Aziende molto piccole, tra le 2 e le 5 persone, con poca liquidità e difficoltà a trovare nuovi investitori: imprese, quindi,  finanziate in larga parte dai fondatori e dai fondi pubblici, che incidono solo marginalmente sul Pil, e che, nonostante siano concentrate nel comparto ICT, restano ancora lontane dalle ultime tendenze di mercato, come gli open data o la blockchain. È questa la fotografia delle start up innovative piemontesi emersa dall’osservatorio realizzato dal Comitato Torino Finanza della Camera di commercio di Torino con la collaborazione tecnica di Step Ricerche.

Ecco tutti i numeri delle startup innovative

Dallo studio emerge che il Piemonte si colloca al quinto posto tra le regioni italiane, con 502 imprese a metà 2018, ben distante dalla Lombardia che, con quasi 2500 imprese, risulta essere la regione italiana con il maggior numero di imprese innovative iscritte nella sezione speciale del Registro Imprese. Un dato che scende maggiormente se si considera il quoziente di densità, calcolato come numero di start up innovative iscritte ogni 10 mila persone. In questo caso regione con la maggiore densità è il Lazio, un indice di densità di 20, mentre il Piemonte, con indice di 1,8 si colloca in coda.


Secondo lo studio, invece, resta molto scarso l’apporto dato dalle start up innovative piemontesi ai 131 miliardi del Pil regi9nale. A fare la parte del leone nella composizione del prodotto interno lordo, infatti, restano le industrie storiche, nate prima del ‘900, come il settore automobilistico. ma anche i lanifici o l’alimentare, che rappresentano ancora il 40%. Le start up innovative, invece, restano ancora lontane dalla loro mission che era quella di sostituire, modernizzando, il tessuto delle imprese. In Italia, infatti, dopo sei anni di esistenza dell’elenco speciale, rappresentano lo 0,67% delle società di capitali. Imprese che, tra l’altro, stentano ancora a passare alle fasi successive, con l’espansione commerciale e l’irrobustimento dei volumi. 

Lo stato di salute delle startup innovative del Nord

Lo studio, quindi, ha fatto un’analisi economica, attraverso un campione di 1.597 bilanci delle start up innovative di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, per confrontarne gli indici significativi. Le start up del nord Italia hanno ricavi mediani di 52 mila euro e sono cresciute in due anni di 43 mila euro. Il valore aggiunto lordo è di 58 mila mentre la posizione finanziaria netta è negativa per –11 mila euro, ma assorbe solo il 12% del patrimonio netto che vale, in termini generali 86 mila euro.


L’indicazione generale che viene da questa analisi è che per il 75% del campione siamo di fronte a un cluster di aziende di dimensioni veramente piccole, finanziate solo dai fondatori in proporzione a progetti relativamente poco costosi. Le restanti, invece, hanno dimensioni maggiori (i ricavi superano i 140 mila euro e sono cresciuti di almeno 110 mila euro negli ultimi 2 anni). Questa fetta di startup ha già una redditività operativa del capitale positiva (7%).

Il caso Piemonte, ecco le risposte degli startupper

Per avere un quadro preciso della situazione piemontese stati realizzate 71 interviste a imprenditori o dirigenti di start up high tech nate negli ultimi 10 anni. Dall’analisi emerge che il p% delle imprese è stato fondato tra il 2015 ed il 2017: il 34% nel 2017, il 19% nel 2015 e un ulteriore 19% nel 2016. All’epoca della costituzione delle società il 52,9% del campione aveva tra i 36 ed i 55 anni, mentre il 17.6% tra i 26 ed i 30 anni. I giovanissimi del campione (18-25 anni) rappresentano quasi il 10% (9,8%). 

Il management delle start up è saldamento costituito nel 92% dei casi dai fondatori e per il 6% da manager professionisti. La dimensione più frequente delle imprese intervistate è di 2-5 persone. Il 94% delle imprese definisce il proprio prodotto/servizio come innovativo, mentre il 6% si definisce invece un’impresa a vocazione tradizionale. Dall’analisi, però, emerge che non esiste un tema dominante nelle innovazioni che gli startupper vogliono proporre al mercato. Anche se i filoni dell’ICT sono piuttosto gettonati, spicca l’assenza di alcuni comparti, particolarmente appetibili sul mercato, come gli open data, la blockchain, e l’egov.

Tra contributi pubblici e finanziamenti privati

L’84% delle imprese è beneficiaria delle agevolazioni pubbliche previste per le start up innovative e il 48% del campione anche delle agevolazioni per le PMI innovative. Ma diventa interessante anche capire il perché le restanti imprese non hanno avuto accesso ai contributi pubblici. Secondo lo studio il 20% avrebbe voluto avvantaggiarsi delle agevolazioni, ma non possedeva tutti i requisiti necessari. Il 16%, invece, non lo ha ritenuto interessante; l’8% delle PMI innovative non conosceva le misure agevolative mentre, per un restante 8% le agevolazioni non erano disponibili all’epoca in cui avrebbero voluto farne uso.

Nell’analisi delle fonti di finanziamento, però, si deve distinguere quello dell’idea innovativa (pre-seed), dall’impresa vera e propria. Il 22% afferma di aver potuto finanziare lo sviluppo e la sperimentazione dell’idea innovativa grazie ai fondi pubblici ricevuti. Quando si passa all’avviamento della start up, invece, il finanziamento è sostanzialmente con capitali propri (16%) e quelli dei soci operativi (6%) che insieme rappresentano complessivamente la principale risorsa (22%). Seguono i capitali privati dei business angel (12%) e, ancora, al terzo posto, i fondi pubblici (10%).

Ancora limitato, rispetto alle aspettative e alle prospettive sia il contributi dei fondi professionali di venture capital (6%), sia il contributo di altre imprese (4%), mentre il corporate venture capital è nel mondo un segmento di forte e promettente fonte non solo di finanziamento, ma anche di opportunità di mercato e di sviluppo. Le fasi successive di finanziamento del business vedono aumentare le banche, anche attraverso uffici specializzati. La maggior parte della raccolta è di provenienza italiana.

Una start up su tre nasce in meno di un anno

La costituzione di una start up innovativa in Piemonte richiede circa un anno di lavoro nel 42% dei casi. Nel 30% dei casi la costituzione ha richiesto meno di un anno (tra 1 e meno di 6 mesi), dato che bilancia il 28% delle imprese che afferma di aver impiegato tra i 2 e i 7 anni per passare dall’idea alla costituzione. Tutte le Startup si sono dotate di un business plan: all’inizio della sua vita (82%) o successivamente (18%), e la maggior parte di esse, ma non la totalità, lo tiene aggiornato (82%).

La maggior parte delle start up ha avuto origine da una ricerca e sviluppo di prodotto o servizio originale, realizzata nell’80% dei casi grazie ai soci, nel 24% con l’Università e/o incubatori pubblici, nel 16% in collaborazione con incubatori privati. Il 18% degli intervistati spiega di aver realizzato le attività di ricerca e sviluppo dopo aver costituito l’impresa, mentre solo il 2% afferma di aver acquistato brevetti o licenze da soggetti terzi. 

Finanziamento e ricerca clienti le maggiori difficoltà 

Le principali difficoltà riportate dalle imprese si sono rivelate il finanziamento dell’azienda, la ricerca e gestione dei collaboratori e la ricerca dei clienti sul mercato. Tra le principali minacce, gli startupper piemontesi riportano la mancanza di cassa, insieme alla carenza di un network e connessioni con gli investitori giusti, seguite dalla mancanza di interesse da parte degli investitori e dalle complessità legali e burocratiche.

Le variabili di marketing e di mercato, pur rappresentando la prima causa di fallimento per le startup all’estero, non  preoccupano gli startupper piemontesi, La diffusa tendenza rilevata a non considerare questi ed altri fattori come presenti o allarmanti contrasta, però, con le prestazioni finanziarie, con ricavi e margini che appaiono non soddisfacenti né tranquillizzanti per oltre metà delle start up. Un filone questo da approfondire sia da parte degli imprenditori sia da parte degli investitori e dei decisori pubblici per ideare e sviluppare nuove politiche economiche a favore di start up più solide e consapevoli.

Investimento pubblico per far crescere le startup

Negli ultimi tre anni si è manifestata una crescita eccezionale del Venture Capital professionale ed europeo, così come un aumento dell’ingaggio delle società esistenti nel settore delle start up (corporate venture capital). Queste due tendenze possono contribuire a risolvere, in parte, i bisogni espressi dalle start up piemontesi, particolarmente in campo finanziario. Tuttavia, il finanziamento professionale delle start up in Europa si è andato dirigendo verso le fasi di espansione successive alla nascita, privilegiando taglie di investimento che non corrispondono alla dimensione relativamente piccole delle start up italiane e piemontesi.

Appare auspicabile quindi che le politiche pubbliche concentrino gli incentivi finanziari sulle fasi preliminari, sugli strumenti per crescere dimensionalmente (facilitazione delle integrazioni con altre imprese) per avere una dimensione adeguata agli investitori professionali, e si rivolgano altresì all’ecosistema generale di start up, perché da esso può dipendere la capacità di attrarre iniziative sul territorio. Infine, Open-data, E-gov e Public Procurement Innovativo appaiono ambiti interessanti, ancora limitatamente esplorati in Piemonte.

Fabrizio Cerignale

Giornalista professionista, con in tasca un vecchio diploma da perito elettronico. Free lance e mobile journalist per vocazione, collabora da oltre trent’anni con agenzie di stampa e quotidiani, televisioni e siti web, realizzando, articoli, video, reportage fotografici. Giornalista generalista ma con una grande passione per la tecnologia a 360 gradi, da quella quotidiana, che aiuta a vivere meglio, alla robotica all’automazione.

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