L’ordine internazionale fondato sulle regole, che ha garantito prosperità e stabilità per decenni, è ormai tramontato. Mario Draghi, nel suo intervento tenuto in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università di Lovanio, ha spiegato che il modello basato sulla globalizzazione e sul libero scambio non è più in grado di proteggere gli interessi del Vecchio Continente. Secondo l’ex presidente della Banca Centrale Europea l’Europa si trova davanti a un bivio: accettare un ruolo di subordinazione o compiere i passi necessari per diventare “un’unica potenza”.
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La fine del vantaggio comparato e le nuove dipendenze
“Il commercio globale si è via via allontanato dal principio ricardiano secondo cui lo scambio dovrebbe seguire il vantaggio comparato”, ha detto Draghi. Stati come la Cina hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantiliste, imponendo agli altri la deindustrializzazione.
Questa dinamica ha reso l’Europa particolarmente vulnerabile: la profonda integrazione commerciale ha creato dipendenze che oggi vengono usate come armi. Draghi sottolinea chel’Europa resta “fortemente dipendente dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa”, mentre la Cina fornisce oltre il 90% delle importazioni di terre rare necessarie alla transizione verde. In questo scenario gli Stati Uniti considerano la frammentazione politica dell’Europa utile ai propri interessi, mentre Pechino sfrutta il controllo sulle catene di approvvigionamento.
Dalla “confederazione” alla federazione
La mancanza di una strategia comune aggrava la debolezza del sistema. Draghi avverte che l’attuale modello europeo, basato sulla logica della “confederazione”, non produce potere. Finché l’Europa agirà come un’assemblea frammentata di stati di medie dimensioni, ciascuno con il proprio diritto di veto e i propri calcoli nazionali, sarà destinata a essere divisa e gestita dalle superpotenze rivali.
“Un’Europa unita sul commercio ma frammentata sulla difesa vedrà il suo potere commerciale sfruttato contro la sua dipendenza in materia di sicurezza”, ha ammonito Draghi. La soluzione non è attendere che l’unanimità si formi da sola, ma agire. L’ex premier cita l’esempio della resistenza sulla Groenlandia come prova che, di fronte a una minaccia diretta, gli europei possono scoprire una solidarietà prima impensabile.
I punti di forza e il “federalismo pragmatico”
Ma l’Europa possiede anche delle leve formidabili. Nel 2023 l’UE è stata il più grande esportatore e importatore mondiale, con un interscambio di 3.600 miliardi di euro. Il Vecchio continente detiene poi posizioni di monopolio in settori critici: le aziende europee controllano il 100% della litografia ultravioletta estrema per i chip avanzati e producono metà dei velivoli commerciali mondiali.
Per mobilitare questa forza Draghi propone un “federalismo pragmatico”. Non tutti i Paesi debbano aderire subito a ogni iniziativa: chi è disposto deve poter procedere nell’integrazione di settori chiave come energia, tecnologia e difesa, lasciando la porta aperta agli altri. L’obiettivo finale deve essere la costruzione di istituzioni dotate di un reale potere decisionale. Solo trasformando la paura iniziale in speranza e agendo insieme, conclude Draghi, l’Europa potrà riscoprire il proprio orgoglio e diventare una “potenza autentica”.

















