Il decreto legge che rimuove il vincolo ai beni prodotti nell’Unione Europea – condizione che aveva bloccato l’iter del decreto attuativo trasmesso al MEF lo scorso 5 gennaio – dovrebbe arrivare nel prossimo Consiglio dei Ministri che si terrà “a brevissimo”, questa settimana o la prossima, ha detto Marco Calabrò, Capo Dipartimento per le politiche per le imprese del Ministero delle Imprese e del Made in Italy durante un evento organizzato da Tinexta Innovation Hub a Milano.
Dopo l’approvazione del decreto-legge sarà necessario attendere il decreto attuativo, la sua registrazione da parte degli organi di controllo e l’apertura della piattaforma, che come per Transizione 5.0 sarà gestita dal GSE. “Auspicabilmente nel mese di maggio potremmo essere definitivamente operativi”, ha indicato il dirigente del MIMIT.
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Il nodo degli ordini effettuati nel 2025
Resta invece ancora aperta la questione del rimando all’articolo 109 del TUIR come criterio di imputazione temporale degli investimenti. L’impostazione originaria della bozza del decreto attuativo dello scorso 5 gennaio consentiva di agevolare anche investimenti effettuati nel 2026, ma i cui ordini erano stati effettuati nel 2025, ma la necessità di garantire ulteriori coperture finanziarie – legate sia alla rimozione del vincolo Made in EU sia ad altre emergenze di bilancio sopravvenute – rende incerto, al momento, il mantenimento di questo criterio.
Cosa cambia: allegati, software, leasing e accumulo
L’aggiornamento degli allegati IV e V (i vecchi allegati A e B della legge 232/2016) è, secondo Calabrò, “la vera novità” della misura, probabilmente più rilevante del ritorno dal credito di imposta all’iperammortamento.
“Gli allegati erano stati definiti con il piano Industria 4.0 del 2016 e, a parte piccole modifiche, erano rimasti sostanzialmente invariati per quasi un decennio”, ha ricordato il dirigente. L’aggiornamento recepisce l’evoluzione tecnologica: l’intelligenza artificiale – che dieci anni fa era una tecnologia emergente – entra con un ruolo più rilevante in entrambi gli allegati. Trovano spazio anche l’edge computing (l’elaborazione distribuita dei dati vicino alla fonte, contrapposta all’elaborazione centralizzata), la cybersecurity, la sostenibilità ambientale ed energetica – con l’apertura esplicita alla produzione di energia asservita ai processi produttivi – e alcune tecnologie per il settore retail, come i camerini virtuali e i sistemi di self checkout.
L’allegato V (ex allegato B, relativo ai beni immateriali) è stato anche oggetto di una razionalizzazione strutturale: le venti voci originarie, divenute ventitré nel corso degli anni senza una logica organica, sono state raggruppate per categorie in analogia con l’allegato IV.
Passando alle novità in arrivo con il decreto attuativo, Calabrò ha confermato che, dal punto di vista del MIMIT (la materia è però oggetto di concerto col MEF) il decreto dovrebbe riconoscere espressamente l’agevolabilità dei canoni annuali reativi ai software as-a-service.
Riguardo al leasing non dovrebbe essere richiesto il maxi-anticipo del 20%: a garantire la serietà dell’impegno finanziario dell’impresa sarebbe infatti sufficiente la sottoscrizione stessa di un contratto di leasing. Se passa questa linea, quindi, sarà sufficiente registrare il contratto, purché sia previsto l’obbligo di riscatto finale, senza necessità di limitarne il periodo a cinque anni.
Quanto agli impianti di stoccaggio dell’energia, il punto di vista del MIMIT è che dovrebbero essere agevolabili in modo autonomo rispetto agli investimenti in infrastrutture per le fonti rinnovabili, purché parametrati alla quantità di energia prodotta per l’autoconsumo.
Calabrò ha poi portato la posizione del MIMIT anche sulla questione degli scaglioni di investimento: le soglie (fino a 2,5 milioni per avere il 180%, fino a 10 milioni per il 100% e fino a 20 milioni per il 50%) si dovrebbero riferire agli investimenti annuali e non all’intero triennio come il testo della norma potrebbe lasciare intendere.
Transizione 5.0: i conti e il nodo degli “esodati”
Sul fronte di Transizione 5.0 Calabrò ha difeso l’impianto originario della misura, ricordando che il 90% delle imprese ha utilizzato le procedure ordinarie e solo il 10% quelle semplificate, introdotte dopo un anno di trattative con la Commissione Europea. “Conforta sapere che, in linea con le nostre previsioni, al termine della fase iniziale di apprendimento delle nuove regole, le imprese sono riuscite a dimostrare il raggiungimento dell’efficienza energetica, il più delle volte raggiungendo la classe energetica più elevata”, ha detto Calabrò. La misura, a consuntivo, ha superato i 4 miliardi di euro di investimenti agevolati, oltre le aspettative iniziali.
Il problema degli “esodati” – le imprese che hanno prenotato i crediti di imposta del 5.0 ma non sono rientrate nella finestra di chiusura anticipata del 7 novembre 2025 – ha una soluzione ancora in via di definizione. Le risorse accantonate in legge di bilancio ammontano a 1,3 miliardi di euro, ma una parte potrebbe essere dirottata per far fronte a esigenze sopravvenute legate al conflitto in Iran. Con le risorse che resteranno disponibili si punta a costruire una misura di Transizione 4.0 potenziata, con aliquote più elevate rispetto al vecchio Transizione 4.0 (che era al 20%). La scelta di appoggiarsi al 4.0 anziché al 5.0 non è casuale: per le regole contabili dell’Eurostat, le risorse allocate su Transizione 5.0 impatterebbero integralmente sul deficit del 2025, mentre quelle allocate su una nuova misura 4.0 produrrebbero effetti sul deficit del 2026, offrendo margini fiscali più ampi in un momento in cui il governo punta a mantenere il rapporto deficit/PIL sotto il 3%.
Si va quindi verso un 4.0 potenziato, ma la decisione definitiva dipenderà dalle risorse disponibili e l’obiettivo rimane quello di soddisfare le imprese che avevano prenotato i crediti.












