I robot ci ruberanno le donne

Da quando il tema di industria 4.0 è balzato agli onori della cronaca nazionale e ha letteralmente “sfondato” la barriera che divideva la stampa di settore dalla stampa generalista si leggono sempre più spesso articoli su ricerche e studi che ci avvertono che i robot ci ruberanno il lavoro. Naturalmente la stampa non può fare a meno di esercitare il suo diritto-dovere di informare, ma diciamocela tutta: in qualche caso l’impressione è che ci sia più attenzione a fare un post acchiappa-click che non un sincero interesse a offrire informazione di qualità ai lettori. Personalmente non ho molti dubbi: quello che, in questo post, è un titolo ironico e provocatorio sarà presto il titolo (serio) di qualche articolo.

Il caso Acemoglu e Restrepo

In questi giorni un articolo pubblicato dall’AGI intitolato “I robot ci stanno già rubando il lavoro. Lo dice uno studio Usa” dà risalto allo studio di due economisti secondo i quali l’automazione (per i colleghi giornalisti dell’AGI evidentemente automazione e robot sono sinonimi) ha sostituito da tre a sei lavoratori e contribuito a ridurre i salari tra lo 0,25% e lo 0,5%. All’interno della notizia si rincara quindi la dose: “I robot ci ruberanno il lavoro e lo stanno già facendo, sembra emergere dal lavoro di Acemoglu e Restrepo”.

L’AGI non è sola nell’adempiere al duro dovere dell’informazione. Ne parla oggi online il Messaggero, per esempio. Qui le cifre cambiano: “dove venga introdotto un robot, si perdono 6,2 posti di lavoro, e i salari scendono dello 0,75 per cento”, si afferma.


Non si tratta di notizie false, nessuna bufala, sia ben chiaro. Lo studio dei due economisti (che è relativo al periodo 1990-2007) offre effettivamente un outlook negativo sull’impatto della robotica sul mondo del lavoro. Ma lo fa partendo da certe ipotesi, applicando certi modelli, analizzando e interpretando. L’economia – per chi non lo sapesse – non è una scienza esatta.

L’esempio del NYTimes

La questione qui non è fare o meno il “tifo” per i robot o per i lavoratori, ma di quanto sia superficiale l’informazione che su questi argomenti forniamo in Italia. Per capirlo basta dare un’occhiata a questo articolo del NYTimes su questo stesso argomento. E’ un testo serio, con uno sforzo di approfondimento, che non fa uso di parole come “rubare”, che non incede nel semplicismo.

Per esempio, qui potete leggere qualcosa di diverso che emerge nello studio:

In an isolated area, each robot per thousand workers decreased employment by 6.2 workers and wages by 0.7 percent. But nationally, the effects were smaller, because jobs were created in other places.

Sì, perché evidentemente gli effetti dell’inserimento di un robot in un sistema isolato non sono gli stessi che potrebbero esserci in un ecosistema aperto. E lo studio tratta anche di questo.

Personalmente ritengo che inseguire un titolo sensazionalistico su un tema come questo, che parla direttamente alla pancia delle persone, non sia un buon servizio ai lettori. E’ superficiale e non contribuisce all’approfondimento culturale. Su Innovation Post, il portale che dirigo, non lo abbiamo fatto e non lo faremo. Un esempio? Quando è stato pubblicato il famoso rapporto McKinsey abbiamo dato la notizia, evitando toni sensazionalistici, e poi pubblicato un contro-editoriale in cui spiegavamo perché secondo noi le previsioni di quel rapporto erano quanto meno… azzardate.

Questo è, secondo me, il modo in cui anche l’informazione può dare un contributo alla diffusione di una vera cultura 4.0.

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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