Ecco come le startup tecnologiche e innovative si adattano alla crisi e agli scenari della pandemia

Le startup tecnologiche e innovative hanno dimostrato una buona capacità di adattamento alla crisi e alle difficoltà portate dalla pandemia globale: una su tre ha cambiato modello di business, la metà ha ottenuto nuovi clienti, il 44% ha accelerato lo sviluppo dei prodotti. Cresce la collaborazione tra imprese, startup e l’Open Innovation.

Del resto, l’antropologo inglese Charles Darwin sottolineava: “non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”. E molte startup innovative, insieme alle aziende più dinamiche e reattive, stanno facendo proprio così. È un’epoca di forte cambiamento, non cambiare, non adattarsi, non evolvere significa in molti casi estinguersi o comunque restare ai margini.

Ben il 63% delle startup innovative italiane ha intrapreso iniziative a supporto dell’emergenza, come raccolte fondi per donazioni, lancio di nuovi prodotti o servizi, rilascio di soluzioni gratuite. E si contano almeno 256 iniziative del panorama startup tecnologico italiano attivate per fronteggiare l’emergenza sanitaria, coinvolgendo i settori più diversi, dalla digitalizzazione di processi ai servizi alle persone, dai sistemi di distanziamento allo svago, dal delivery ai dispositivi sanitari, dall’eLearning alla sanificazione degli ambienti. Una grossa fetta, pari al 30% del totale, ha modificato il proprio modello di business durante la pandemia, nella maggioranza dei casi per rispondere a un nuovo bisogno del mercato.

Anche, o soprattutto, per questo, i numeri e le prospettive del settore startup innovative tutto sommato tengono, nonostante tutto: il comparto regge l’urto della crisi e raccoglie 683 milioni di euro di investimenti nel 2020, il -2% rispetto a 12 mesi fa nell’epoca pre-Covid. Per il 2021 tengono gli investimenti delle imprese in digitale, anche se con un modesto e poco elettrizzante +0,89%. Al centro di obiettivi e nuovi progetti le priorità dell’emergenza: sicurezza informatica, Big data, eCommerce, smart working. È questo lo scenario che emerge dalle analisi del settore realizzate dagli Osservatori Startup Intelligence e Digital Transformation Academy e dall’Osservatorio Startup Hi-tech, promossi dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Nei mesi più difficili, condizionati dalle misure di lockdown, le startup italiane “non si sono arrese di fronte alle maggiori difficoltà nel reperire fondi, sono state, anzi, spesso le prime a mettersi a disposizione della collettività nell’emergenza, con diverse soluzioni in risposta alle nuove esigenze”, fa notare Alessandra Luksch, direttore degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Politecnico di Milano, “ad esempio nel campo delle tecnologie a fine sanitario, della gestione dello smart working e home-schooling e del supporto alle fasce di popolazione più in difficoltà”.

L’effetto startup che si è evidenziato nell’emergenza è “un importante patrimonio da cogliere per la ripresa, sfruttando le opportunità di collaborazione in una logica di ecosistema”, rileva Andrea Rangone, responsabile scientifico dell’Osservatorio Startup Intelligence. E spiega: “i segnali sono positivi: durante l’emergenza, mentre diventava evidente agli occhi di tutti il ruolo strategico dell’innovazione digitale, è cresciuto l’interesse per la collaborazione tra aziende, startup e istituzioni in risposta alla crisi, con una spinta all’Open Innovation, di grande rilevanza per lo sviluppo del nostro sistema imprenditoriale”.

Non sono mancate le difficoltà: il 38% delle startup ha dovuto ridurre le attività, ma il 46% ha ottenuto nuovi clienti e ha ampliato il proprio network, il 44% ha accelerato lo sviluppo dei prodotti e servizi e ottenuto visibilità sul mercato. Il 28% ha ampliato il proprio organico per fronteggiare l’incremento di attività emerso durante l’emergenza, o si è dotato di nuove competenze.

Finanziamenti: la ‘benzina’ nel motore dell’innovazione

Queste capacità e risorse – certo non nuove, ma di cui è arrivata l’ennesima dimostrazione – sono state premiate dalla sostanziale tenuta complessiva degli investimenti in arrivo. Gli investimenti da parte di attori formali (ad esempio istituzioni bancarie, fondi d’investimento e Venture capital) la fanno da padrone, con una crescita del 34%, passando dai 215 milioni del 2019 ai 288 milioni del 2020.

I finanziamenti da attori informali (Angel network, Angel group, Equity crowdfunding, investitori privati) per la prima volta dal 2012 non crescono, restano al palo, con una leggera flessione da 248 a 247 milioni di euro. Crolla invece, di oltre un terzo, con un -36% in un anno, la componente dei finanziamenti internazionali, che passa da 231 milioni di euro del 2019 ai poco più di 148 milioni. È la voce che in negativo pesa di più sul risultato finale, sul calo complessivo degli investimenti nel 2020. È venuta in buona parte a mancare l’iniezione di risorse dall’estero verso le startup del Belpaese.

Il contributo del Venture capital e di altri investimenti

Sebbene il taglio medio degli investimenti dei Venture capital si abbassi rispetto all’anno passato, vedendo il 44% delle operazioni di valore superiore al milione di euro (rispetto al 66% del 2019), nell’ecosistema si rileva la presenza di 12 grandi operazioni superiori ai 10 milioni di euro che li coinvolgono. Il 2020 ha visto lo sblocco del Fondo Nazionale Innovazione (Fni) e del suo veicolo di investimento Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) Venture capital che “ha contribuito all’ecosistema non solo in modo diretto, con investimenti in startup hi-tech ed erogazione di capitale per i fondi italiani, per un totale di oltre 100 milioni di euro nei primi 9 mesi del 2020, ma anche in modo indiretto”, rileva Antonio Ghezzi, direttore dell’Osservatorio Startup Hi-Tech del Politecnico milanese, “generando un clima positivo grazie al suo potenziale ruolo di segnale e supporto al rilancio”.

E Ghezzi sottolinea: “l’ecosistema italiano ha dimostrato di aver resistito innanzitutto grazie al supporto degli attori istituzionali, che beneficiando della capacità di pianificazione di lungo periodo hanno garantito l’erogazione di capitali alle startup nonostante le condizioni congiunturali negative, e in secondo luogo grazie ad alcune operazioni straordinarie, che iniziano a verificarsi con una certa frequenza, a testimonianza dell’oggettivo valore riconosciuto a livello internazionale di alcune nostre realtà innovative d’eccellenza”.

Il comparto dell’equity crowdfunding continua la sua crescita, passando dai 65 milioni dello scorso anno agli 80 milioni del 2020 (+23%), a testimonianza di come il fenomeno sia sempre più affermato in Italia e di come questi attori e piattaforme rappresentino un punto di riferimento per aggregare sia piccoli investitori privati sia investitori professionali.

Aumenta il peso relativo dei fenomeni di Club deal, Angel network e Angel group (che aggregano finanziamenti da parte di una molteplicità di attori), spesso in co-investimento con attori formali nazionali e internazionali. Questa componente dell’universo degli informali (così come quella legata all’Equity crowdfunding) potrà beneficiare dagli ultimi mesi del 2020 in avanti dell’articolo 38 del Decreto Rilancio, che innalza dal 30% al 50% le detrazioni fiscali per investimenti in startup innovative.

La spinta che arriva dall’Open innovation

Ben il 78% delle grandi imprese italiane oggi adotta azioni di Open innovation, soprattutto iniziative Inbound, che incorporano internamente stimoli provenienti dall’esterno, come la collaborazione con università e centri di ricerca, la startup intelligence o lo scouting di partner tra imprese consolidate. Mentre sono meno diffuse azioni Outbound, per sviluppare esternamente spunti di innovazione nati internamente, tra cui crescono in particolare le piattaforme di collaborazione realizzate per lanciare contest, raccogliere idee, erogare formazione.

Quasi raddoppia l’adozione dell’Open innovation da parte delle Pmi, raggiungendo il 53% dei casi. Si diffonde la collaborazione con le startup: un fenomeno presente nel 45% delle grandi imprese e nel 15% delle Pmi. “Questi dati confermano una tendenza sempre più concreta tra le aziende a instaurare partnership, forniture e progetti pilota con attori meno tradizionali, che spesso sono più agili e capaci di maggior collaborazione”, sottolinea Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio Startup Intelligence. L’Open innovation si fa strada tra le imprese e le startup sono ormai riconosciute come partner validi, sia nelle fasi iniziali delle sperimentazioni sia per rapporti più stabili e strategici.

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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