Una plastica più sostenibile è possibile, ma servono innovazione digitale e partnership lungo tutta la filiera

La plastica è un’enorme risorsa per la produzione, l’industria, le sue infinite applicazioni, la vita di tutti i giorni. Ma allo stesso tempo può anche essere una grande minaccia per l’ambiente e la vita. Ha cambiato e continuerà a cambiare prodotti e manufatti, ma in questo modo ha anche ‘invaso’ il Pianeta diventando un rifiuto sempre più ingombrante e inquinante.

Come fare per svoltare nella direzione di una plastica sostenibile? Con diversi strumenti e soluzioni, tutte complementari tra loro: innanzitutto innovazione e partnership – in chiave green – lungo tutta la filiera produttiva, di utilizzo e di consumo. E poi con attività di ricerca e sviluppo, nuove strategie aziendali, nuove modalità di pensare, progettare e realizzare i prodotti di domani.

A fare il punto della situazione e delle prospettive è stato l’evento ‘Plastic Forum 2021 – The bright future of sustainability’, organizzato da Fanuc, che ha chiamato a raccolta molte aziende specializzate nello stampaggio a iniezione e nelle materie plastiche.

“È sicuramente possibile conciliare l’uso e lo sviluppo delle materie plastiche con le necessità e gli obiettivi della sostenibilità”, fa notare Astrid Palmieri, sustainability coordinator Europe del colosso chimico Basf, “e per farlo le due direttrici principali sono l’innovazione digitale, che migliora parametri, processi e prodotti, e la diffusione di partnership tra le aziende, in modo da rendere sempre più virtuoso e sostenibile il percorso che porta la plastica dagli stabilimenti chimici al suo recupero, riutilizzo e valorizzazione”. Secondo la sustainability manager di Basf, è anche importante “applicare sempre più innovazione e nuove tecnologie al mondo dell’economia circolare”.

Ci sono poi altre attività e operazioni molto importanti: “tracciare e misurare l’intero processo produttivo ci permette di capire dove e come intervenire per migliorare la situazione, aumentare l’efficienza, ridurre rifiuti e scarti”, sottolinea Riccardo Galeazzi, post-consumer product manager in Radici group. Che rileva: “l’industria del futuro sarà sicuramente digitalizzata ed eco-sostenibile, non c’è dubbio che dobbiamo tutti andare in questa direzione”.

Qui entrano in gioco le nuove tecnologie e gli strumenti della digital transformation: IoT, robotica, intelligenza artificiale, automazione. La loro applicazione pratica si concretizza ad esempio nelle attività e operazioni di selezione dei materiali recuperabili e riciclabili, mentre l’utilizzo delle tecnologie con Qr code permette di tracciare il materiale plastico dalla sua creazione al suo smaltimento, raccogliendo ed elaborando i dati di tutte queste fasi e processi.

“Il contributo delle materie plastiche all’economia circolare può essere sempre più rilevante”, spiega Vera Mariani, business development e communication manager di Fanuc, “ma per raggiungere questi obiettivi nelle imprese e nei consigli di amministrazione si devono prendere decisioni basate sui principi di sostenibilità, e riferite all’intero ciclo di vita dei prodotti”.

Per esempio, utilizzare più materiali plastici e meno quelli in acciaio e metalli pesanti per la produzione di autovetture e mezzi di trasporto “significa ridurre in maniera importante il peso di questi mezzi, e quindi consumare meno energia, e quindi significa minori emissioni di CO2”, osserva Giacomo Barbieri, sales manager per la divisione robomacchine di Fanuc Italia.

Grandi margini di miglioramento (tecnologico)

Quanta plastica viene recuperata e quanta dispersa? Per esempio, nel 2018 all’interno dell’Unione europea sono state generate circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti di platica.

Ecco che fine hanno fatto: il 41% ha generato recupero energetico; il 31% è stato recuperato attraverso riciclo meccanico, e viene poi riutilizzato ad esempio nell’edilizia e nel packaging; circa il 25% è finito in discarica (quindi non riutilizzato, una quota ancora molto rilevante); il 3% è andato disperso nell’ambiente – un dato che, sommato a quello della discarica, indica che almeno il 28% del totale delle plastiche prodotte non viene recuperato e valorizzato –, e soltanto lo 0,1% di 30 milioni di tonnellate viene recuperato attraverso il riciclo chimico.

Una situazione che presenta quindi ancora grandi spazi di miglioramento, ma lo scenario in Europa è quasi da record se paragonato a quello mondiale: nello stesso anno (2018) nel mondo sono state prodotte 250 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica, con percentuali di recupero in media molto più basse di quelle europee.

Nel mondo il 60% dei rifiuti plastici non viene recuperato

A livello mondiale circa il 60% di questi rifiuti e scarti non viene recuperato (il 30% finisce disperso nell’ambiente, e un altro 30% va in discarica). La quota di riciclo meccanico si ferma al 20% del totale, così come quella del recupero energetico. Ogni anno nel mondo almeno 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono nei mari e negli oceani, anziché essere recuperate. Ciò significa non solo alti livelli di inquinamento ambientale e marino, ma anche che l’anno successivo vanno prodotti altri 8 milioni di tonnellate di plastica perché non si è recuperata e riutilizzata quella di scarto.

Per quanto riguarda le attività e le possibilità di riciclo meccanico delle plastiche, “esistono ancora problemi nella qualità e purezza del materiale recuperato”, sottolinea Alberto Munzone, chief technology officer in Pikdare, e per superare queste difficoltà “si può ad esempio lavorare a un miglioramento nell’utilizzo dei polimeri. Basti pensare che l’involucro del parmigiano reggiano, tanto per fare un esempio, contiene ben sette polimeri diversi. Una tale composizione rende più difficile il recupero dei materiali con un livello adeguato di purezza del riciclato”.

Si può poi anche sviluppare e valorizzare l’impiego dei bio-polimeri e delle plastiche compostabili, “per esempio per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti organici, o l’utilizzo di speciali teli ‘bio’ che possono essere molto utili sui campi dell’agricoltura”, osserva poi ancora Palmieri di Basf.

I 3 passi delle imprese verso la propria sostenibilità

Ogni azienda può compiere almeno 3 passi decisivi verso la propria sostenibilità. Uno: recuperare e utilizzare più energia da fonti rinnovabili. Due: abbattere gli sprechi, ad esempio energetici e nella gestione delle risorse naturali e delle acque. Terzo passo: “aumentare la digitalizzazione delle fabbriche e della produzione”, spiega Giorgio Sala, plant director in Artsana, “perché porta maggiore efficienza, possibilità di migliorare ulteriormente, e appunto meno sprechi e inquinamento”.

“La digitalizzazione ci aiuterà a migliorare e raggiungere gli obiettivi di economia circolare”, aggiunge Barbieri, “innovazione, risparmio energetico, riciclo della plastica sono pezzi di uno stesso puzzle, sono tutti pilastri della sostenibilità ambientale”.

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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