L’Italia nel pantano della produttività: crescita zero negli ultimi 25 anni

L’Italia ha un problema grosso e irrisolto che si chiama produttività. Stando alle statistiche recentemente pubblicate dall’Istat, infatti, l’indice della produttività dei fattori fa segnare una variazione nulla (0%) per il periodo 1995-2019. Una stazionarietà complessiva che è frutto di dinamiche asfittiche per entrambe le componenti dell’indice: si registra infatti in questi 25 anni una variazione leggermente positiva della produttività del lavoro (+0,3%) e una leggermente negativa della produttività del capitale (-0,7%).

Perché è importante la produttività? Perché è un indice che misura il rapporto tra il volume dell’output realizzato e il volume di uno o più fattori (in genere capitale e lavoro) impiegati nella sua produzione, cioè gli effetti del progresso tecnico e di altri fattori propulsivi della crescita, tra cui le innovazioni nel processo produttivo, i miglioramenti nell’organizzazione del lavoro e delle tecniche manageriali, i miglioramenti nell’esperienza e nel livello di istruzione raggiunto dalla forza lavoro. Un indice di produttività fermo al 1995 ci dice che per produrre un bullone oggi occorre esattamente lo stesso sforzo produttivo in termini di ore di lavoro e investimento di capitale che serviva nel 1995.

Insomma, l’Italia è malata e la malattia è cronicizzata. Per giunta, nel 2019 i “sintomi” hanno fatto registrare pure una recrudescenza: dopo alcuni anni di leggero recupero, infatti, l’anno scorso la produttività complessiva dei fattori è diminuita dello 0,5%, facendo registrare valori negativi in entrambe le componenti: -0,4% la produttività del lavoro e -0,8% la produttività del capitale.

Il paragone con gli altri Paesi europei

Il dato, già preoccupante di per sé, deve essere letto con ancora maggiore attenzione andandolo a comparare con quello registrato dai nostri partner-competitor europei. Considerando la sola produttività del lavoro, il dato dell’Ue28 ha registrato in questi 25 anni una crescita dell’1,6%. In Germania dal 1995 è cresciuta dell’1,3%, in Spagna dello 0,6%, in Francia dell’1,3%, nel Regno Unito dell’1,5% e in Italia, appunto, dello 0,3%.

Il divario rispetto alle altre economie europee è risultato particolarmente ampio in termini di crescita del valore aggiunto, che è il numeratore dell’indice della produttività: in Italia, nel periodo 1995-2019 è stata dello 0,7%, assai inferiore a quella media della Ue28 (1,9%). Le ore lavorate, al contrario, hanno registrato una crescita simile a quella del complesso dei paesi europei: +0,3% annuo nella media Ue28 e +0,4% in Italia; solo in Spagna, tra i principali paesi europei, l’aumento è stato decisamente più accentuato (1,4%).

Nel periodo più recente (2014-2019), la produttività del lavoro in Italia è aumentata in misura modesta (+0,2% medio annuo), generando un ulteriore ampliamento del divario di crescita rispetto all’Ue28 (che presenta complessivamente una variazione dell’1,3%). La dinamica risulta inferiore a quella registrata in Germania (+1,0%), Francia (+0,8%), Spagna e Regno Unito (entrambe +0,7%).

Il ruolo della produttività del capitale

Se la produttività del lavoro è stagnante (+0,3% in 25 anni), la produttività del fattore capitale è addirittura in contrazione (-0,7%). E il -0,8% del 2019 non fa certo sperare in un’inversione di tendenza.

Ma perché è importante la produttività del capitale? Perché è un indice che spiega quanto il capitale venga utilizzato in modo efficiente per generare l’output. Se cambiare degli utensili con altri dello stesso tipo può aiutare un’industria a non perdere colpi, acquistare una macchina automatica dovrebbe invece aumentare l’output in maniera più che proporzionale rispetto all’investimento effettuato. Comunemente si ritiene che gli investimenti in tecnologie ICT siano un importante fattore di crescita della produttività. Anche gli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, come la ricerca e sviluppo, dovrebbero contribuire al miglioramento dell’efficienza.

Il calo della produttività del capitale registrato in questi 25 anni è frutto di un aumento dell’input di capitale (+1,4%) superiore a quello del valore aggiunto (+0,7%). In altre parole, si sono fatti degli investimenti, ma la produzione ne ha beneficiato in maniera meno che proporzionale.

L’esame della produttività per tipologia di capitale evidenzia come la discesa riguardi tutte le tipologie di input: la componente relativa alle tecnologie ICT è diminuita del 2,4%; la produttività del capitale immateriale non-ICT (che comprende la Ricerca e Sviluppo) dell’1,9%; quella del capitale materiale non-ICT dello 0,3%.

I risultati più recenti, relativi al periodo 2014-2019, indicano una crescita della produttività del capitale dello 0,8% in media d’anno, con un cambio di tendenza nel processo di accumulazione di capitale rispetto ai periodi precedenti. In questa fase, si osserva una crescita moderata dell’input di capitale (+0,5% in media d’anno) con una dinamica molto maggiore del capitale ICT (+4,1%) e di quello immateriale non ICT (+3,2%). Sono, probabilmente, i primi frutti del piano Industria 4.0.

Nel 2019 però c’è stata una nuova battuta d’arresto: alla crescita dello 0,8% dell’input di capitale si è accompagnata una variazione nulla del valore aggiunto.

La produttività del lavoro nell’industria

Passando in rassegna i dati relativi ai diversi settori di attività economica, emerge che nell’arco dell’intero periodo 1995-2019 la produttività del lavoro cresce nei servizi d’informazione e comunicazione (+2,0%), nelle attività finanziarie e assicurative (+1,4%), nell’agricoltura (+1,3%) e nell’industria in senso stretto (+0,8%). Variazioni negative caratterizzano invece il settore delle attività professionali (-2,0%), quello delle costruzioni (-1,2%) e il settore dell’istruzione, sanità e servizi sociali (-1,5%).

I dati relativi al solo 2019 però raccontano una storia diversa: la produttività del lavoro è aumentata marcatamente nel settore delle attività finanziarie e assicurative (+1,7%), in quelle artistiche, di intrattenimento e di riparazione (+1,5%) e nelle costruzioni (+1,4%) e, in misura più contenuta, nei servizi di informazione e comunicazione (+0,8%), dopo il brusco calo del 2018. I cali più significativi si osservano nel settore dell’istruzione, sanità e assistenza sociale (-3,9%), in quello dell’agricoltura (-1,7%) e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche (-1,6%). Nell’industria in senso stretto, la produttività del lavoro inverte la dinamica positiva registrata nei periodi precedenti, segnando una diminuzione dello 0,5%.

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

2 thoughts on “L’Italia nel pantano della produttività: crescita zero negli ultimi 25 anni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.