L’OCSE rivede in positivo le stime di crescita per il 2021, ma avverte: “La ripresa dipenderà dai vaccini”

Il PIL mondiale crescerà del 5,6% quest’anno, in aumento rispetto alle previsioni dell’1% fatte a dicembre 2020: grazie alle campagne vaccinali e agli aiuti finanziari messi in campo dai Paesi membri, l’OCSE rivede in positivo le stime di crescita per il 2021, nel suo rapporto “Strengthening the recovery, the need for Speed”.

Secondo il rapporto, la produzione mondiale dovrebbe tornare sopra ai livelli pre-pandemici entro metà anno, ma solo se la campagna vaccinale riuscirà a velocizzarsi e a vincere la sfida delle varianti.

Tuttavia, nonostante il miglioramento sulle aspettative relative al PIL e alla produzione mondiale, i livelli di crescita rimarranno comunque inferiori a quelli stimati prima dell’avvento della pandemia.

La ripresa è più rapida di quanto previsto, ma disomogenea tra Paesi e settori

Il rapporto sottolinea che lo straordinario sforzo per produrre i vaccini ha permesso una ripresa più rapida di quanto stimato. Tuttavia, ci sono segnali di divergenza tra Paesi e settori: Paesi come Cina, India e Turchia sono tornati ai livelli di attività pre-pandemici, grazie alle misure fiscali adottate e dalla ripresa dei settori dell’industria e dell’edilizia.

I cali di produzione sono stati relativamente lievi nei Paesi dell’Asia-Pacifico, come Cina, Australia, Giappone e Corea, grazie alle misure adottate per contenere il diffondersi dei contagi, al sostegno dato dai governi e anche grazie a un settore manifatturiero che è stato in grado di riprendersi velocemente, a livello regionale.

Al contrario, l’impatto della pandemia è stato più significativo in alcune delle principali economie europee a causa della sua evoluzione (con più “ondate”) e delle restrizioni imposte per fronteggiarla, che sono risultate in interruzioni di attività e riduzione dell’orario lavorativo, soprattutto nel settore dei servizi.

Il miglioramento della situazione economica è dovuto a politiche di gestione della pandemia più mirate, che si sono concentrate a regolamentare l’esercizio di quelle attività dove c’è più contatto tra il venditore e l’acquirente, mentre altri settori economici (manifattura e industria) hanno subito restrizioni inferiori. Inoltre, la situazione più favorevole rispetto alle attese è legata anche alle misure di prevenzione del contagio che sono state adottate in alcuni settori che fa, tuttavia, pensare che il rimbalzo sarà inferiore alle attese una volta che saranno sollevate le restrizioni.

Anche la diversa specializzazione settoriale delle economie ha influito, con le economie più dipendenti dal turismo che hanno risentito maggiormente delle conseguenze della pandemia. Conseguenze che hanno frenato anche i consumi, che inizialmente avevano visto un rimbalzo nell’estate del 2020 per poi ridursi nel quarto trimestre dell’anno, che ha visto anche crescere la propensione al risparmio dei consumatori.

Secondo le stime dell’OCSE, le rigide misure di contenimento freneranno la crescita in alcuni Paesi e settori di servizi nel breve termine, mentre altri beneficeranno di efficaci politiche di salute pubblica, di una più rapida distribuzione dei vaccini e di un forte sostegno politico.

L’impatto della pandemia sul mercato del lavoro: 10 milioni di disoccupati in più

Si riprende molto lentamente il mercato del lavoro, dove tuttavia le conseguenze della pandemia sono drammatiche: quasi 10 milioni di disoccupati in più rispetto al periodo pre-pandemico, con i tassi di inattività  in crescita, mentre nei Paesi dell’OCSE in via di sviluppo peggiorano le condizioni di vita dei lavoratori.

Il totale delle ore lavorate rimane circa 5% in meno rispetto a prima della pandemia, in media, nelle grandi economie avanzate, con marcate differenze tra i settori: le carenze sono concentrate in gran parte nelle attività di servizio ricche di lavoro con alti livelli di interazioni sociali, come il tempo libero, l’ospitalità, i trasporti e il commercio al dettaglio e all’ingrosso.

Presi insieme, questi settori rappresentano tra il 20 e il 30% dell’occupazione nella maggior parte delle economie, evidenziando la natura ancora precaria di molti posti di lavoro. Donne, giovani e lavoratori a basso reddito sono tra i le categorie più colpite, vista la loro elevata presenza nelle occupazioni di questi settori.

Vaccini per tutti, la sfida da vincere

La ripresa economica è strettamente legata ai progressi fatti nelle campagne vaccinali, precisa il rapporto, e anche le prospettive economiche future dipenderanno dalla velocità con cui si riuscirà a vaccinare la popolazione, dalla capacità di tenere il passo con le varianti del virus. “Più vaccini, più lavoro”, si legge nel rapporto.

L’OCSE sottolinea, inoltre, l’importanza di rendere disponibile l’accesso al vaccino anche ai Paesi meno sviluppati. “Le risorse necessarie per fornire i vaccini ai paesi a basso reddito sono modeste rispetto ai guadagni di una ripresa economica globale più forte e veloce”, sottolinea il rapporto.

La ripresa economica dipenderà dalla campagna vaccinale e dalla velocità in cui verrà implementata, anche per combattere l’insorgere di nuove varianti del virus. Una relazione che si riflette nelle stime di crescita per il 2021 (+5% del PIL mondiale) e per il 2022 (+4%).

Il principale rischio, sottolinea il rapporto, è che le campagne vaccinali procederanno a velocità insufficiente per contenere la pandemia e prevenire l’insorgere di nuove varianti. In tal caso, i consumi resterebbero contenuti e possibili ulteriori limitazioni agli spostamenti frenerebbero la ripresa economica.

Per questo, l’OCSE auspica uno sforzo maggiore e congiunto dei Paesi per garantire l’accesso ai vaccini a tutti. Le iniziative finora adottate, come quella europea COVAX, non sono sufficienti per garantire le forniture necessarie. Il rapporto auspica che insieme a Canada e Regno Unito, altri Paesi a reddito alto annunceranno la redistribuzione del surplus dei vaccini a favore di Paesi più poveri.

I fattori di rischio per la ripresa economica

In un tale scenario, è necessario ridurre l’incertezza e migliorare la fiducia dei consumatori. Per questo, sottolinea il rapporto, è importante che le politiche fiscali e monetarie dei singoli Paesi continuino a sostenere la domanda. La ripresa della produzione industriale e del commercio di merci a livello globale dovrebbe anche aiutare gli investimenti delle imprese a rafforzarsi e a stimolare le prospettive per quelle economie integrate nelle catene di fornitura regionali.

Tuttavia, l’aumento dei prezzi delle materie prime e la ritardata ripresa dei viaggi globali, costituiranno un vento contrario per alcune economie dei mercati emergenti. In alcuni Paesi, come la Cina, la rapida ripresa della domanda ha portato a una scarsità nelle scorte e ha spinto i prezzi di alcuni beni (come cibo, metalli e petrolio) a salire considerevolmente.

Nelle principali economie dei mercati emergenti l’inflazione potrebbe essere più alta del previsto se le valute nazionali si svalutassero ulteriormente a causa dell’aumento dei rendimenti relativi negli Stati Uniti, che potrebbe innescare un’inversione di flussi di capitale e una maggiore volatilità delle valute, come sperimentato nel 2013.

Questo è, secondo l’OCSE, uno dei principali fattori di vulnerabilità dei mercati anche se la dipendenza della maggior parte delle economie dei mercati emergenti dai finanziamenti esterni è attualmente inferiore rispetto al 2013, con un maggiore risparmio del settore privato che compensa l’elevato indebitamento sovrano e che dovrebbe ridurre l’impatto dell’inversione dei flussi di capitale.

Preoccupa, in tutti i Paesi, l’alto livello del debito, specialmente quello delle imprese, con oneri finanziari del settore privato pari o superiori ai livelli registrati durante la crisi globale del 2013. Una ripresa lenta o una fine troppo precoce dei programmi di sostegno dei governi potrebbe innescare ulteriori morosità o inadempienze del debito, con pressioni negative sui prestatori e un maggiore rischio di aumento dei fallimenti.

La congestione dei tribunali fallimentari potrebbe, quindi, portare alla liquidazione di imprese che sarebbero altrimenti vitali dopo la ristrutturazione. Le giovani imprese, le piccole e medie imprese (PMI) e le imprese dei settori più colpiti dalle misure di contenimento, in particolare il tempo libero e l’ospitalità, sono più esposte al rischio di fallimento.

Un rischio che finora è stato mitigato da misure come garanzie di credito, prestiti e rinvii d’imposta, insieme a modifiche temporanee dei regimi di insolvenza. La sfida che dovranno affrontare i governi, precisa il rapporto, riguarda ora l’equilibrio necessario nel sostegno alle imprese, con decisioni difficili da affrontare su quali imprese sostenere e quali lasciare fallire.

Un finanziamento di tipo aziendale sarebbe vantaggioso per molte imprese, soprattutto le PMI, suggerisce l’OCSE che, tra i possibili approcci da adottare indica la conversione di alcuni prestiti pubblici legati alla pandemia in sovvenzioni, con un rimborso condizionato alle prestazioni e a regolari valutazioni periodiche della redditività, o incentivi per il finanziamento azionario del settore privato e la co-partecipazione a schemi di sostegno pubblico.

Gli aiuti fiscali devono restare, ma vanno rimodulati

Una sospensione precoce delle politiche finanziarie fin qui adottate dai governi creerebbe un effetto negativo simile a quello assistito nel periodo immediatamente successivo a quello della crisi finanziaria globale. Tuttavia, precisa l’OCSE, le politiche finanziarie devono evolvere: le nuove misure fiscali, decise di recente o attualmente previste, devono essere attuate rapidamente ed efficacemente per dare una spinta alla crescita e aumentare le opportunità di lavoro.

Dove sono stati stabiliti nuovi piani di spesa a medio termine, come nelle economie dell’UE, si devono intensificare gli sforzi per anticipare l’erogazione effettiva e devono essere utilizzate appieno le risorse disponibili. Allo stesso tempo, l’ampio sostegno iniziale all’intera economia dovrà evolvere verso un sostegno più mirato ai settori più colpiti man mano che la ripresa, facilitando la riallocazione della manodopera e del capitale dai settori che soffrono di debolezza strutturale della domanda.

Le decisioni sulla scadenza dei programmi speciali devono essere prese tenendo conto dello stato dell’economia e della situazione sanitaria, e se necessario essere compensate da altre misure più mirate.

Serviranno riforme strutturali per garantire la ripresa economica, per creare economie più resilienti e riallocare i lavoratori che hanno perso occupazione, avverte il rapporto. La portata dei cambiamenti (a lungo termine) generati da questa crisi non è ancora chiara, ma sono presenti indicazioni che alcuni settori usciranno dalla pandemia irrimediabilmente trasformati: l’aumento dello smart working, la conseguente riduzione dei viaggi di lavoro e la crescita nell’utilizzo dei servizi digitali potrebbero cambiare il mix e l’ubicazione di posti di lavoro disponibili.

Cambiamenti che accentuerebbero le sfide sorte già prima della pandemia, come il crescente divario di condizioni e accesso alle opportunità tra i lavoratori, anche in virtù di un diverso livello di alfabetizzazione digitale tra la popolazione e alle sfide poste dai cambiamenti climatici.

In questo contesto di grande difficoltà, i Paesi hanno opportunità di varare riforme mirate a risolvere situazioni che già prima dell’avvento della pandemia non erano ottimali. Riforme che si rendono necessarie per la riallocazione dei lavoratori e la crescita economica.

Tra gli interventi da adottare, il rapporto indica:

  • misure fiscali, come i previsti investimenti in infrastrutture pubbliche nelle reti digitali, trasporti ed energia, che possono aiutare a sostenere la domanda, migliorare la produttività ed essere un’importante fonte di nuovi posti di lavoro per i lavoratori disoccupati
  • un forte sostegno al reddito delle famiglie più povere, per aiutare a rendere la ripresa più inclusiva e a sostenere la domanda, data la loro elevata propensione marginale alla spesa
  • rafforzare il dinamismo economico, affrontando le barriere all’ingresso nel mercato e migliorando l’attivazione e l’acquisizione di competenze. Interventi che miglioreranno anche le opportunità del mercato del lavoro per tutti e aiuteranno a promuovere la riallocazione della produttività
  • adottare misure mirate per la formazione dei lavoratori e per facilitare la ricerca di lavoro
  • misure rivolte a colmare le differenze territoriali nell’accesso alla banda larga, con particolare focus alle famiglie con reddito basso, a chi vive in zone remote e interne e ai Paesi più poveri

Infine, il rapporto precisa che la ripresa economica deve essere legata agli obiettivi climatici, favorendo gli investimenti in energie pulite. La fissazione del prezzo del carbone aiuterebbe a ridurre le incertezze a livello internazionale sugli impegni climatici presi, ma andrebbe accompagnata da misure di compensazione per mitigare l’impatto sulle famiglie più povere e le piccole imprese.

Grandi progetti d’investimento infrastrutturali, tra cui reti elettriche ampliate e modernizzate, insieme a una maggiore spesa per le energie rinnovabili e a progetti con periodi di ammortamento più brevi possono anche essere una fonte di domanda e di nuove opportunità di lavoro in una fase iniziale della ripresa.

Il rapporto

rapporto OCSE

 

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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