È un’analisi a tutto campo sulla competitività italiana, sull’intelligenza artificiale come leva di produttività, sui rischi cyber, sulla carenza di competenze e sul ruolo che lo Stato dovrebbe assumere per non sprecare l’occasione tecnologica del decennio quella che Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia, ha fatto nella presentazione a Palazzo Koch della Relazione annuale sul 2025.
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L’AI terreno di sfida decisivo per la crescita
Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario italiano è cresciuto appena del 6%, contro aumenti compresi tra il 13% e il 34% nei principali partner europei. Senza un deciso aumento della produttività, avverte Panetta, l’economia italiana rischia di restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti.
“Il terreno decisivo” della sfida? L’intelligenza artificiale, che potrebbe apportare al PIL un contributo stimato tra lo 0,2% annuo in caso di adozione lenta e oltre 1 punto percentuale nell’ipotesi di diffusione rapida e pervasiva. Ma il risultato non è né garantito né tantomeno automatico e dipenderà da quello che si farà per stimolare l’adozione di queste nuove tecnologie.

La proposta: lo Stato committente primario dell’innovazione
Il vero nodo, rileva Panetta, non è la mancanza di risorse o di tecnologie. È la mancanza di una strategia. Oggi – dice il Governatore – solo il 30% delle aziende italiane fa ricorso all’AI e appena il 5% ne fa un uso intensivo e avanzato. Il tessuto industriale, fatto da piccole e medie imprese, fatica ad affrontare gli investimenti iniziali e sconta una carenza di competenze interne. Il rischio concreto, dice il Governatore, è di replicare i ritardi accumulati negli anni Novanta con la rivoluzione informatica.
L’intervento pubblico deve articolarsi su tre direttrici: rafforzare le strutture di trasferimento tecnologico – con esplicito riferimento ai Competence Center come strumenti per accompagnare le imprese nell’individuazione delle soluzioni più adatte alle loro esigenze; sostenere la nascita e la crescita di aziende innovative potenziando venture capital e private equity; e fare dello Stato un committente primario dell’innovazione.
Quest’ultima è la proposta più dirompente del discorso: orientare la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori strategici come sanità, energia, sicurezza e mobilità, attivando meccanismi di pre-commercial procurement capaci di orientare lo sviluppo tecnologico senza distorcere il mercato. Non servono, precisa Panetta, ingenti risorse pubbliche: serve una strategia coerente.
Il ragionamento si chiude con un monito sulla concentrazione dei benefici: “Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve restare al servizio della persona e della società, e non della concentrazione del potere tecnologico”.
L’importanza del Venture capital
Panetta è esplicito sul fatto che il credito bancario, per sua natura orientato alla garanzia e alla continuità, non è lo strumento adatto a finanziare l’innovazione ad alto rischio.
Le imprese sostenute da venture capital e private equity crescono più rapidamente in termini di fatturato e occupazione rispetto a quelle che si affidano esclusivamente al canale bancario: è su questo dato che il Governatore fonda la richiesta di potenziare l’industria del capitale di rischio in Italia e in Europa, oggi sottodimensionata rispetto agli Stati Uniti.
Rafforzare questo segmento significa anche creare le condizioni perché i circa 4.000 miliardi di euro di risparmio privato europeo – oggi investiti in larga parte fuori dal continente – possano finanziare la crescita delle imprese europee.
Cyber security: incidenti raddoppiati, l’AI complica il quadro
Sul fronte della sicurezza informatica i dati contenuti nella Relazione sono allarmanti. Nel periodo 2023-25 gli incidenti che hanno coinvolto intermediari italiani sono aumentati dell’80% rispetto al triennio precedente. Quelli di natura cibernetica sono raddoppiati. Sebbene non abbiano prodotto perdite rilevanti, Panetta sottolinea che segnalano vulnerabilità da non sottovalutare e che l’attività di vigilanza ha rilevato carenze diffuse nella gestione di questi rischi.
L’intelligenza artificiale gioca qui un ruolo ambivalente. Da un lato può rafforzare le difese; dall’altro mette a disposizione degli attaccanti strumenti capaci di individuare vulnerabilità con rapidità e profondità senza precedenti. Il crescente ricorso a fornitori esterni – con catene di fornitura articolate su più livelli e concentrate in pochi operatori – amplifica ulteriormente le vulnerabilità sistemiche: criticità circoscritte possono trasformarsi in problemi di ampia portata.
La Banca d’Italia ha già avviato contatti diretti con le principali aziende globali di sviluppo di modelli AI per prepararsi a gestire questa nuova classe di rischi. La risposta operativa indicata da Panetta alle banche è concreta: investire in tecnologia, personale specializzato e infrastrutture di cybersecurity, in particolare negli istituti di dimensioni minori.
Energia, competenze e il circolo vizioso che frena la crescita
Sul piano macroeconomico l’Italia è oggi esposta allo shock energetico innescato dal conflitto nel Golfo Persico. Il blocco dello Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas liquefatto – ha riacceso pressioni inflazionistiche che colpiscono in modo asimmetrico: negli Stati Uniti la produzione interna abbondante attenua l’impatto; in Europa i prezzi del gas tornano a correre. Nello scenario di prolungamento del conflitto l’inflazione potrebbe raggiungere un picco superiore al 6%.
Alla fragilità energetica si sovrappone quella del capitale umano. Solo il 30% dei trentenni italiani è laureato, ben sotto la media europea. Tra i giovani non laureati uno su cinque non studia e non lavora, una quota doppia rispetto a Germania e Francia. Tra il 2020 e il 2024 circa 100.000 laureati hanno lasciato il Paese.

Il risultato è un circolo vizioso: un sistema poco innovativo genera domanda insufficiente di lavoro qualificato, riducendo gli incentivi a investire in formazione; la scarsità di competenze rende più difficile adottare tecnologie avanzate; ne derivano bassa produttività, salari fermi e ulteriore fuga di talenti. Rompere questo schema è la condizione necessaria perché l’Italia possa “trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro”.











