nota di aggiornamento del Def (Nadef), è che le misure per Industria 4.0 arriveranno nella legge di bilancio, anche perché sono tutte misure in scadenza a dicembre.

Fabrizio Cerignale

Giornalista professionista, con in tasca un vecchio diploma da perito elettronico. Free lance e mobile journalist per vocazione, collabora da oltre trent’anni con agenzie di stampa e quotidiani, televisioni e siti web, realizzando, articoli, video, reportage fotografici. Giornalista generalista ma con una grande passione per la tecnologia a 360 gradi, da quella quotidiana, che aiuta a vivere meglio, alla robotica all’automazione.

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