Negli ultimi anni le imprese hanno imparato a convivere con una parola che nessuno avrebbe voluto mettere al centro dei propri piani: incertezza. Eppure, se c’è un messaggio che torna ogni volta che si parla di innovazione e strumenti di finanziamento – lo abbiamo ribadito anche all’evento “Finanziare l’Innovazione” – è che l’incertezza non può diventare la regola. La trasformazione richiede tempo, competenze, investimenti e – soprattutto – una cornice che non cambi continuamente. Da qui una convinzione netta: più che misure brevi, serve stabilità. Regole chiare e durature valgono più di interventi straordinari: meglio tre anni con criteri stabili che sei mesi di corsa agli sportelli. La stabilità riduce il rischio di investimento e rende davvero pianificabili i piani industriali.
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Stabilità e completezza
Accanto alla stabilità, c’è un secondo elemento decisivo: la completezza. Troppo spesso, nel dibattito sugli incentivi, si ragiona per singoli “pezzi” – quasi sempre la produzione – mentre la competitività nasce dall’intero sistema azienda. Se vogliamo sostenere davvero l’innovazione, dobbiamo adottare una lettura per catena del valore: supply chain e operations, ricerca e innovazione, produzione (Industria 5.0), governance e compliance, marketing e mercati globali. È questa visione che trasforma l’incentivo da risposta tattica a leva strategica, perché permette di collegare investimenti, risultati attesi e indicatori misurabili.
Guardare alla catena del valore significa, prima di tutto, riconoscere che “prima” dell’impresa c’è una filiera. La supply chain non è solo logistica: è resilienza, rischio, continuità. In territori manifatturieri come il Nord Italia, le filiere hanno rappresentato un vantaggio competitivo storico; oggi, però, la resilienza è diventata un requisito. Qui sostenibilità e compliance, se ben impostate, non sono sovrastrutture: riducono vulnerabilità, rendono i processi più trasparenti e aumentano affidabilità verso clienti e partner, soprattutto quando la tracciabilità diventa condizione di accesso a mercati e contratti.
Ricerca e innovazione
Il secondo snodo è quello che genera distintività: ricerca e innovazione. Negli ultimi anni abbiamo visto un continuo “vai e vieni” di norme e interpretazioni; allo stesso tempo crescono opportunità rilevanti su grandi progetti – nazionali ed europei – che richiedono soglie tecnologiche alte e livelli di maturità non sempre alla portata di tutto il tessuto produttivo. Per questo, accanto ai grandi programmi, diventa cruciale disporre di strumenti continuativi che accompagnino più imprese nel percorso: dall’idea al prototipo, dall’industrializzazione all’ingresso sul mercato, fino alla valorizzazione dei risultati.
Dalla produzione al mercato
C’è poi la produzione, dove molto è stato fatto con i piani di transizione ma molto resta da consolidare: produttività, qualità, flessibilità, capacità di integrare automazione e dati in modo sistemico. Il punto non è “comprare tecnologia”, ma farla diventare performance: processi più robusti, meno scarti, più efficienza energetica, manutenzione predittiva, sicurezza e tracciabilità. E infine c’è il mercato: l’impresa deve vendere, posizionarsi, internazionalizzare. Anche qui sostenibilità e digitale non sono “etichette”, ma fattori di differenziazione: essere credibili su decarbonizzazione, qualità di filiera e gestione del dato significa essere più attrattivi per clienti, catene di fornitura e investitori.
La scelta della Twin Transition
In questo quadro, la Twin Transition smette di essere uno slogan e diventa una scelta industriale: digitale e sostenibile insieme. Non solo perché l’una abilita l’altra (senza dati non c’è misurazione; senza misurazione non c’è governance), ma perché entrambe incidono su competitività e accesso ai capitali. E proprio la “G” della ESG, non è un dettaglio burocratico, ma va letta come presidio della corretta gestione del rischio d’impresa, oggi sempre più intrecciato a supply chain, compliance e trasformazione dei modelli organizzativi. Anche a livello europeo, il tema della competitività spinge verso pragmatismo e semplificazione: l’obiettivo è ottenere risultati verificabili, senza perdere direzione. In Europa cresce l’attenzione alla competitività industriale e al pragmatismo: meno complessità fine a se stessa, più focus su impatti misurabili.
Il nodo della formazione
Resta, però, un grande convitato di pietra: la formazione. Se parliamo di transizione, dovremmo parlare anche di maturità delle imprese. Gli incentivi alleggeriscono il carico economico degli investimenti, ma la trasformazione diventa reale solo se le persone sanno governare tecnologie, processi e cambiamento: competenze digitali, cultura del dato, gestione dei rischi, conoscenza dei requisiti ESG e capacità di rendicontare. Senza competenze, l’innovazione resta promessa; con competenze, diventa patrimonio organizzativo e capacità di esecuzione.
In questa prospettiva Tinexta Innovation Hub interpreta i temi emersi nel dibattito come una chiamata all’integrazione: stabilità delle regole, completezza lungo la value chain e capacità di esecuzione. Perché l’innovazione, per essere finanziabile e sostenibile nel tempo, deve tradursi in piani coerenti, misurabili e governabili, capaci di tenere insieme obiettivi industriali, dati, processi e persone.
Aiutiamo le imprese a passare dalle idee ai fatti, accompagnandole passo dopo passo su tre fronti pratici: consulenza, per capire cosa fare e da dove partire; soluzioni digitali, per mettere in campo strumenti, dati e un’organizzazione adeguata; finanza agevolata, per individuare le risorse e gestire bandi, requisiti e rendicontazioni senza complicazioni. In pratica, costruiamo insieme il percorso, definiamo obiettivi chiari e li traduciamo in azioni concrete, fino a misurare i risultati ottenuti. Perché oggi non basta iniziare: serve continuità. Ed è proprio l’integrazione tra competenze, tecnologia e incentivi che permette alle aziende di rendere la transizione un vero vantaggio competitivo e una crescita solida nel tempo.













