Innovazione

Perona (Università di Brescia): “Senza cultura quantitativa l’IA non ci salverà. Ecco perché le imprese devono imparare a pianificare”



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L’analisi di Marco Perona, professore dell’Università di Brescia e giurato della tappa del Nord Italia dei MADE Future Industry Awards (31 marzo, Brescia): tra inverno demografico, scarsa volontà di riconoscere il merito dei giovani capaci e ancor più scarsa propensione a prendere decisioni basate sui dati, le imprese italiane rischiano di perdere competitività. La ricetta? Meno gestione emergenziale, più meritocrazia e dottorati che creino (anche) giovani imprenditori.

Pubblicato il 7 feb 2026



Perona



Il percorso dei MADE Future Industry Awards si prepara a fare tappa a Brescia, il prossimo 31 marzo, per premiare le storie di ordinaria eccellenza e i progetti di innovazione delle imprese del Nord Italia. Le aziende vincitrici di questa tappa si sfideranno a giugno nella finale nazionale con i vincitori delle tappe del Centro (15 aprile, Ancona) e del Sud Italia (20 maggio, Napoli). Ne abbiamo approfittato per intervistare Marco Perona, professore ordinario di supply chain management nel corso di studi di Ingegneria Gestionale all’Università degli Studi di Brescia e membro della giuria che valuterà i progetti candidati nella tappa del Nord Italia. Con lui abbiamo discusso non solo di tecnologie, ma anche del terreno culturale che contiene l’humus necessario allo sviluppo dell’innovazione.

Dal suo osservatorio privilegiato – che unisce la ricerca accademica con il laboratorio RISE al contatto diretto con le imprese – Perona sottolinea che, prima ancora della transizione digitale, le imprese italiane devono affrontare la transizione verso una cultura d’impresa che sappia orientare le proprie decisioni basandosi sulle analisi quantitative.

Un tema, questo, che porta il professore a una riflessione preliminare sul sistema formativo italiano.

Non basta saper gestire le emergenze, bisogna saper pianificare

I numeri del sistema formativo italiano sono infatti piuttosto eloquenti, e non in positivo: “La percentuale di laureati nella fascia 25-35 anni si ferma intorno al 30%, contro il 50-60% di competitor come la Spagna o l’Irlanda”, dice Perona. “E, di questi, solo un terzo si riferisce a laureati in materie STEM”. I conti sono facili: meno del 10% della forza lavoro giovane possiede una formazione tecnico-scientifica solida.

Questa carenza di cultura quantitativa si riflette inevitabilmente sul nostro modo di fare impresa. “Siamo bravi a gestire le emergenze, a fare i ‘pompieri’ – spiega Perona – ma manca quasi del tutto la propensione alla pianificazione e al risk management, che richiedono ragionamento astratto e capacità di anticipare le relazioni causa-effetto”.

La sfida per le imprese – prosegue il professore – è evolvere dalla capacità di reagire agli eventi che via via si manifestano, all’analisi predittiva degli scenari futuri ed alla capacità di agire prima per prepararsi ai nuovi scenari e prevenire gli eventi indesiderati. E per farlo serve puntare su persone con le giuste competenze.

L’Intelligenza Artificiale: il rischio del fideismo e le opportunità per le PMI

L’assenza di una cultura del dato porta spesso a decisioni “esperienziali” prese “di pancia” o in base all’istinto, ignorando le evidenze storiche.

Su questo fronte l’AI può essere uno strumento potente perché aiuta a gestire situazioni dove i dati non sono perfettamente strutturati. Perona cita l’esempio delle imprese che partecipano alle gare d’appalto: analizzando lo storico di centinaia di offerte passate – informazioni spesso destrutturate – l’IA può identificare pattern di successo invisibili all’occhio umano, suggerendo razionalmente a quali gare partecipare.

Ma c’è un rischio da evitare, avverte Perona, ed è quello di cadere nel “fideismo tecnologico” e pensare che basti installare l’IA per risolvere magicamente i problemi. In realtà la regola aurea dell’informatica – garbage in, garbage out – resta valida: se i processi sono confusi e i dati “arruffati”, l’IA non farà miracoli.

Le imprese, quindi, devono usare la tecnologia per “oggettivare” maggiormente le proprie decisioni ed agire sempre più in modo “data driven” anziché in modo esperienziale, e costruire un’infrastruttura dati ordinata, solida, aggiornata e corretta è il primo passo verso il raggiungimento di questo obiettivo.

Robot umanoidi: una scelta obbligata dall’inverno demografico

Guardando specificamente al tessuto manifatturiero bresciano, Perona segnala un trend emergente e per certi versi inaspettato: il forte interesse delle imprese, non solo del settore manifatturiero, verso l’introduzione di robot umanoidi nei reparti produttivi, persino in settori tradizionali come le costruzioni e l’agricoltura.

Una reazione necessaria – riflette Perona – a un cambiamento strutturale della società.

“L’inverno demografico ha ridotto drasticamente le nuove leve della manodopera disponibile”, rileva il professore, anche perché i pochi giovani disponibili “giustamente non hanno più voglia di svolgere compiti meramente operativi e ripetitivi”. L’automazione avanzata diventa quindi l’unica via per mantenere la capacità produttiva. Questo scenario apre però le porte anche a un’altra riflessione: “Purtroppo – rileva Perona – in Italia su questo fronte c’è ancora molto poco: quando questi robot entreranno in fabbrica non saranno tecnologie italiane o quantomeno europee, ma americane o cinesi”.

Start-up e valorizzazione dei talenti: serve una scossa al sistema

Allargando il discorso al panorama dell’innovazione in Italia, Perona ricorda che l’Italia ha pochi “unicorni” rispetto a Francia o Germania. Secondo il professore, il problema ha le sue radici profonde già nel come l’Università forma i giovani talenti: “Formiamo magari ottimi manager, ma non imprenditori”, dice Perona. “Chi fa un dottorato in Italia punta quasi sempre alla carriera accademica, mentre all’estero il PhD è spesso l’anticamera per fondare una startup deep-tech”.

A questo si aggiunge una riflessione sul mercato del lavoro e, segnatamente, sul tema salariale: l’egualitarismo diffuso e stage poco retribuiti – anche in grandi multinazionali – allontanano i talenti migliori. “L’incentivo madre di tutti gli incentivi è dare ai giovani di maggiore talento carriere ben retribuite”, dice il professore. Invece “il rischio che corriamo è di premiare la mediocrità, non chi è più capace e si impegna di più”.

Segnali incoraggianti su entrambi i fronti però ci sono. Perona plaude infatti a iniziative come la fusione degli incubatori Polihub (Politecnico di Milano) e B4i (SDA Bocconi). Anche l’ottima qualità del “materiale umano” degli studenti è un buon segnale che lascia ben sperare.

La chiamata ai MADE Future Industry Awards

È proprio per valorizzare chi ha saputo superare questi ostacoli che nascono i MADE Future Industry Awards. Il contest è aperto a tutte le imprese italiane che abbiano implementato progetti di innovazione digitale e sostenibile.

La competizione, strutturata in tappe territoriali (Nord, Centro, Sud) e una finale nazionale, mira a creare una base condivisa di best practice replicabili.

Le candidature sono aperte e gratuite: le aziende possono presentare i propri progetti per dimostrare che, nonostante le difficoltà sistemiche, l’eccellenza manifatturiera italiana è viva e sa pianificare il futuro.

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